martedì 17 gennaio 2017

CHE COS’È L’UOMO PERCHÉ TE NE RICORDI? GENETICA E NATURA UMANA NELLO SGUARDO DI JÉRÔME LEJEUNE


CHE COS’È L’UOMO PERCHÉ TE NE RICORDI? GENETICA E NATURA UMANA NELLO SGUARDO DI JÉRÔME LEJEUNE

Settembre 2012

Mario Gargantini
Ingegnere e giornalista scientifico Direttore di Emmeciquadro, Euresis, Milano

C’è un modo di ricordare la figura di un grande scienziato e grande credente, che si limita a ripercorrere le tappe della sua vita, a raccontare le sue scoperte e a citare brani che ne facciano intuire l’umanità e lo spessore di vita religiosa. Ed è un modo senz’altro utile per far conoscere l’esperienza e la testimonianza di personaggi spesso lasciati volentieri nel dimenticatoio da una certa divulgazione e dalla stessa storia “ufficiale” della scienza.
C’è però una modalità ancor più impegnativa, che tenta di risalire alle radici della posizione del personaggio e di far venire a galla intuizioni e prospettive originali, scoprendo nella sua testimonianza approcci particolarmente adatti per l’affronto di questioni presenti nel dibattito attuale. È questa la strada seguita dall’Associazione Euresis per parlare di Jérôme Lejeune nella mostra allestita a Rimini al 33° Meeting per l’Amicizia tra i Popoli.
Già titolo e sottotitolo sottolineano l’impostazione non agiografica dell’esposizione: Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi? Genetica e natura umana nello sguardo di Jérôme Lejeune. Si parte quindi dagli interrogativi del Salmo 8 per arrivare al cuore di uno dei dibattiti più caldi che si riaccende ad ogni conquista, o presunta tale, delle genetica e della biomedicina in genere. In discussione ci sono una certa idea di natura, intesa come qualcosa di dominabile indiscriminatamente dall’uomo; ma soprattutto una certa idea riduttiva della natura umana, vista come un insieme di funzionalità e di reazioni agli stimoli esterni, in un crescendo di ottimizzazione delle performance e di conseguente emarginazione di coloro che non riescono a garantire le prestazioni richieste.
Le nuove enormi potenzialità delle scienze biomediche, più in generale delle tecnoscienze, pongono la vita umana in tutte le sue forme ed espressioni come banco di prova per sperimentazioni che stanno delineando i tratti dell’uomo post-umano. Gli araldi del transumanesimo annunciano l’ingresso trionfale nella post-umanità, nell'umano “post-darwiniano”, potenziato da impianti neuronali, organi artificiali, genoma manipolato: tutti strumenti e tecniche che metterebbero l'uomo in grado di “guidare la propria evoluzione”. Fino al traguardo finale, con l’assalto a quello che S. Paolo indicava ai Corinzi come «l’ultimo nemico» (1 Cor 15,26), dato già quasi per sconfitto nel saggio del 2008 di Céline Lafontaine La società post mortale (La Société postmortelle, La Seuil 2008), dove la tecnica sarebbe in grado di allontanare di molto o addirittura di vincere la morte; obiettivo ribadito in un testo di Laurent Alexandre che si sta ora diffondendo in Francia: La mort de la mort (Paris 2011).
È uno scenario del quale Lejeune aveva individuato i primi tratti in quegli anni ’60 quando ha drammaticamente visto ribaltarsi il valore della sua scoperta. Dopo aver indicato nella trisomia 21 la causa della sindrome di Down, il genetista francese aveva dovuto constatare che l’analisi del cariotipo da lui messa a punto, unitamente all’amniocentesi che diventava praticabile in quel periodo, rendevano possibile la diagnosi prenatale di patologie di origine cromosomica; e si era reso conto che questo, invece di stimolare la ricerca di soluzioni terapeutiche, apriva la strada all’eliminazione degli “indesiderabili”.
La battaglia per la vita, condotta senza tregua da Lejeune al punto da guadagnargli l’ostilità di molto mondo scientifico e ostacolargli una carriera che avrebbe potuto essere ancor più luminosa, fa leva sull’affermazione di ciò che può fondare il valore della vita umana: è il concetto di persona e l’idea della unicità e irripetibilità di ciascun essere umano; un’idea centrale nella antropologia di Giovanni Paolo II, che di Lejeune fu grande amico. Se si volesse eliminare il paziente per sradicare il male, si avrebbe la negazione della medicina, ma difendere ogni paziente, prendersi cura d’ogni uomo, implica che ciascuno di noi debba essere considerato “unico” e “insostituibile”.
Qui il contenuto della mostra si è sposato bene col tema generale del Meeting di Rimini, che ha spinto la riflessione sulla natura profonda dell’uomo. La mostra documenta l’insufficienza di una visione genocentrica, che va per la maggiore, dove i geni sono il deus ex machina che tende a spiegare ogni comportamento e ogni caratteristica dell’uomo: c’è un gene per ogni aspetto della nostra vita e c’è la possibilità di agire sui geni per progettare una vita su misura. Ma è la stessa scienza, laddove è rispettosa della verità, ad opporsi a tale visione riduzionista. Si è dimostrato in modo definitivo che gli esseri umani sono ben più che la somma di parti genetiche. Inutile a dirsi, i nostri geni svolgono un ruolo primario e formativo nello sviluppo umano (e in molti dei processi di malattie umane), ma studi molecolari altamente tecnologici e non (pur sempre utili) di gemelli monozigotici e dizigotici dimostrano chiaramente che i nostri geni non sono fattori onnideterminanti nell’esperienza umana (cfr., Francis S. Collins, “Have no fear. Genes Aren't Everything”, The New Republic, 06/25/2001).
La visione deterministica viene anche messa a confronto con le punte avanzate della ricerca biologica contemporanea, che sta scoprendo una nuova realtà dei geni: da non intendersi come entità monolitiche e indipendenti ma piuttosto come “processi”, come realtà “relazionali”, al centro di una rete di rapporti; quindi come “strumenti”, che cooperano con altri per sviluppare e far crescere la vita.
Questo contrappunto scientifico è un indice della radicalità del problema e uno stimolo a portare la domanda sulla natura umana al livello adeguato. La scienza infatti, come ha osservato il biologo Jeffrey Schloss, non può dare risposte esaurienti sulla natura umana, ma aiuta a porsi la domanda su cos’è l’uomo in maniera molto più profonda e drammatica.
Si scoprirà allora che un discorso compiuto sulla natura umana implica il riferimento all’origine, alla fonte permanente di tale natura: «La creatura infatti, senza il Creatore svanisce» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 36). Si potrà parlare dell’uomo come di quel livello della creazione che porta una particolare impronta del Creatore e che può entrare in relazione con Lui; che, chiamato alla vita, può dare del Tu al Creatore della vita. All’interno di questo dialogo si fonda anche la possibilità di conoscenza e di intervento sul mondo. Come diceva Lejeune, lo Spirito che governa l’universo si è preso il disturbo di modellare il suo proprio ritratto nell’unica creatura vivente capace di ammirare la creazione. Se siamo stati creati a immagine e somiglianza di Colui che ha fatto le leggi dell’universo, allora il fatto che possiamo avere una certa comprensione dell’universo diventa plausibile.
A questo punto l’inno alla vita, che è risuonato per bocca di un ragazzo affetto da sindrome di Down, durante la cerimonia di chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di Lejeune in Notre Dame, assume una consistenza e uno spessore ancor più grande.

lunedì 16 gennaio 2017

Turbinicarpus schmiedickeanus

PAPA FRANCESCO - IL LOCANDIERE STUPITO


PAPA FRANCESCO - IL LOCANDIERE STUPITO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 10 gennaio 2017 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.7, 11/01/2017)

Perché Gesù insegnava con un’autorità che «stupiva» e conquistava, e invece gli scribi e i dottori della legge potevano solo imporre leggi ma «non entravano nel cuore del popolo»? La meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 10 gennaio è stata tutta improntata a rilevare le differenze tra l’«autorità reale» dell’uno e l’«autorità formale» degli altri. Un confronto eloquente, che porta a riflettere sul rischio che quanti sono chiamati a «insegnare la verità» possano cadere nella tentazione del «clericalismo» invece di seguire la strada della «vicinanza alla gente».
Il Pontefice ha preso spunto da una parola tratta dal vangelo del giorno (Marco, 1, 21-28) nel quale «si dice che la gente era stupita». Perché, si è chiesto, questo «stupore»? «Per il modo in cui Gesù insegnava» ha risposto, aggiungendo che egli «insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi, cioè i dottori della legge». Tutta quella gente, infatti, insegnava, «ma non entrava nel cuore del popolo» e perciò non aveva «autorità».
L’autorità, ha precisato il Papa, è un tema ricorrente nel Vangelo. In particolare, quella di Gesù si ritrova «messa in questione, tante volte» proprio dai dottori della legge, dai farisei, dai sacerdoti e dagli scribi: «Ma con quale autorità tu fai questo? Diteci! Tu non hai autorità per fare questo! Noi abbiamo l’autorità!». Al fondo della questione, ha spiegato Francesco, c’è «il problema dell’autorità formale e dell’autorità reale». Mentre scribi e farisei «avevano autorità formale», Gesù «aveva un’autorità reale». Ma, ha aggiunto, «non perché fosse un seduttore». Infatti, se è vero che Gesù portava un «insegnamento nuovo», è anche vero che «Gesù stesso disse che lui insegnava la legge fino all’ultimo puntino». La novità rispetto ai dottori della legge era che «Gesù insegnava la verità, ma con autorità».
A questo punto, è importante capire «dov’è la differenza di questa autorità». Il Papa ha cercato di chiarirlo spiegandone le caratteristiche. «Prima di tutto — ha detto — l’autorità di Gesù era un’autorità umile: Gesù insegnava con umiltà». La sua era una dimensione di «servizio», tant’è che egli «consiglia lo stesso ai suoi discepoli: “I capi delle nazioni le opprimono, ma tra voi non sia così. Il più grande sia come quello che serve: si faccia il più piccolo; e quello sarà il grande”». Gesù, quindi «serviva la gente, spiegava le cose perché la gente capisse bene: era al servizio della gente. Aveva un atteggiamento di servitore, e questo dava autorità». Al contrario, i dottori della legge, «avevano una psicologia da principi». E pensavano: «Noi siamo i maestri, i principi, e noi insegniamo a voi. Non servizio: noi comandiamo, voi obbedite». Perciò, anche se la gente ascoltava e rispettava, «non sentiva che avessero autorità su di loro». Gesù, invece, «mai si è fatto passare come un principe: sempre era il servitore di tutti e questo è quello che gli dava autorità».
Un secondo «atteggiamento dell’autorità di Gesù», ha aggiunto il Papa, «era la vicinanza». Lo si legge nel vangelo: «Gesù era vicino alla gente, era in mezzo alla gente», e la gente stessa, «non lo lasciava andare». Il Signore «non aveva allergia alla gente: toccare i lebbrosi, i malati non gli faceva ribrezzo». E questo «essere vicino alla gente», ha sottolineato Francesco, «dà autorità».
Il paragone con dottori, scribi e sacerdoti è evidente: questi «si allontanavano dalla gente, nel loro cuore disprezzavano la gente, la povera gente, ignorante», amavano distinguersi, passeggiando «nelle piazze, ben vestiti, con il mantello di lusso». Essi, ha spiegato il Pontefice, «avevano una psicologia clericalistica: insegnavano con un’autorità clericalistica». Gesù invece «era vicinissimo alla gente» e ciò gli dava autorità.
A tale riguardo, il Papa ha ricordato la vicinanza alle persone «che aveva il beato Paolovi». Un esempio, ha detto, si può trovare «nel numero 48 dellaEvangelii nuntiandi», dove si riconosce «il cuore del pastore vicino: è lì l’autorità di quel Papa, la vicinanza».
Riprendendo le fila del discorso, Francesco ha riassunto le caratteristiche dell’autorità di Gesù e ha ricordato che innanzitutto «il capo è quello che serve». In proposito ha spiegato che Gesù «capovolge tutto, come un iceberg. Dell’iceberg si vede il vertice; invece Gesù capovolge e il popolo è su e lui che comanda è sotto e da sotto comanda». In secondo luogo c’è la «vicinanza». E infine c’è una «terza differenza» rispetto ai dottori della legge: la «coerenza». Gesù, ha rimarcato il Papa, «era coerente, viveva quello che predicava. C’era come una unità, un’armonia fra quello che pensava, sentiva, faceva». Cosa non riscontrabile nell’atteggiamento di scribi e farisei: «La loro personalità era divisa al punto che Gesù consiglia ai suoi discepoli: “Fate quello che vi dicono, ma non quello che fanno”. Dicevano una cosa e ne facevano un’altra». Gesù spesso li definisce ipocriti. E «uno che si sente principe, che ha un atteggiamento clericalistico, che è un ipocrita, non ha autorità. Dirà le verità, ma senza autorità. Invece Gesù, che è umile, che è al servizio, che è vicino, che non disprezza la gente e che è coerente, ha autorità». Ed è questa, ha aggiunto il Pontefice riferendosi anche ai giorni nostri, «l’autorità che sente il popolo di Dio».
Un’autorità che stupisce e conquista. Per far capire bene questo concetto, il Papa, a conclusione dell’omelia, ha richiamato anche la parabola del buon samaritano, che è «figura di Gesù», e ha brevemente riassunto il noto passo evangelico. «C’è quell’uomo lì, picchiato, bastonato, lasciato mezzo morto sulla strada dai briganti». E quando passa il sacerdote, «fa un giro perché c’è il sangue e pensa: “La legge dice che se io tocco il sangue rimango impuro... no, no, me ne vado”». Quando dopo di lui passa il levita, probabilmente pensa: «Se io mi immischio in questo, domani dovrò andare in tribunale, rendere testimonianza, e domani ho tante cose, devo... no, no, no…». E se ne va.
Poi arriva il samaritano, «un peccatore, di un popolo diverso», il quale invece «ha pietà di quest’uomo e fa tutto quello che noi sappiamo». Ma, ha aggiunto Francesco, nella parabola «c’è un quarto personaggio: il locandiere», che — ecco l’aggancio con l’intera meditazione del Pontefice — «è rimasto stupito; stupito non tanto dalle ferite di quel povero uomo, perché lui sapeva che su quel cammino, su quella strada i briganti c’erano»; e neanche per l’atteggiamento del sacerdote e del levita, «perché li conosceva e sapeva come era il modo di procedere». Il locandiere è «stupito per quel samaritano» di cui non capiva la scelta. Forse pensava: «Ma, questo è pazzo! Ma è anche straniero, non è ebreo, è un peccatore... Ma questo è pazzo, io non capisco!».
«Questo — ha concluso il Papa — è lo stupore»: lo stesso «stupore della gente» davanti a Gesù, «perché la sua autorità era un’autorità umile, di servizio, era un’autorità vicina alla gente ed era un’autorità coerente».

sabato 14 gennaio 2017

El Greco, San Giovanni Battista

15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA


15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA

"Ecco l'Agnello di Dio... che toglie il peccato del mondo"
Direi che la luce dell'Epifania, che abbiamo appena celebrato, continua a irradiarsi in questa Domenica che inaugura il lungo ciclo delle celebrazioni liturgiche "durante l'anno". Difatti il breve brano del Vangelo di Giovanni ci riporta una preziosa testimonianza del Battista, che è una vera "manifestazione" sia della figura che della missione del Cristo. Così come contiene una sua "manifestazione" la prima lettura, ripresa da Isaia: "Mio servo tu sei, Israele, nel quale manifesterò la mia gloria" (49,3).
Dobbiamo perciò avere la mente e il cuore "aperti" per ricevere questa luminosa "manifestazione", che non vuol essere tanto una conoscenza in più del mistero di Cristo, quanto una nostra "immersione" e un nostro assorbimento in esso. Si tratta, in un certo senso, di far nostri i sentimenti espressi nel Salmo responsoriale e in cui la tradizione cristiana ha visto raffigurato Cristo stesso (cf Eb 10,5-7): "Sacrificio e offerta non gradisci, / gli orecchi mi hai aperto. / Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. / Allora ho detto: "Ecco, io vengo. / Sul rotolo del libro di me è scritto / di compiere il tuo volere"" (Sal 39,7-9).
In realtà, vedremo che il mistero del Cristo è soprattutto un mistero di obbedienza e di sacrificio, come un docile "agnello" che si offre per tutti noi.

"Un Agnello, come immolato"
Il richiamo all'"agnello" è esplicito nel brano del Vangelo odierno e mi sembra costituire il punto centrale di tutta la ricca testimonianza di Giovanni Battista che, "vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele"" (Gv 1,29-31).
Anche il giorno successivo il Battista, che stava lungo il Giordano con due dei suoi discepoli, "fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'Agnello di Dio"" (v. 36).
Che questo simbolo "cristologico" sia particolarmente gradito al quarto Evangelista risulta anche dall'ampio uso che ne fa nell'Apocalisse: "Poi vidi ritto in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi, un Agnello, come immolato..." (Ap 5,6-14; cf 6,1-17, ecc.).
Che cosa precisamente intendesse dire Giovanni con questa immagine, non è del tutto chiaro.
C'è chi ci vede un riferimento all'agnello pasquale, mediante l'offerta del quale Israele intendeva non solo rievocare la sua antica liberazione ma anche riattualizzarla anno per anno (Es 12,1-28). Altri poi pensano all'oblazione quotidiana, mattina e sera, di un agnello nel tempio (Es 29,38-46). C'è, infine, chi ci vede un riferimento al "Servo" sofferente di Jahvè, di cui è detto che "maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca" (Is 53,7). Questo ravvicinamento al "Servo" di Jahvè sarebbe anche facilitato se fosse vera, come noi riteniamo, l'ipotesi, avanzata da qualche studioso, di un doppio significato del termine aramaico talj¯a: quello di "agnello" e di "servo" nello stesso tempo.
Più che l'uno o l'altro di questi significati, però, c'è da pensare che l'Evangelista volesse richiamarli tutti e tre alla mente dei suoi lettori, perché in realtà Cristo è nello stesso tempo il "Servo sofferente" che, con la sua immolazione "fatta una volta per sempre", compie e realizza la "Pasqua" definitiva.

"Egli è apparso per togliere i peccati"
Al di là della immagine dell'Agnello, è interessante anche notare la "missione" che Giovanni Battista gli attribuisce: "Ecco colui che toglie il peccato del mondo", e che di nuovo ci convince della esattezza della nostra interpretazione: è la globalità dei significati sopra ricordati che bisogna dare al termine "agnello".
Il verbo qui adoperato ("togliere", in greco hairein) ha, anch'esso, un significato polivalente: può voler dire "portare, prendere sulle proprie spalle" e anche "togliere di mezzo, levare".
Più che scegliere fra l'uno e l'altro, per il gusto che gli studiosi hanno scoperto in Giovanni di condensare in un solo termine più significati, anche qui c'è da pensare che Gesù ha realizzato ambedue le cose: "prendendo sulle sue spalle" i nostri peccati, li ha anche cancellati, li ha "tolti di mezzo", inaugurando così il tempo della "santità" vera e indicando ai suoi discepoli lo stile della loro vita. Un passo della prima lettera di Giovanni ci sembra che confermi questa interpretazione: "Voi sapete che egli è apparso per togliere i peccati e che in lui non c'è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non lo ha visto, né lo ha conosciuto" (3,5-6).
Di nuovo, la coincidenza con il Servo di Jahvè è perfetta, perché proprio di lui, che "come agnello viene condotto al macello", Isaia dice che "ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i peccatori" (Is 53,12). Una missione di salvezza universale ("il peccato del mondo") quella del Servo, che egli assolve nella umiltà, nella docilità, nella innocenza, dandosi gratuitamente per gli altri.
Cristo però non ci ha salvati una volta per tutte: egli ha voluto rendere "attuale" in ogni momento della storia e per ogni uomo la sua salvezza. È quanto fa donandoci il suo Spirito, anzi "immergendoci" (questo vuol dire "battezzare") in lui, come testimonia ancora Giovanni Battista: "Ho visto lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e testimoniato che questi è il Figlio di Dio" (Gv 1,32-34).
In queste parole c'è indubbiamente un riferimento al Battesimo istituito da Gesù e che supera quello di Giovanni, ma c'è soprattutto un rimando a quella inondazione o "immersione" nello Spirito, che è il dono "permanente" che il Cristo risorto fa alla sua Chiesa, proprio secondo la testimonianza del quarto Vangelo: "Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Queste cose egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato" (Gv 7,37-39).
Era necessario, dunque, che l'Agnello fosse sgozzato perché "sgorgassero" e arrivassero a noi i doni della salvezza, e fra questi soprattutto il dono dello Spirito, che brucia e lava nello stesso tempo "il peccato del mondo". Non per nulla Giovanni, quasi al termine del suo Vangelo, ci ricorderà che a Cristo, già morto sulla croce, non furono "spezzate" le gambe, "ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua... Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso" (Gv 19,34.36).
Questa ultima prescrizione riguardava appunto l'agnello pasquale (cf Es 12,46): per Giovanni, dunque, Cristo è "l'Agnello di Dio" che si immola sulla Croce, liberando per sempre gli uomini dalla schiavitù del peccato con il dono permanente del suo Spirito, che è essenzialmente "Spirito di santificazione" (cf Rm 1,4).
Certo, è una "cristologia" troppo alta, questa, per il Battista: Giovanni gli ha imprestato la propria, aiutando così anche noi a penetrare più a fondo nel mistero del Cristo.

"Io ti renderò luce delle nazioni"
In ogni modo, il Battista doveva essere almeno parzialmente avviato alla comprensione di questo mistero proprio dalla conoscenza dei famosi quattro canti del "Servo di Jahvè", a cui abbiamo fatto riferimento e di cui la Liturgia odierna ci fa leggere parte del secondo.
È il Servo che parla e annuncia agli uomini la missione di salvezza, affidatagli da Jahvè: "Il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno / per ricondurre a lui Giacobbe / e a lui riunire Israele..., / mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo / per restaurare le tribù di Giacobbe / e ricondurre i superstiti di Israele. / Io ti renderò luce delle nazioni, / perché porti la mia salvezza / fino alla estremità della terra" (Is 49,5-6).
L'opera del Servo non si limita dunque a Israele, ma si estende a tutte le genti, "fino all'estremità della terra".
Per quanto riguarda Israele, è evidente che il Profeta si riferisce al ritorno degli Ebrei, quelli ancora "superstiti" (v. 6), dalla schiavitù babilonese e alla loro volontà di "restaurazione" sia della Città santa che della nazione intera.
Per quanto riguarda invece le "nazioni", la "salvezza" sarà soprattutto di carattere spirituale: come una grande "luce", che apporterà loro la conoscenza dell'unico vero Dio e del suo inviato, Cristo Signore. Così, infatti, saluterà il vecchio Simeone quel piccolo fanciullo, che i genitori presentarono in quel giorno, come se fosse uno fra i tanti, al Tempio: "Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,32).
E di Cristo, luce e salvezza, hanno bisogno, oggi più che mai, tutti gli uomini, i vicini e i lontani, i credenti e i non credenti.
Si pensi soltanto a certi problemi che gli uomini sembrano incapaci di risolvere e che riguardano la sopravvivenza stessa dell'umanità: l'uso di armi potenti e micidiali che potrebbero provocare in un istante la desolazione di intere nazioni; la crescita demografica che in certe nazioni rischia di risucchiare tutte le loro risorse economiche e che non può essere certamente frenata con metodi che offendono la dignità e la libertà dell'uomo; la violenza che insanguina le nostre città, diventate facile nascondiglio e vivaio, nello stesso tempo, di imprevedibili assassini, e che tutte le misure di polizia non riescono né a prevenire né a reprimere; la disoccupazione che funesta un po' tutto il mondo e sembra collegata sia con vizi di struttura, sia con l'incapacità di controllare perfino i disumanizzanti meccanismi di produzione che abbiamo messo in moto; la diffusione preoccupante della droga, che fa strage soprattutto fra i giovani; la crisi di valori fondamentali, quali il rispetto della vita propria e altrui, lo spirito di sacrificio, la solidarietà soprattutto verso i deboli e i sofferenti, il senso della famiglia, ecc.
È soltanto una scarna esemplificazione di difficoltà che attanagliano gli uomini di oggi e che essi non sanno, e forse non sapranno giammai risolvere. E questo non tanto e solo perché sembrano sfidare e superare la nostra stessa intelligenza e la nostra abilità, ma soprattutto perché nascono dal "peccato" che è in noi, che oscura la limpidità del nostro ragionamento e la sincerità del nostro cuore.
Ecco perché solo Cristo può salvare il "mondo": perché lui soltanto è capace di "togliere" dal cuore dell'uomo la radice di ogni male, cioè "il peccato". Si noti il singolare con l'articolo (he amartía: Gv 1,29): non è qualche peccato, ma la "peccaminosità" in quanto tale, che Cristo è venuto a "togliere" dal mondo facendosi "Agnello" sgozzato per tutti noi.
"Redentore del mondo!... In Gesù Cristo il mondo visibile, creato da Dio per l'uomo - quel mondo che, essendovi entrato il peccato, "è stato sottomesso alla caducità" (Rm 8,20) - riacquista nuovamente il vincolo originario con la stessa sorgente divina della Sapienza e dell'Amore. Infatti, Dio "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16). Come nell'uomo-Adamo questo vincolo è stato infranto, così nell'uomo-Cristo esso è stato di nuovo riallacciato... Cristo, Redentore del mondo, è colui che è penetrato, in modo unico e irripetibile, nel mistero dell'uomo ed è entrato nel suo "cuore"".1
In tal modo ci ha anche insegnato la via che tutti noi dobbiamo seguire per realizzare, con il suo aiuto, la nostra "salvezza", sia spirituale che materiale: la via dell'amore che si sacrifica per gli altri, il candore dell'innocenza e della mansuetudine.

Da: CIPRIANI Settimio,

sabato 7 gennaio 2017

GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE - Basilio il Grande, Esamerone, 2,7


GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE 

"E Dio disse: «Sia la luce» (Gen 1,3)! La prima parola di Dio creò la luce, dissipò le tenebre, allontanò la tristezza, illuminò il cosmo, rivestì ogni cosa di un aspetto gradevole e giocondo.
Apparve, infatti anche il cielo, prima nascosto nelle tenebre; apparve la sua bellezza, tanto grande come anche adesso gli occhi possono testimoniare. L’aria stessa brillava, o meglio tratteneva in sé tutta la luce, inviandone grandiose inondazioni per tutta la sua estensione. Attraverso l’aria, infatti, la luce giunse, in alto, sino all’etere e al cielo; in latitudine, illuminò tutte le regioni del mondo: da quella boreale a quella australe, dall’oriente all’occidente; tutto nel breve spazio di un momento.
L’atmosfera, infatti, è così sottile e trasparente che la luce, per attraversarla non ha bisogno di alcun intervallo di tempo. Come il nostro sguardo percepisce immediatamente gli oggetti sui quali si posa, con altrettanta rapidità, in un tempo che nessuno potrebbe immaginarsi più breve, l’atmosfera accoglie dappertutto i raggi della luce. 
Dopo l’apparizione della luce, anche il cielo divenne più giocondo e le acque più limpide, non soltanto accogliendo la luce, ma anche riflettendola in ogni punto con innumerevoli scintillii. 
La parola divina donò ad ogni cosa un aspetto bellissimo e piacevolissimo. Come coloro che, immergendosi, versano dell’olio in fondo all’acqua, per rischiarare quel punto; allo stesso modo il Creatore, non appena ebbe parlato, subito recò al mondo la grazia della luce. 
«Sia la luce». E il comando era subito attuato, così fu creato qualcosa di cui la mente umana non può immaginare nulla di più giocondo e di più bello. 
Quando poi parliamo della voce o della parola o del comando di Dio, non intendiamo affermare che la parola divina costituisca un suono emesso attraverso le corde vocali né una quantità d’aria regolata dalla lingua; riteniamo, invece, che, in modo più comprensibile per coloro che vengono istruiti, essa rappresenti l’impulso della volontà divina, significato sotto la forma del comando. 
E Dio vide che la luce era bella (Gen 1,4). Quali lodi potremmo noi mai pronunciare, che siano degne della luce, dal momento che il Creatore stesso l’ha riconosciuta bella fin dal principio?" 

Basilio il Grande, Esamerone, 2,7