venerdì 15 dicembre 2017

Giovanni Battista


17 DICEMBRE 2017 - 3A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE - OMELIE


17 DICEMBRE 2017   - 3A DOMENICA DI AVVENTO B  |  LETTURE - 

"Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni"

La nota dominante della Liturgia di questa 3ª Domenica di Avvento è senz'altro quella della "gioia". Anche se non esplicita, la ritroviamo perfino in quelle così secche risposte del Battista agli inviati dei "Giudei", in cui egli volutamente allontana da sé la loro attenzione per concentrarla soltanto in colui che "viene dopo" e che già sta "in mezzo" a loro senza che essi "lo conoscano" (Gv 1,26-27).
Questa è precisamente la sua missione: in questo "si compie la sua gioia", nel fatto cioè che ci si interessi a Cristo, anche se lui personalmente dovrà "diminuire" e scomparire dalla scena.
"Siate sempre lieti"
"Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi... Il Signore è vicino" (Fil 4,4-5), cantiamo gioiosamente nell'antifona iniziale. Il tema ritorna nella prima lettura: "Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza" (Is 61,10). Il salmo responsoriale ci fa pregare con le parole stesse di Maria nel Magnificat, ispirate certamente anche dal brano di Isaia appena citato: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore" (Lc 1,46-47).
Anche nella seconda lettura c'è un altro invito di Paolo alla gioia: "Siate sempre lieti" (1 Ts 5,16).
La colletta poi riassume tutti questi sentimenti di giubilo collegandoli alla loro motivazione diretta e immediata, che è la celebrazione delle imminenti festività natalizie: "Guarda, o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza".
In tutti i testi sopra citati è anche espresso il motivo della "gioia", che è collegato al fatto della "salvezza": "Mi ha rivestito delle vesti di salvezza", ci ricordava Isaia; "Il Signore è vicino", rimarcava san Paolo; e Maria giustifica la sua gioia perché Dio "ha guardato l'umiltà della sua serva" (Lc 1,48), concedendole il privilegio incredibile di diventare la madre del "Salvatore".
Una dimensione essenziale, quella della "gioia", al nostro credere e al nostro vivere cristiano, che dovremmo saper testimoniare di fronte al mondo, affogato nella "tristezza" e addirittura nella "nausea", in forma più convincente. In realtà, non sempre noi cristiani sappiamo mostrare agli altri una faccia da "salvati" o da "redenti", come si esprimeva causticamente F. Nietzsche, per invogliarli ad essere, anche loro, dei "salvati" dall'amore di Cristo.
Ci voleva un uomo "gioioso" come san Francesco per riscoprire tutta la poesia del Natale e per inventare, per la felicità nostra e dei nostri figli, il presepe!
Giovanni "venne come testimone per rendere testimonianza alla luce"
Forse però il sorriso non c'era sulle labbra riarse di Giovanni il Battista, quel giorno in cui "i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti" (Gv 1,19) per inquisire su di lui e sulla sua attività; ma doveva esserci tanta gioia egualmente nel suo cuore nell'annunciare Cristo e nel rendergli testimonianza. Più tardi si paragonerà lui stesso addirittura all'"amico dello sposo", che "esulta di gioia" nell'ascoltare "la voce dello sposo" (Gv 3,29).
Il brano del Vangelo odierno è tutto centrato sulla figura del Battista. Ed è giusto: lui, che ha "rivelato" Gesù a Israele, può e deve "rivelarlo" anche a noi in questo Natale che ormai già sta bussando alle porte.
Perché di autentica "rivelazione" si tratta, cioè di capacità di intuire e penetrare il "senso" delle cose e del mistero. Altrimenti, può capitare anche a noi quello di cui il Battista rimproverava ai Giudei che erano andati ad interrogarlo: "...in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete" (Gv 1,26). Potremo forse anche cantare le canzoni di Natale e visitare il presepe; ma, se non avremo una fede fresca e luminosa, anche noi non riusciremo a vedere Gesù, che pur "ritorna" e sta "in mezzo a noi".
Isolando dal "prologo" del quarto Vangelo tre versetti relativi al Battista (Gv 1,6-8) e cucendoli con la successiva "testimonianza" che egli darà al Cristo quale suo precursore, la Liturgia ne fa emergere tutta la grandezza e anche la missione nella storia della salvezza: la sua "testimonianza" continua tuttora nella fede della Chiesa e nell'annuncio liturgico.
"Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce" (Gv 1,6-8).
Due idee fondamentali mi sembrano affermate in questi versetti. La prima è che Giovanni è un "mandato da Dio" (v. 6): la sua missione perciò è una missione "profetica", che si riallaccia al profetismo classico, ormai morto da tempo, e fa rifiorire le speranze dei tempi messianici. La seconda idea, poi, è relativa alla "natura" della sua missione: egli ha il compito di "rendere testimonianza alla luce", pur non essendo lui "la luce" (vv. 7-8), cioè il Messia, come forse lo ritenevano alcuni suoi fanatici discepoli.
Quello della "testimonianza" è un concetto molto importante nel quarto Vangelo: essa ha sempre come oggetto la persona di Gesù, il suo significato profondo, perciò è essenzialmente "cristologico"; rimanda alla storia, perché presuppone una conoscenza ed un'esperienza diretta, un aver "visto" con i propri occhi e "toccato" con le proprie mani: Cristo non lo si conosce mai se non lo si afferra dal di dentro, nella totalità e densità del suo mistero! Infine, la "testimonianza" presuppone sempre un contesto conflittuale, di opposizione, di giudizio. Si tratta, in un modo o in un altro, di un processo: fra verità e menzogna, fra luce e tenebre, fede e incredulità.
Proprio questo aspetto di "processo" è evidente nell'ambasceria ufficiale mandata da Gerusalemme per inquisire sull'operato e sulla figura di Giovanni: essi non vengono con l'animo ben disposto, pronti a lasciarsi illuminare dal Battista. Infatti il testo dice che furono i "Giudei" a inviare "sacerdoti e leviti per interrogarlo" (v. 19). Ora è risaputo che nel quarto Vangelo il termine "Giudei" (al plurale) è quasi tecnico per esprimere le autorità religiose giudaiche in quanto ostili a Gesù.
E anche tutto l'interrogatorio ha più l'aria di una discettazione inquisitoriale che non di una umile ricerca della verità: "Chi sei tu?... Sei Elia?... Sei tu il profeta?... Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?" (vv. 19.21.22). Si interroga per riferire, per far prendere delle decisioni alle autorità centrali, non per "decidersi" personalmente davanti alla verità. Proprio per questo la "verità" che già sta "in mezzo" a loro, cioè Gesù, essi non la "conoscono" (v. 26), anzi non la conosceranno mai.
"Io sono voce di uno che grida nel deserto"
Totalmente diverso è l'atteggiamento di Giovanni Battista. Egli poteva essere anche adulato per il fatto che si pensassero cose tanto alte di lui; ma sarebbe venuto meno alla sua funzione di "testimone della luce", qualora non avesse aiutato i suoi interroganti, anche se mal disposti, a cercarla.
Prima e più che un atteggiamento di umiltà, il suo è un atteggiamento di sincerità e di rispetto della "verità". Egli davvero non era "il Cristo", come si poteva sospettare da alcuni, dato il suo insegnamento e il movimento di opinione che si era creato attorno a lui; non era neppure Elia, che pur richiamava con il suo modo di vestire e con lo stile di vita e che secondo un testo di Malachia (3,1-3.23-25) avrebbe dovuto preparare il "giorno del Signore"; non era neppure "il profeta", che avrebbe dovuto succedere a Mosè, rinnovando e superando i prodigi dell'Esodo.
Nello stesso tempo, però, c'era in lui anche qualcosa di Elia e del "profeta": Cristo stesso ha presentato più di una volta Giovanni come il novello Elia, mandato a "preparare le strade". Questo, però, non era il momento di parlare di sé: egli doveva soltanto "rendere testimonianza alla luce" che era Cristo (vv. 7.8).
Per quanto lo riguardava personalmente, dice soltanto quello che era necessario per far capire il suo rapporto con Gesù: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia" (v. 23). È interessante notare che nessuno dei Sinottici mette queste parole in bocca al Battista: essi le riportano solo per dire che in lui si è verificata la profezia di Isaia (40,3). È chiaro che qui è più la teologia che la storia che interessa all'evangelista: egli ci presenta Giovanni come già lo interpretava la tradizione cristiana, più che come si potesse interpretare da se stesso.
"Io battezzo con acqua..."
E anche l'ultima affermazione di Giovanni, in risposta alla domanda perché battezzasse se non era "né il Cristo, né Elia, né il profeta" (v. 25), si muove su questa linea: "Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali" (vv. 26-27). Dichiarando la sua "indegnità" a fare perfino il "servo" al Cristo già presente "in mezzo" a loro, ma che i "Giudei" purtroppo mai "conosceranno" con gli occhi della fede, vuole affermare la grandezza di colui che egli annuncia e vuol far nascere nel cuore dei suoi ascoltatori come un desiderio, un anelito verso di lui. Di nuovo, un gesto di umiltà che non è fine a se stesso, ma vuol fare spazio a Cristo.
È solo con questi atteggiamenti di sincerità, di lealtà e di umiltà che anche noi potremo andare incontro al Signore che ritorna in mezzo a noi nel mistero del Natale. San Giovanni Battista è il grande "pedagogista" dell'Avvento cristiano.
"Lo spirito del Signore è su di me"
Ma anche la prima lettura è piena di insegnamenti per una degna preparazione al Natale.
Al di là di quel meraviglioso invito alla "gioia", evocata con l'immagine delle "nozze" (Is 61,10) e a cui abbiamo già fatto riferimento, è importante la parte iniziale del brano, in cui Isaia preannuncia la venuta e la missione di un misterioso personaggio, che si rivolgerà soprattutto ai poveri, ai deboli, agli oppressi: "Lo spirito del Signore Dio è su di me, / perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; / mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, / a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, / a proclamare la libertà degli schiavi, / la scarcerazione dei prigionieri, / a promulgare l'anno di misericordia del Signore" (Is 61,1-2).
Secondo il Vangelo di Luca, Gesù iniziò la sua vita pubblica proprio leggendo, nella sinagoga di Nazaret, ed applicando a sé questo meraviglioso testo di Isaia: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21). Con questo voleva dire che la profezia si era compiuta in lui: lui era il misterioso personaggio, di cui aveva parlato Isaia. Però i suoi concittadini non erano disposti ad accettarlo in quella nuova veste con cui si presentava a loro, e tentarono addirittura di assassinarlo.
Cristo non ha mai avuto "facile" accoglienza fra gli uomini: la gente è prevenuta nei suoi riguardi e si inganna nel decifrarne la fisionomia più vera ed autentica, come i suoi concittadini di Nazaret e come gli inquisitori mandati da Gerusalemme presso Giovanni. C'è chi vuole un Cristo potente e operatore di prodigi; c'è chi vuole un Cristo col berretto frigio e che canti "l'Internazionale" per incitare alla rivoluzione; c'è chi vuole un Cristo tutto buono e pacifico, che rimanga solo nella penombra delle sue chiese e lasci il mondo e le piazze ai demagoghi e agli agitatori politici. E così via. La storia delle "deformazioni" di Gesù di Nazaret non è ancora finita!
Invece Gesù è soltanto quello che lui ha detto veramente di essere: cioè "l'Unto" del Signore ("mi ha consacrato con l'unzione"), che Iddio ha "mandato" a salvare tutti, e specialmente i più "poveri" a cui nessuno pensa, a "liberare" gli schiavi e i prigionieri, dovunque si trovino, all'Est e all'Ovest della nostra terra, a guarire i "cuori spezzati". E Dio solo sa quanti "cuori spezzati" ci sono nel mondo, fra i piccoli e fra i grandi, fra gli innocenti e gli assassini, fra quelli che mancano di tutto e quelli che sono soffocati dall'abbondanza di ogni bene!
Gesù è venuto, e ritornerà per il Natale, per celebrare con noi e in noi questa "liberazione" degli spiriti e dei corpi, di cui tutti gli uomini, senza nessuna eccezione, hanno bisogno. La "rivoluzione" cristiana, annunciata dal Natale, è l'unica rivoluzione che non è rivolta contro nessuno, perché deve farsi "nel" cuore di tutti!

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. 

mercoledì 13 dicembre 2017

Hannukkah, Menorah, Gerusalemme città vecchia


HANUKKAH/ LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI: (12 sera 20 dicembre)


HANUKKAH/ LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI: (12 sera 20 dicembre)

ecco di cosa si tratta I festeggiamenti di Hanukkah sono la seconda più importante celebrazione religiosa del popolo ebraico, ricordano la liberazione di Israele dagli occupanti ellenici Dopo il dono della Torah, la massima festività ebraica, la seconda più importante è quella di Hanukkah, anche se in lingua originale si dice "Chanukkah. La differenza linguistica è dovuta a uno spelling inglese errato. Si è tentato infatti di riprodurre in lettere il suono dell'antica lingua del popolo israelita che in realtà non ha corrispondenze in inglese. La festa delle luci ebraica infatti dovrebbe essere chiamata con cinque lettere ebree, che riproducono un suono che non si avvicina alla semplice h o al gruppo ch. Il significato comunque è quello di "dedizione". La festività fa riferimento alla dedicazione dell'altare del Tempio di Gerusalemme dopo l'occupazione ellenica durante il Secondo secolo avanti Cristo, quando gli occupatori cercarono di sradicare gli elementi fondamentali della religione ebraica proibendo la pratica della Legge sacra, fino a una rivolta guidata da un anziano sacerdote, Mattata. Stando al calendario ebraico, Chanukah ha inizio nel mese di Kislev, che rappresenta un periodo che cavalca novembre e dicembre, e per la precisione il 25. I festeggiamenti proseguono per un totale di otto giorni, onorando la vittoria del popolo ebraico e il cosiddetto miracolo dell'olio. Si torna a far riferimento alla consacrazione Tempio, quando l'olio delle lanterne rimase acceso senza estinguersi per molti giorni, segno del volere di Dio. Le origini di questa celebrazioni risalgono a circa 2300 anni fa quando il re Antioco di Giudea ordinò ai tanti ebrei presenti sul territorio di rinunciare al proprio Dio, a ciò che erano, compresi costumi e ogni struttura religiosa. Avrebbero dovuto assimilare la cultura greca, abbracciando il credo di quelle terre. Non fu data loro scelta, e in breve tempo iniziarono le distruzioni dei sacri templi giudaici, rasi al suolo, sfruttati per attività dei greci o profanati. Furono in molti a contrastare tale imposizione, e tutti loro vennero puniti in maniera severa dal re.  Tra i tanti che si sottomisero, alcuni come Giuda Maccabeo preferirono alzare la testa e restare fedeli alle proprie radici. Con quattro compagni diede il via alla creazione di un esercito, al fine di tulerare la libertà di professione religiosa del proprio popolo. Il nome scelto fu quello di Maccabei, che sta a indicare un martello in lingua ebraica. Si arrivò in breve allo scontro con i Siriani, e la battaglia andò avanti per ben tre anni. Lo scontro vide gli ebrei avere la meglio, e così diedero il via alla consacrazione del Tempio di Gerusalemme.  Era necessario purificare il luogo in nome di Dio, eliminando ogni singolo dio imposto dai greci. Tale nuova offerta viene celebrata durante Hanukkah. Al tempo però fu impossibile trovare l'olio necessario per dar luce alle lampade. Dopo tante ricerche fu rinvenuta un'unica ampolla d'olio, che non sarebbe stata sufficiente a lungo per l'illuminazione del tempio. Al massimo le lampade sarebbero rimaste accese per una sera, ma fu allora che si verificò il miracolo, dal momento che quel ridotto quantitivo d'olio bastò a tenere illuminato il tempio per ben otto notti, in maniera del tutto inspiegabile. Proprio per tale ragione il candelabro ebraico, denominato Menorah, presenta otto candele, così da indicare ognuno degli otto giorni del miracolo avvenuto. Ogni anno il 20 dicembre presso la Grand Army Plaza di New York si festeggia Hanukkah in una delle celebrazioni più note al mondo. Viene acceso infatti quello che è probabilmente il menorah più grande che esista, posto tra la West sulla 59esima strada e la Fifth Avenue. Il tutto si sviluppa dinanzi al Plaza Hotel, in un evento ormai divenuto tradizionale, che in tanti, ebrei e non, accorrono per vedere in fase di svolgimento. E' ormai tradizione però che si svolga anche il cosiddetto Matzo Ball, ovvero una grande festa dedicata a tutti gli ebrei single. Il tutto avviene il 24 dicembre, alla vigilia del Natale cristiano, e si svolge in svariate location della città. In particolare quest'anno la data scelta coincide esattamente con l'inizio di Hanukkah. Una coincidenza che di certo accrescerà ulteriormente l'enfasi di questo evento. Sul fronte delle famiglie invece è d'obbligo o quasi un passaggio al Jewish Museum, dove si svolge ogni anno l'Hanukkah Family Day, che prevede moltissime attività studiate per i più piccoli. In Italia Roma accoglie il maggior numero di cittadini ebrei della Nazione. Propri qui, tra Piazza Bologna e Barberini, si terranno concerti, mercatini e attività per i più piccoli. Milano invece festeggia l'evento con l'accensione di un grande candelabro a Piazza San Babila. Gerusalemme prevede svariati appuntamenti per quest'importante festività, andando alla ricerca dei luoghi poco noti della Città Vecchia, seguendo gli eventi con tutta la famiglia. In molti si recano in fattoria, così da poter apprendere come mungere capre e vacche. Altri invece prendono parte al noto festival Ein Yael Museum. Infine, seguendo il filone storico della vicenda, è possibile visitare di persona i luoghi divenuti campi di battaglia, dove Maccabei e Siriani si uccisero al tempo per tre anni di fila.

martedì 12 dicembre 2017

Gesù e i quattro evangelisti


GESÙ CREDEVA CIECAMENTE NELL’ANTICO TESTAMENTO


GESÙ CREDEVA CIECAMENTE NELL’ANTICO TESTAMENTO

Gesù credeva che l’Antico Testamento fosse divinamente ispirato, autentica Parola di Dio. Egli dice: “la Scrittura non può essere annullata” (Giovanni 10:35). Egli si riferisce alle Sacre Scritture come “il comandamento di Dio” (Matteo 15:3), e come “la Parola di Dio” (Matteo 15:6). Egli pure indica come essa sia indistruttibile ed irrevocabile: “Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto” (Matteo 5:18). Notate come egli metta in rilievo persino le singole parole e le lettere che le compongono!
Quando si rapporta con la gente del Suo tempo, siano essi i Suoi discepoli, oppure leader religioso, Gesù fa costantemente riferimento all’Antico Testamento: “…e gli dissero: «Odi tu quello che dicono costoro?» Gesù disse loro: «Sì. Non avete mai letto: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode”?»” (Matteo 21:16, citando il Salmo 8:2); e “Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando ebbe fame, egli insieme a coloro che erano con lui?” (Matteo 12:3). Esempi come questo potrebbero essere moltiplicati per dimostrare come Gesù avesse familiarità con l’Antico Testamento ed il suo contenuto. Lo citava spesso ed aveva di esso totale fiducia.
Gesù pure conferma l’attendibilità dei racconti dell’Antico Testamento, come la distruzione di Sodoma e la morte della moglie di Lot (Luca 17:29,32); l’omicidio di Abele da parte di suo fratello Caino (Luca 11:51), la vocazione di Mosè (Marco 12:26), la manna data da Dio nel deserto (Giovanni 6:31-51), il giudizio su Tiro e Sidone (Matteo 1:1-21), e molti altri.
Gesù non solo conferma la storicità di questi racconti, ma anche autentica alcuni dei testi che oggi sono particolarmente contestati. Molti studiosi moderni sembrano non credere che sia stato Mosè a scrivere i primi cinque libri dell’Antico Testamento, ma Gesù lo afferma. [“Gesù disse loro: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandar via le vostre mogli; ma da principio non era così” (Matteo 19:8); “Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate d’uccidermi?»” (Giovanni 7:19)]. Alcuni studiosi moderni pure sostengono che vi sia più di un Isaia, ma Gesù crede che ve ne sia solo uno. In Luca 4:17-21, Egli cita Isaia 61:1-2 (il cosiddetto Secondo Isaia o Deuteroisaia), mentre in Matteo 15:7-9 Egli si riferisce alla prima parte dell’opera di Isaia (Isaia 6:9) senza la minima indicazione che si tratti di più di un autore.
Il racconto di Daniele oggi è respinto da molti studiosi come di un’opera spuria scritta da qualcun altro, ma il Signore Gesù crede che Daniele sia stato un autentico profeta [“Quando dunque vedrete l’abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!)” (Matteo 24:15)].
Il racconto di Adamo ed Eva oggi è spesso messo in ridicolo come se si trattasse solo di una leggenda, ma Gesù vi credeva come un dato storico.
Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito mandar via la propria moglie per un motivo qualsiasi?». Ed egli rispose loro: «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne?”. Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi»” (Matteo 19:3-6). In questo testo Gesù parla pure della Creazione accettandone la sequenza e l’oggettività normativa delle istituzioni che da essa hanno avuto origine (ad esempio la famiglia come l’unione di un uomo e di una donna e il riposo settimanale).
Allo stesso modo, il racconto su Noè e sul diluvio universale, non solo è autenticato da Gesù (Matteo 24:37), ma è pure usato come esempio del Suo ritorno.
Infine, il più “incredibile” fra tutti i racconti è quello che parla di Giona inghiottito da un grande pesce, racconto usato da Gesù come segno della Sua risurrezione (Matteo 19:39ss).
Sembra quasi che Gesù, nell’autenticare questi racconti, già volesse rispondere a chi li avrebbe messi in questione nel ventesimo secolo…  La conclusione è semplice. Se una persona crede in Gesù Cristo, dovrebbe essere coerente e credere che l’Antico Testamento, quando ci presenta dei racconti da considerare come verità storica, di fatti veramente successi, sia effettivamente così.
Molti vorrebbero accettare Gesù e nel contempo respingere la storicità di gran parte dell’Antico Testamento. Questa opzione non sussiste. O Gesù sapeva quello che stava dicendo, oppure no. L’evidenza è chiara: Gesù considerava l’Antico Testamento come Parola di Dio. Il Suo atteggiamento verso di esso era nulla di meno che completa fiducia.