venerdì 9 dicembre 2016

Altar above the Star of Bethlehem in the crypt under the Church of Nativity

11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO


11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA - AVVENTO A | APPUNTI PER LA LECTIO

"Sei tu colui che deve venire,o dobbiamo attenderne un altro?"
Il Natale già bussa alle porte e la sua luce incomincia ad avvolgerci nel suo splendore: di qui il senso di "gioia" che pervade tutta la Liturgia di questa terza Domenica d'Avvento. L'antifona d'ingresso, infatti, fa riecheggiare il commosso invito di Paolo ai cristiani di Filippi: "Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino" (Fil 4,4-5). Anche la colletta vuol ravvivare gli stessi sentimenti di attesa e di esultanza nel cuore dei credenti: "Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza".
Le letture bibliche si muovono nella stessa linea, ovviamente su uno sfondo più articolato e più ricco di pensieri, proprio perché la loro composizione originaria intendeva cogliere situazioni concrete, diverse dalle nostre. Rimane però in esse predominante il motivo della "gioia", giustificata dal fatto che Dio e la sua salvezza sono ormai vicini: "Coraggio. Non temete; ecco il vostro Dio... Egli viene a salvarvi" (Is 35,4).
Non si tratta dunque di una "gioia" superficiale, o puramente emotiva davanti a qualcosa che ci impressiona o ci esalta; ma di una gioia profonda che ci tocca nell'intimo del nostro essere, perché il suo motivo non sta fuori ma dentro di noi. È la gioia del sentirsi "salvati" dal Cristo che ci viene incontro e ci strappa dalle potenze del male e della morte; una gioia più donata, perciò, che conquistata; una gioia che è già essa stessa "frutto" e "segno" della salvezza. Per questo, forse solo i grandi santi vivono in un mare di gioia, pur in mezzo alle difficoltà e ai dolori della vita: si pensi a san Paolo, a san Francesco, a papa Giovanni, a Madre Teresa di Calcutta. "Egli viene e con lui che viene, viene la gioia. Se lo vuoi, ti è vicino. Ti parla anche se non gli parli; se non l'ami, ti ama ancora di più. Se ti perdi, viene a cercarti; se non sai camminare, ti porta. Se tu piangi, sei beato per lui che ti consola" (don Primo Mazzolari).

"Si rallegrino il deserto e la terra arida"
La prima lettura fa parte della cosiddetta "piccola apocalisse" di Isaia (cc. 34-35), in cui si trova una descrizione degli ultimi terribili combattimenti che il Signore dovrà sostenere contro le nazioni e in modo particolare contro Edom (c. 34), seguita dall'annuncio festoso della restaurazione di Gerusalemme in tutto il suo antico splendore (c. 35).
Certamente il Profeta, che tradisce evidenti contatti con il Deutero-Isaia (40,29-31; 41,19, ecc.), ha davanti a sé il quadro della Città santa devastata dal nemico, ridotta a una desolante solitudine, popolata solo da sciacalli (35,7). Improvvisamente però il quadro cambia e la città torna a "rifiorire" con il ritorno dei suoi figli dai luoghi dell'esilio. Qualcuno stenta perfino a credere che la vita possa riprendere in una città come quella; è troppo demoralizzato per i rovesci nazionali fin qui subiti. Soprattutto a questi "smarriti di cuore" è diretta la parola confortatrice del Profeta.
Il brano di oggi è tutto un "giubilo" che afferra gli uomini e le cose. La "salvezza" di Dio riguarda direttamente soltanto i "riscattati" che ritornano da lontano (v. 10), e che egli raduna dai luoghi della schiavitù e dell'esilio; però di fatto sembra afferrare tutta la creazione che viene come trasfigurata, come dicono le molteplici immagini poetiche del testo: il deserto che fiorisce e si riveste della "gloria del Carmelo", cioè di alberi verdeggianti e ombrosi; "la terra bruciata" che "diventerà una palude", e il suolo riarso che "si muterà in sorgenti di acqua" (v. 7).
Per rendere ancora più plastica l'idea della "salvezza", che produce a sua volta la "gioia", il Profeta ci parla di ciechi che vedono, di sordi che odono, di muti che parlano: "Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (v. 6). Sono immagini per dire che la salvezza afferra tutto l'uomo, anche nella sua parte corporea: la "malattia" infatti, di qualsiasi genere, sta ad accusare una situazione di squilibrio nella creazione e nei rapporti delle singole parti con il tutto. Non solo questo, però: le immagini stanno anche a dire come siano "mescolate" la gioia e la salvezza. È la salvezza che fa qui esplodere la gioia, o è la gioia che dilata la salvezza, allargandola anche a certe situazioni che noi saremmo tentati di considerare irrecuperabili? Il "miracolo" (si pensi ai "ciechi" e ai "sordi" guariti da Gesù!) è il segno di una salvezza che va molto al di là dei confini di quello che noi riteniamo normale: perciò, quando avviene, esso provoca stupore e gioia nello stesso tempo.

"Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete..."
È quanto si ricava dal brano di Vangelo di Matteo (11,2-11), in cui si descrive l'ambasceria di Giovanni Battista in prigione per sapere se Gesù era il Messia che "doveva venire". È una pagina non facile, questa, che però a noi interessa sia per il clima di attesa che presuppone e provoca nello stesso tempo, sia perché ci ripropone la figura del Battista in quanto è anche per tutti noi colui che "prepara la via del Signore" (cf Mt 3,3).
Ci stupisce tuttavia di ritrovarlo qui in atteggiamento quasi dubbioso nei riguardi di Cristo: infatti, mentre era in carcere, "avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?"" (Mt 11,2-3). Pur non essendo questa ultima una designazione propriamente messianica,1 di fatto qui nel contesto indica il Messia: anche in 3,11 Giovanni aveva parlato di "uno che viene dopo di me ed è più potente di me". Che si tratti di un atteggiamento dubbioso di Giovanni mi sembra che non si possa negare, dal momento che la risposta di Gesù si chiude proprio con un invito a "non scandalizzarsi" di lui (v. 6).
Che cosa c'era, allora, in Gesù che aveva "scandalizzato" Giovanni? Probabilmente il fatto che egli non si era ancora manifestato come il giudice escatologico, che adopera il "ventilabro", "pulisce" la sua aia e "brucia la pula con un fuoco inestinguibile" (Mt 3,12). Il Messia che Giovanni aspettava doveva essere più energico e più deciso nell'instaurare il regno di Dio! Direi che anche Giovanni era tentato di "suggerire" a Dio quello che è meglio per l'avvento del suo regno! D'altra parte, lui si trovava in quel momento in prigione nella fortezza di Macheronte:2 non poteva il Messia far proprio nulla per lui, che l'aveva "annunciato" ad Israele?
Se questa interpretazione è giusta, c'è da dire che Giovanni Battista ci aiuta ad andare incontro a Cristo senza schemi precostituiti: dobbiamo accettare Gesù come è e come si presenta, non come lo vorremmo. Si pensi, in concreto, allo "scandalo" che suscita ancora in noi il fatto che Gesù sia nato nello squallore di una stalla, condannando così la nostra ricerca del benessere, della sicurezza economica, del prestigio sociale, dell'affermazione, del successo. Sarebbe certo più comodo, per tutti noi, un Messia con i segni della potenza che con quelli dell'umiltà e della debolezza!
Eppure, a saperli leggere, quelli che sembrano i "segni" della debolezza manifestano anche più fortemente la potenza di Dio. È quanto Gesù risponde ai messi del Battista: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me" (vv. 5-6).
È evidente in queste parole di Gesù il riferimento ad alcuni testi di Isaia (26,19; 29,18; 61,1), fra cui un passo che abbiamo ascoltato proprio nella prima lettura (Is 35,5-6). Prima che Messia "giudice", Gesù è Messia "salvatore" e "liberatore". E proprio perché tale, egli si avvicina alla gente più povera e abbandonata, quelli su cui, oltre che l'ingiustizia degli uomini, sembra che si sia accanita anche la sciagura o la malasorte: i ciechi, gli storpi, i lebbrosi, i sordi, i poveri, perfino i morti. È vero che i "miracoli" che egli compie su di loro sono anche gesti di "potenza"; ma per lui sono soprattutto gesti di amore, di partecipazione, di salvezza, di immersione nella massa degli infelici. Egli sarà anche giudice "escatologico", ma prima deve essere colui che "prende le nostre infermità e si addossa le nostre malattie" (Mt 8,17; cf Is 53,4). Per questo Giovanni è invitato a rileggere meglio i "segni" messianici proposti da Gesù, che coincidono in pieno con il messaggio dei Profeti, e non avrà più motivo di "scandalizzarsi" di lui!
L'episodio porge l'occasione a Gesù di tessere l'elogio di Giovanni Battista, mentre i suoi discepoli se ne ritornano dal maestro. "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: "Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te". In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui" (vv. 7-11).
La "grandezza" di Giovanni sta certo nella sua forza d'animo e nel suo spirito di austera penitenza, per cui egli non è né una "canna sbattuta dal vento", né un rammollito cortigiano; soprattutto però sta nel fatto di essere il "precursore" del Messia, come risulta da due passi dell'Antico Testamento, uno ripreso dall'Esodo (23,20) e l'altro dal profeta Malachia (3,1), che Gesù combina insieme per farne vedere la realizzazione in Giovanni. Nel primo si parla del Signore che manderà il suo "messaggero" a fare da guida al popolo di Israele nel cammino verso la terra promessa; nel secondo Dio promette che farà precedere la sua venuta finale da un messaggero che prepari gli uomini ad accoglierlo. Proprio per questa missione così alta Giovanni è il più grande di tutti "i nati di donna" (v. 21), quantunque di fatto egli non appartenga al "regno", che solo con Cristo si realizza: i tempi del regno trascendono totalmente quelli che lo hanno preceduto e preparato. Infatti, "il più piccolo nel regno dei cieli è più grande" dello stesso Giovanni Battista!
Ma non per questo la sua gioia è stata diminuita. Suo compito era di annunciare la venuta dello Sposo, e questo è ciò che ha fatto: "Chi possiede la sposa, è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire" (Gv 3,29-30).

"Fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore"
Una gioia, quella di Giovanni, che si compie nell'attesa, nonostante le incertezze e perfino i dubbi che possono sopraffarci. Talvolta, infatti, l'attesa appare sterile o dispersiva, e i "segni" che dovrebbero annunciarla sbiadiscono, o addirittura sembrano significare qualcosa di diverso. È proprio in queste situazioni, che poi costituiscono la trama della nostra vita, che il cristiano non si smarrisce: la sua attesa si fa "pazienza", cioè disponibilità ad attendere i tempi di Dio, che maturano lentamente.
È quanto san Giacomo ricordava ai suoi lettori, i quali dovevano fremere nell'attesa impaziente del "giudizio" di Dio sopra i ricchi che angariavano i poveri: "Fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina" (Gc 5,7-8).
L'immagine dell'agricoltore è preziosa, perché ci fa vedere il dinamismo della "pazienza" cristiana: essa non è fatalistica rassegnazione, ma collaborazione operosa e tenace con Dio perché si attui in noi e nel mondo il suo disegno di salvezza. E proprio in questo c'è una grande gioia: nel sapere che, nonostante tutto, Dio fa camminare la storia e "avvicina" i tempi del suo amore e del suo giudizio!

Settimio CIPRIANI  (+)

giovedì 8 dicembre 2016

PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA - GIUDA E LA PECORA SMARRITA


PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA - GIUDA E LA PECORA SMARRITA

NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
Martedì, 5 dicembre 2016 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.281, 07/12/2016) 

Il «lieto annuncio del Natale» è che «viene il Signore con la sua potenza», ma soprattutto che quella potenza «sono le sue carezze», la sua «tenerezza». Una tenerezza che, come il buon pastore con le pecore, è per ognuno di noi: Dio non dimentica mai nessuno di noi, neanche se ci fossimo tragicamente «smarriti» come accadde a Giuda il quale, perso nel suo «buio interiore», è in qualche modo il prototipo, l’«icona» della pecorella della parabola evangelica.
Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 6 dicembre, Papa Francesco è entrato nel cuore di questo «lieto annuncio» di fronte al quale, si legge nella liturgia del giorno, siamo chiamati a «sincera esultanza». E «davanti al Natale — ha detto il Pontefice — chiediamo questa grazia di ricevere questo lieto annuncio con sincera esultanza e di rallegrarci», ma anche «di lasciare che il Signore ci consoli». Perché, si è chiesto, nella liturgia si parla anche di consolazione? Perché, è stata la sua risposta, «viene il Signore e quando viene il Signore tocca l’anima con questi sentimenti». Infatti «lui viene come un giudice, sì, ma un giudice che carezza, un giudice che è pieno di tenerezza» e «fa di tutto per salvarci». Dio, ha continuato, «giudica con amore, tanto, tanto, tanto che ha inviato suo figlio, e Giovanni sottolinea: non a giudicare ma a salvare, non a condannare ma a salvare». Perciò «sempre il giudizio di Dio ci porta a questa speranza di essere salvati».
Andando più in profondità nella meditazione, il Papa ha preso come riferimento il vangelo del giorno, nel quale Matteo (18, 12-14) parla del buon pastore. Questo giudice «che carezza» e che viene «a salvare», ha detto Francesco, ha «l’atteggiamento del pastore: “Cosa vi pare? Se una delle sue pecore si smarrisce, non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?”». Anche il Signore, quando viene, «non dice: “Ma, faccio i conti e ne perdo una, 99... è ragionevole...”. No, no. Una è unica». Il pastore infatti, non possiede semplicemente 99 pecore, ma ne «ha una, una, una, una, una...»: cioè «ognuna è diversa». Ed egli «ama ognuna personalmente. Non ama la massa indistinta. No! Ci ama per nome, ci ama come siamo».
Seguendo il filo dell’analogia, il Pontefice ha spiegato che quella pecora smarrita il pastore «la conosceva bene», non si era persa, «conosceva bene il cammino»: si era persa «perché aveva il cuore smarrito, aveva il cuore malato. Era accecata da qualcosa interiore e, mossa da quella dissociazione interiore, fuggì al buio per sfogarsi». Ma «non era una ragazzata quella che ha fatto lei... È scappata: una fuga proprio per allontanarsi dal Signore, per saziare quel buio interiore che la portava alla doppia vita», a «essere nel gregge e scappare dal buio, nel buio». Ed ecco il messaggio consolatorio: «Il Signore conosce queste cose e lui va a cercarla».
È a questo punto che Papa Francesco ha introdotto un altro elemento nella sua meditazione: «Per me, la figura che più mi fa capire l’atteggiamento del Signore con la pecora smarrita è l’atteggiamento del Signore con Giuda. La pecora smarrita più perfetta nel Vangelo è Giuda». Egli infatti, ha ricordato il Pontefice, è «un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore, qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco»: un uomo che non conosceva «la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri». E giacché questa “pecora” «non era soddisfatta», allora «scappava».
Giuda, ha detto il Papa, «scappava perché era ladro», altri «sono lussuriosi» e ugualmente «scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge». Siamo di fronte a «quella doppia vita» che è «di tanti cristiani» e anche — ha aggiunto «con dolore» — di «preti» e «vescovi». Del resto, anche «Giuda era vescovo, era uno dei primi vescovi...».
Quindi anche Giuda è una «pecora smarrita» ha concluso Francesco aggiungendo: «Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”».
Si tratta di una realtà alla quale anche i cristiani di oggi non sono estranei. Perciò «anche noi dobbiamo capire le pecore smarrite». Infatti, ha sottolineato il Papa, «anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite». Dobbiamo quindi capire che «non è uno sbaglio quello che ha fatto la pecora smarrita: è una malattia, è una malattia che aveva nel cuore» e di cui il diavolo approfitta. Riprendendo il paragone usato in precedenza, il Pontefice ha ripercorso gli ultimi momenti della vita di Giuda: «quando è andato al tempio a fare la doppia vita», quando ha dato «il bacio al Signore all’orto», e poi «le monete che ha ricevuto dai sacerdoti...». E ha commentato: «non è uno sbaglio. Lo ha fatto... Era nel buio! Aveva il cuore diviso, dissociato. “Giuda, Giuda...». Perciò si può dire che egli «è l’icona della pecora smarrita».
Gesù, «il pastore, va a cercarlo: “Fa’ quello che devi fare, amico”, e lo bacia». Ma Giuda «non capisce». E alla fine, quando si rende conto di «quello che la propria doppia vita ha fatto nella comunità, il male che ha seminato, col suo buio interiore, che lo portava a scappare sempre, cercando luci che non erano la luce del Signore» ma «luci artificiali», come quelle degli «addobbi di Natale», quando capisce tutto questo, alla fine «si è disperato». Ed è quello che accade «se le pecore smarrite non accettano le carezze del Signore».
Ma c’è ancora un ulteriore livello di profondità al quale è scesa la riflessione del Papa. Il quale, facendo notare che «il Signore è buono, anche per queste pecore» e non smette mai di andare a cercarle», ha evidenziato una parola che ritroviamo nella Bibbia, «una parola che dice che Giuda si è impiccato, impiccato e “pentito”». E ha commentato: «Io credo che il Signore prenderà quella parola e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare». Soprattutto ha sottolineato: «Ma quella parola cosa significa? Che fino alla fine l’amore di Dio lavorava in quell’anima, fino al momento della disperazione». Ed è proprio questo, ha detto chiudendo il cerchio della sua riflessione, «l’atteggiamento del buon pastore con le pecore smarrite».
Ecco allora «l’annuncio» di cui si parlava all’inizio dell’omelia, «il lieto annuncio che ci porta il Natale e che ci chiede questa sincera esultanza che cambia il cuore, che ci porta a lasciarci consolare dal Signore e non dalle consolazioni che noi andiamo a cercare per sfogarci, per fuggire dalla realtà, fuggire dalla tortura interiore, dalla divisione interiore». Il «lieto annuncio», la «sincera esultanza», la «consolazione», il «rallegrarsi nel Signore» scaturiscono dal fatto che «viene il Signore con la sua potenza. E quale è la potenza del Signore? Le carezze del Signore!». È come il buon pastore che «quando ha trovato la pecora smarrita non l’ha insultata, no», anzi, le avrà detto: «Ma hai fatto tanto male? Vieni, vieni...». E allo stesso modo, «nell’orto degli ulivi» cosa ha detto alla “pecora smarrita”, Giuda? Lo ha chiamato «amico. Sempre le carezze».
Di fronte a tutto ciò il Papa a questo punto ha affermato: «Chi non conosce le carezze del Signore non conosce la dottrina cristiana. Chi non si lascia carezzare dal Signore è perduto». Ed è proprio «questo il lieto annuncio, questa è la sincera esultanza che noi oggi vogliamo. Questa è la gioia, questa è la consolazione che cerchiamo: che venga il Signore con la sua potenza, che sono le carezze, a trovarci, a salvarci, come la pecora smarrita e a portarci nel gregge della sua Chiesa».
La conclusione è stata, come di consueto, una preghiera: «Che il Signore ci dia questa grazia, di aspettare il Natale con le nostre ferite, con i nostri peccati, sinceramente riconosciuti, di aspettare la potenza di questo Dio che viene a consolarci, che viene con potere, ma il suo potere è la tenerezza, le carezze che sono nate dal suo cuore, il suo cuore tanto buono che ha dato la vita per noi».

mercoledì 7 dicembre 2016

Madonna del Parto, Chiesa di S. Pietro, Leonessa (Italy)

SERMONI PER L’AVVENTO - BERNARDO DI CHIARAVALLE


SERMONI PER L’AVVENTO - BERNARDO DI CHIARAVALLE

SERMONE I

Sei circostanze dell’Avvento
1. Oggi, fratelli, celebriamo l’inizio dell’Avvento. Questo nome, come quello delle altre solennità, è abbastanza celebre e noto al mondo, ma il suo significato non è forse altrettanto conosciuto. Infatti, i poveri figli di Adamo, trascurando di studiare le cose importanti e salutari, cercano piuttosto le cose caduche e transitorie. A chi paragoneremo gli uomini di questa generazione (Mc 4, 30; Lc 7, 31) che vediamo incapaci di staccarsi e separarsi dalle consolazioni terrene e caduche? Sono certamente simili a quei naufraghi che, in procinto di venir sommersi dalle acque, si aggrappano a qualsiasi cosa, la prima che capiti loro tra mano, e la tengono fortemente stretta, anche se si tratta di cose che in nessun modo possono portare aiuto (Is 30, 5), come radici di erbe e cose simili.
E se qualcuno viene in loro aiuto, capita talvolta che lo trascinano con sé, sicché non può più aiutare né loro, né se stesso. Così periscono in questo mare grande e spazioso (Sal 104 (103), 25), così periscono i miseri, mentre, seguendo le cose periture, perdono quelle solide, attaccandosi alle quali potrebbero riemergere e salvare la loro vita (Gc 1, 21). Non infatti della vanità, ma della verità è detto: La conoscerete ed essa vi farà liberi (Gv 8, 32). Voi dunque, fratelli, ai quali, in quanto piccoli, Dio rivela quelle cose che tiene nascoste ai sapienti e prudenti (Mt 11, 25), occupatevi di quelle cose che sono veramente salutari, facendone oggetto dei vostri assidui pensieri. Riflettete con cura al significato di questo avvento, investigando chi sia colui che viene, donde venga, dove vada, che cosa venga a fare, quando e per quale via egli venga. Certamente è questa una curiosità degna di lode e salutare: infatti la Chiesa universale non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione, se non si nascondesse in esso un qualche grande sacramento (Ef 5, 32).
2. Innanzitutto pertanto, insieme con l’Apostolo, pieno di stupore e di ammirazione (At 2, 12), considerate anche voi la grandezza di costui che viene: egli è infatti, secondo la testimonianza di Gabriele, il Figlio del Dio Altissimo (Lc 1, 32), e conseguentemente Altissimo anche lui. Non possiamo infatti pensare ad un Figlio di Dio degenere, ma dobbiamo confessarlo di uguale altezza e della medesima dignità. Chi non sa infatti che i figli di principe sono anch’essi principi, e i figli di re sono re anch’essi? Ma perché mai delle tre Persone che crediamo e confessiamo e adoriamo nell’eccelsa Trinità, non il Padre, non lo Spirito Santo, ma il Figlio è venuto? Io penso che questo sia stato fatto non senza una ragione. Ma chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore. O chi mai è stato suo consigliere (Rm 11, 34)? E certamente non fu senza il consiglio della Trinità che venisse il Figlio; e se consideriamo la causa del nostro esilio, forse possiamo capire, almeno un poco, come fosse conveniente che fosse soprattutto il Figlio a liberarci. Lucifero infatti, che si levava al mattino (Is 14, 12), per il fatto di aver tentato di usurpare la somiglianza dell’Altissimo, e di essersi attribuito ingiustamente di essere uguale a Dio (Fil 2, 6), il che è prerogativa del Figlio, venne punito all’istante e precipitato nell’inferno (Is 14, 12), perché il Padre vendicò l’onore del Figlio, e fu come dicesse: A me la vendetta, io darò il dovuto castigo (Rm 12, 19). E subito avresti potuto vedere Satana che come fulmine cadeva dal cielo (Lc 10, 18). Come osi insuperbirti tu, terra e cenere (Sir 10, 9)? Se Dio non ha perdonato agli angeli insuperbiti (Rm 11, 21), quanto più userà lo stesso rigore a tuo riguardo, putredine e verme (Sir 19, 3) che sei. Lucifero non ha fatto nulla, nessuna azione esterna: ha solo avuto un pensiero di superbia e in un istante, in un batter d’occhio (1 Cor 15, 52) fu irreparabilmente precipitato, perché, secondo il Profeta, egli non stette nella verità (Gv 8, 44).
3. Fuggite la superbia, fratelli miei, ve ne prego; fuggitela con orrore. La superbia è alla base di ogni peccato, essa che ha sprofondato nelle tenebre eterne (Gb 3, 9) così velocemente lo stesso Lucifero che rifulgeva più splendido di tutte le stelle, e da primo degli angeli lo mutò in diavolo. E così, subito ardente d’invidia per l’uomo, ingenerò in lui l’iniquità che aveva concepito in se stesso (Gb 15, 35; Sal 7, 15), persuadendolo a mangiare il frutto proibito, per diventare così simile a Dio, mediante la conoscenza del bene e del male (Gen 3, 5-6). Che cosa offri, che cosa prometti, disgraziato, dal momento che il Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32) ha la chiave della scienza (Lc 11, 52), anzi, è egli stesso la chiave, la chiave di Davide che chiude e nessuno può aprire (Ap 3, 7)? In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3); tu saresti capace di rubarli per darli all’uomo? Vedete che veramente, come dice il Signore, costui è bugiardo e padre della menzogna (Gv 8, 44). Fu infatti bugiardo quando disse: Sarò simile all’Altissimo (Is14, 14), e padre della menzogna allorché trasfuse anche nell’uomo il germe avvelenato della sua falsità, dicendo: Sarete come dei (Gen 3, 5). Anche tu, o uomo, vedendo un ladro, corri con lui (Sal 50 (49), 18). Avete notato fratelli, quello che è stato letto questa notte nel profeta Isaia, che riferisce le parole del Signore: I tuoi principi sono infedeli, ovvero, secondo un’altra versione: disobbedienti, compagni dei ladri (Is 1,23).
4. In realtà i nostri principi Adamo ed Eva, capostipiti della nostra razza, sono stati disobbedienti, soci di ladri; essi tentano per consiglio del serpente, anzi del diavolo che si serve del serpente, di rubare quello che appartiene al Figlio di Dio. E il Padre non dissimula l’ingiuria (Pr 12, 16) fatta al Figlio — egli infatti ama il Figlio (Gv 5, 20) —, ma subito anche nell’uomo vendica questa ingiuria (Dt 32, 43), e appesantisce la sua mano su di noi (Sal 32 (31), 4). Tutti infatti in Adamo abbiamo peccato (Rm 3, 23; 1 Cor 15, 22), e in lui tutti abbiamo ricevuto la sentenza di dannazione. Che cosa farà il Figlio vedendo che il Padre prende le sue difese, e non perdona ad alcuna delle sue creature? «Ecco, dice, per causa mia il Padre perde le sue creature. Prima l’Angelo ha ambito la mia eccellenza, e ha trovato compagni che lo seguissero; ma subito la gelosia del Padre si è scagliata contro di lui e contro i suoi seguaci, percuotendoli tutti con piaga incurabile (2 Mac 9, 5), con crudele castigo (Ger 30, 14). L’uomo ha voluto rubarmi anche la scienza, che appartiene a me, e neppure di lui ha avuto compassione (Dt 7, 16; Ez 16, 5), né gli ha perdonato. Dio si cura forse dei buoi (1 Cor 9, 9)? Aveva Dio fatto soltanto due nobili creature dotate di ragione, capaci di beatitudine, l’angelo cioè e l’uomo; ma per causa mia perse molti angeli e tutto il genere umano. Dunque, perché sappiano che anch’io amo il Padre (Gv 14, 31), riabbia per mezzo mio quelli che in qualche modo per causa mia sembra aver perduto. Se questa tempesta, dice Giona, è sorta per causa mia, prendetemi e buttatemi in mare (Gn 1, 12 sec. ant. vers.). Tutti mi portano invidia. Vengo, e tale mostro me stesso, che chiunque vorrà invidiarmi, chiunque desidererà di imitarmi, questa emulazione vada a bene suo. So tuttavia che gli angeli disertori si sono dati completamente alla malizia e alla nequizia (1 Cor 5, 8), e non hanno peccato per una qualche ignoranza o fragilità; perciò, non volendo essi pentirsi, è inevitabile che periscano. L’amore del Padre e l’onore del Re esigono la giustizia (Sal 99 (98), 4)».
5. Per questo infatti egli ha creato da principio gli uomini (Gen 1, 27-28; Mt 19, 4) affinché da essi fossero riempiti i posti rimasti vuoti, e venissero restaurate le rovine della (celeste) Gerusalemme (Is 61, 4). Sapeva infatti che per gli angeli era impossibile una via di ritorno. Conosce infatti la superbia di Moab (Is 16, 6; Ger 48, 29), che è grande, e non ammette rimedio di pentimento, e per questo esclude anche il perdono. Ma per gli uomini non ha creato nessuna creatura per sostituirli, dando a vedere con ciò che per l’uomo c’era ancora redenzione, essendo egli stato soppiantato dalla malizia altrui; per questo gli poteva giovare la carità di un altro. Così, Signore, ti supplico (Es 34, 9), ti piaccia di liberarmi (Sal 40 (39), 14) perché io sono infermo (Sal 6, 3), perché dalla mia terra sono stato dolorosamente strappato (Gen 40, 15), e buttato in questo carcere. Non del tutto innocente, a dire il vero, ma rispetto a colui che mi ha sedotto, un poco innocente. La menzogna mi è stata suggerita, o Signore: venga la verità, onde si scopra la falsità, e io conosca la verità, e la verità mi darà la libertà (Gv 8, 32), a condizione che, scoperta la falsità, io rinunzi completamente ad essa ed aderisca alla verità conosciuta. Diversamente non sarebbe più una umana tentazione (1 Cor 10, 13), né un peccato umano, ma sarebbe ostinazione diabolica: perseverare nel male, infatti, è cosa diabolica, e giustamente meritano di perire con il diavolo (Ap 12, 9) coloro che si ostinano nel peccato (Rm 6, 1).
6. Ecco, fratelli, avete sentito chi è colui che viene; considerate ora da dove venga, e dove vada. Viene egli dal cuore di Dio Padre nel grembo della Vergine Madre; viene dall’alto dei cieli (Sal 19 (18), 7) nelle inferiori parti della terra. E allora? Non dobbiamo anche noi vivere sulla terra (Bar 3, 38)? Certo, ma a condizione che vi rimanga anche lui. Dove mai infatti si può star bene senza di lui, o si sta male con lui? Chi altri avrò per me in cielo? fuori di te nulla bramo sulla terra, Dio del mio cuore e Dio è la mia sorte per sempre (Sal 73 (72), 25-26). Poiché, anche se dovessi camminare in mezzo alle ombre di morte, non temerò alcun male, se tu sei con me (Sal 23 (22), 4). Ma ora, come vedo, tu scendi sulla terra e agli stessi inferi (Sal 139 (138), 8), non come un prigioniero, ma come uno che è libero anche nell’inferno (Sal 88 (87), 6), come la luce che splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1, 5). Perciò la sua anima non viene lasciata negli inferi (Sal 16 (15), 10; At 2, 27), né il suo sacro corpo nella terra vede la corruzione. Il Cristo infatti che è disceso, è il medesimo che è asceso (Ef 4, 10), per dar compimento a tutto, e di lui è stato scritto: Passò facendo del bene e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo (At 10, 38), e altrove: Esulta come un prode che percorre la via, egli sorge da un estremo del cielo, e la sua corsa raggiunge l’altro estremo (Sal 19 (18), 6-7). Giustamente perciò esclama l’Apostolo: Cercate le cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio (Col 3, 1). Non vi sarebbe infatti stata ragione per invitarci a sollevare al cielo i nostri cuori, se non ci assicurasse che là risiede l’autore della nostra salvezza (Eb 2, 10). Ma vediamo ora quello che segue. Perché, sebbene la materia sia abbondante e si presti a molte considerazioni, la ristrettezza del tempo non consente di prolungare troppo il sermone. Considerando dunque chi è colui che viene, ci è apparsa la sua grande e ineffabile maestà (Sal 29 (28), 3). Osservando di dove venga, ci è apparsa una lunga via (1 Re 19, 7), secondo la testimonianza di colui che, prevenuto da spirito profetico, disse: Ecco, il nome del Signore viene da lontano (Is 30, 27). Guardando poi dove fosse diretto, è apparsa la inestimabile e del tutto impensabile degnazione, che tanta grandezza si sia degnata di scendere nell’orrore di questo carcere.
7. Ormai non c’è più dubbio che sia in gioco qualcosa di grande, se tanta maestà si è degnata di venire tanto da lontano e scendere in un luogo così indegno. E davvero si tratta di cosa grande, una grande misericordia, una profonda compassione, una carità immensa (Sal 86 (85), 13; Sir 17, 28 ecc). Che cosa pensiamo infatti sia venuto a fare? Questo è quanto dobbiamo chiarire secondo l’ordine che ci siamo proposti. E non abbiamo da faticare a questo riguardo, perché le parole di Cristo e le sue opere manifestano chiaramente lo scopo della sua venuta. È venuto cioè a cercare la centesima pecorella che si era smarrita (Mt 18, 12), scendendo con premura dai monti, ed è venuto per noi, affinché più apertamente sia lodato il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini (Sal 107 (106), 8.15.21). Grande degnazione che Dio venga in cerca dell’uomo, grande dignità dell’uomo così cercato! Di questa dignità se egli volesse gloriarsi, non sarebbe insipiente (2 Cor 12, 6); non che sembri essere qualcosa per se stesso, ma perché ne ha fatto tanto conto colui che lo ha creato. Tutte le ricchezze, tutta la gloria del mondo, infatti, e tutto quanto in esso è oggetto di bramosia, sono cose di nessun conto di fronte a questa gloria; anzi, è un nulla a paragone di essa. Signore, che cosa è un uomo perché te ne curi, un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero (Sal 144 (143), 3; Gb 7, 17)?
8. Tuttavia, vorrei sapere perché mai egli stesso è venuto a noi, e non piuttosto noi siamo andati a lui. Eravamo infatti noi che avevamo bisogno; e non è consuetudine dei ricchi andare ai poveri, anche se volessero farlo. È così, fratelli; era giusto che noi piuttosto andassimo da lui; ma vi erano due difficoltà. Erano offuscati infatti i nostri occhi (Gen 27, 1; 48, 10 ecc), egli invece abita la luce inaccessibile (1 Tm 6, 16); eravamo paralitici giacenti nella barella (Mt 9, 2), e non ci era possibile arrivare alla sua divina altezza. Per questo il benignissimo Salvatore e medico delle anime discese dalla sua altezza, e adattò il suo splendore all’infermità dei nostri occhi. Si rivestì di un corpo glorioso e immune da ogni macchia come di una lampada. Questo è quella lievissima e fulgentissima nuvola (Is 19, 1), sulla quale il Profeta aveva predetto che sarebbe salito per scendere in Egitto.
9. Ed è ormai da considerare anche il tempo nel quale è venuto il Salvatore. Venne infatti, penso che non lo ignorate, non all’inizio, non a metà, ma alla fine dei tempi. Né a caso, ma veramente con sapienza la Sapienza dispose (Sap 8, 1) di recare l’aiuto quando era maggiormente necessario, non ignorando che i figli di Adamo sono inclini all’ingratitudine. Veramente infatti calava la sera e il giorno volgeva al suo termine (Lc 24, 29), era quasi tramontato il Sole di giustizia (Mal 3, 20), sicché i suoi raggi davano poca luce, e poco calore irradiavano sopra la terra. Era difatti molto scarsa la luce della conoscenza di Dio, e abbondando l’iniquità, si era raffreddato il fervore della carità (Mt 24, 12). Non c’erano più apparizioni di angeli, non più parola di profeta; cessava la loro presenza, quasi vinti dalla disperazione, a causa della eccessiva durezza e ostinazione degli uomini. «Ma io, dice il Figlio, allora ho detto: Ecco, io vengo (Sal 40 (39), 8). Proprio così, mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente, o Signore, dal tuo trono regale è venuta (Sap 18, 14). Anche l’Apostolo a questo proposito dice: Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio (Gal 4, 4). La pienezza e l’abbondanza delle cose temporali aveva fatto dimenticare e trascurare le cose eterne. Venne dunque opportunamente l’eternità, quando maggiormente prevalevano le cose transitorie. Infatti, per accennare solo a questa, tanto grande fu anche la pace temporale in quel tempo, che bastò l’ordine di un solo uomo per fare il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1).
10. Conoscete ormai la persona di colui che viene e ambedue i luoghi, quello da cui e quello in cui è venuto. Non ignorate anche la causa e il tempo. Rimane da sapere la via per cui è venuto, e anche questa la dobbiamo diligentemente cercare, come conviene, onde possiamo andargli incontro (Mt 2, 7-8). C’è da notare tuttavia, che, se è venuto una sola volta sulla terra in carne visibile (1 Gv 4, 2) per compiere l’opera della salvezza (Sal 74 (73), 12), ogni giorno viene spiritualmente in modo invisibile per salvare le anime dei singoli (Gc 1, 21; 5, 20), come sta scritto: Spirito è davanti a noi Cristo Signore (Lam 4, 20 sec. ant. vers.). E perché sappiamo che questo spirituale avvento è occulto, dice: Alla sua ombra viviamo tra le genti (ibid.). Perciò se un infermo è incapace di andare incontro ad un tale medico per un tratto di via troppo lungo, conviene tuttavia che alzi la testa e si alzi un poco verso colui che viene. Non ti è necessario, o uomo, passare i mari (Dt 30, 13; Is 23, 2 ecc.), non penetrare le nubi, non valicare i monti. Non ti si para dinanzi una lunga strada (1 Re 19, 7): va’ incontro al tuo Dio fino a te stesso. Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore (Rm 10,8). Vagli incontro fino alla compunzione del cuore e alla confessione della bocca (Rm 10, 10), onde uscire almeno dall’immondezza di una misera coscienza, perché è indegno dell’autore della purità entrare là. E questo sia detto di quella venuta con la quale egli si degna con invisibile potenza illustrare le menti dei singoli.
11. Ci piace però anche considerare la via della sua venuta manifesta, perché le vie del Signore sono vie deliziose, e tutti i suoi sentieri conducono al benessere (Pr 3, 17). Ecco, dice la sposa, viene saltando sui monti, scavalcando le colline (Ct 2, 8). Lo vedi venire, o bellissima, ma prima non potevi vedere dove riposava. Hai detto infatti: Mostrami, o amato dell’anima mia, dove pasci, dove riposi (Ct 1, 6). Riposando pasce gli angeli in quelle perpetue eternità, saziandoli con la visione della sua eternità e immutabilità. Ma non ignorare te stessa, o bellissima (Ct 1, 8), perché mirabile è per te quella visione, troppo alta e tu non la comprendi (Sal 139 (138), 6). Ma ecco, egli è uscito dal suo luogo santo (Ger 4, 7; Mi 1, 3); e lui che, riposando, pasce gli angeli, lui stesso ci ha rapiti e così ci salverà (Os 6, 2), e si vedrà venire e pascersi, lui che riposando e pascendo non era visibile prima. Eccolo che viene salendo sui monti e valicando le colline. Per monti e colline intendi i Patriarchi e i Profeti; e come sia venuto salendo e valicando, leggilo in quelle parole della genealogia di Gesù: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, ecc. (Mt 1, 2). Da questi monti uscì, come trovi scritto, la radice di Jesse, dalla quale, secondo il Profeta, germogliò la verga (Is 11, 1-2) da cui spuntò un fiore, sul quale si posò il settiforme Spirito. E il medesimo Profeta spiega questo più chiaramente in un altro passo: Ecco, dice, una vergine concepirà e partorirà un figlio, e il suo nome sarà chiamato Emanuele (Is 7, 14), che significa Dio con noi (Mt 1, 23). Quello che prima ha detto fiore, ora lo chiama Emmanuele, e quella che aveva detto verga, spiegandola ulteriormente, chiama ora Vergine. Ma è necessario riservare a un altro giorno la considerazione di questo altissimo mistero, che presenta materia per un sermone a parte, tanto più che quello di oggi è già durato tanto a lungo.  

martedì 6 dicembre 2016

L’«Immacolata concezione», Francesco Vanni (1588);

BENEDETTO XVI - ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA


ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Martedì, 8 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle!

Nel cuore delle città cristiane, Maria costituisce una presenza dolce e rassicurante. Con il suo stile discreto dona a tutti pace e speranza nei momenti lieti e tristi dell’esistenza. Nelle chiese, nelle cappelle, sulle pareti dei palazzi: un dipinto, un mosaico, una statua ricorda la presenza della Madre che veglia costantemente sui suoi figli. Anche qui, in Piazza di Spagna, Maria è posta in alto, quasi a vegliare su Roma.
Cosa dice Maria alla città? Cosa ricorda a tutti con la sua presenza? Ricorda che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20) – come scrive l’apostolo Paolo. Ella è la Madre Immacolata che ripete anche agli uomini del nostro tempo: non abbiate paura, Gesù ha vinto il male; l’ha vinto alla radice, liberandoci dal suo dominio.
Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno, infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Per questo la città ha bisogno di Maria, che con la sua presenza ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia sul peccato, e ci induce a sperare anche nelle situazioni umanamente più difficili.
Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.
La città, cari fratelli e sorelle, siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, in bene o in male. Nel cuore di ognuno di noi passa il confine tra il bene e il male e nessuno di noi deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve sentire il dovere di migliorare se stesso! I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri.
Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, che in certi luoghi della città è irrespirabile. E’ vero: ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città. E tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. E’ l’inquinamento dello spirito; è quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia… La città è fatta di volti, ma purtroppo le dinamiche collettive possono farci smarrire la percezione della loro profondità. Vediamo tutto in superficie. Le persone diventano dei corpi, e questi corpi perdono l’anima, diventano cose, oggetti senza volto, scambiabili e consumabili.
Maria Immacolata ci aiuta a riscoprire e difendere la profondità delle persone, perché in lei vi è perfetta trasparenza dell’anima nel corpo. E’ la purezza in persona, nel senso che spirito, anima e corpo sono in lei pienamente coerenti tra di loro e con la volontà di Dio. La Madonna ci insegna ad aprirci all’azione di Dio, per guardare gli altri come li guarda Lui: a partire dal cuore. E a guardarli con misericordia, con amore, con tenerezza infinita, specialmente quelli più soli, disprezzati, sfruttati. “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”.
Voglio rendere omaggio pubblicamente a tutti coloro che in silenzio, non a parole ma con i fatti, si sforzano di praticare questa legge evangelica dell’amore, che manda avanti il mondo. Sono tanti, anche qui a Roma, e raramente fanno notizia. Uomini e donne di ogni età, che hanno capito che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene. Questo cambia le cose; o meglio, cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società.
Cari amici Romani, e voi tutti che vivete in questa città! Mentre siamo affaccendati nelle attività quotidiane, prestiamo orecchio alla voce di Maria. Ascoltiamo il suo appello silenzioso ma pressante. Ella dice ad ognuno di noi: dove ha abbondato il peccato, possa sovrabbondare la grazia, a partire proprio dal tuo cuore e dalla tua vita! E la città sarà più bella, più cristiana, più umana.
Grazie, Madre Santa, di questo tuo messaggio di speranza. Grazie della tua silenziosa ma eloquente presenza nel cuore della nostra città. Vergine Immacolata, Salus Populi Romani, prega per noi!