lunedì 20 novembre 2017

la venuta del Regno


PAPA FRANCESCO - PENSARE LA MORTE


(ho avuto un po' di influenza, spero di poter lavorare ora)

PAPA FRANCESCO - PENSARE LA MORTE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 17 novembre 2017 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.265, 18/11/2017)

«Pensare alla nostra morte non è una brutta fantasia»; anzi, vivere bene ogni giorno come se fosse «l’ultimo», e non come se questa vita fosse «una normalità» che dura per sempre, potrà aiutare a trovarsi davvero pronti quando il Signore chiamerà. È un invito a riconoscere serenamente la verità essenziale della nostra esistenza quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì mattina, 17 novembre, a Santa Marta.
«In queste due ultime settimane dell’anno liturgico — ha subito fatto presente — la Chiesa nelle letture, nella messa, ci fa riflettere sulla fine». Da una parte, certo, «la fine del mondo, perché il mondo crollerà, sarà trasformato» e ci sarà «la venuta di Gesù, alla fine». Ma, dall’altra parte, la Chiesa parla anche della «fine di ognuno di noi, perché ognuno di noi, morirà: la Chiesa, come madre, maestra, vuole che ognuno di noi pensi alla propria morte».
«A me attira l’attenzione — ha confidato il Pontefice, facendo riferimento al brano evangelico di Luca (17, 26-37) — quello che dice Gesù in questo passo che abbiamo letto». In particolare la sua risposta «quando domandano come sarà la fine del mondo». Ma intanto, ha rilanciato il Papa seguendo le parole del Signore, «pensiamo a come sarà la mia fine». Nel Vangelo Gesù usa le espressioni «come avvenne anche nei giorni di Noè» e «come avvenne anche nei giorni di Lot». Per dire, ha spiegato, che gli uomini «in quel tempo mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca». E, ancora, «come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano».
Ecco però, ha proseguito il Papa, che arriva «il giorno che il Signore fa piovere fuoco e zolfo dal cielo». Insomma, «c’è la normalità, la vita è normale — ha fatto notare Francesco — e noi siamo abituati a questa normalità: mi alzo alle sei, mi alzo alle sette, faccio questo, faccio questo lavoro, vado a trovare questo domani, domenica è festa, faccio questo». E «così siamo abituati a vivere una normalità di vita e pensiamo che questo sarà sempre così». Ma lo sarà, ha aggiunto il Pontefice, «fino al giorno che Noè salì sull’arca, fino al giorno che il Signore ha fatto cadere fuoco e zolfo dal cielo».
Perché sicuramente «verrà un giorno in cui il Signore dirà a ognuno di noi: “vieni”», ha ricordato il Pontefice. E «la chiamata per alcuni sarà repentina, per altri sarà dopo una malattia, in un incidente: non sappiamo». Ma «la chiamata ci sarà e sarà una sorpresa: non l’ultima sorpresa di Dio, dopo di questa ce ne sarà un’altra — la sorpresa dell’eternità — ma sarà la sorpresa di Dio per ognuno di noi».
A proposito della fine, ha proseguito, «Gesù ha una frase, l’abbiamo letta ieri nella messa: sarà “come la folgore che guizzando brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno”, il giorno che busserà alla nostra vita».
«Noi siamo abituati a questa normalità della vita — ha proseguito Francesco — e pensiamo che sarà sempre così». Però «il Signore, e la Chiesa, ci dice in questi giorni: fermati un po’, fermati, non sempre sarà così, un giorno non sarà così, un giorno tu sarai tolto e quello che è accanto a te sarà lasciato».
«Signore, quando sarà il giorno in cui sarò tolto?»: proprio «questa — ha suggerito il Papa — è la domanda che la Chiesa invita a farci oggi e ci dice: fermati un po’ e pensa alla tua morte». Ecco il significato della frase citata da Francesco, posta all’ingresso «in un cimitero, al nord di Italia: “Pellegrino, tu che passi, pensa dai tuoi passi, l’ultimo passo”». Perché «ci sarà un ultimo» passo.
«Questo vivere la normalità della vita come fosse una cosa eterna, un’eternità — ha spiegato il Papa — si vede anche nelle veglie funebri, nelle cerimonie, nelle onorificenze funebri: tante volte le persone che davvero sono coinvolte con quella persona morta, per la quale preghiamo, sono poche».
E così «una veglia funebre si è trasformata normalmente in un fatto sociale: “Dove vai oggi?” — “Oggi devo andare a fare questo, questo, questo, poi al cimitero perché c’è la cerimonia”». Diventa così «un fatto in più e lì incontriamo gli amici, parliamo: il morto è lì ma noi parliamo: normale». Così «anche quel momento trascendente, per il modo di camminare della vita abituale, diventa un fatto sociale». E «questo — ha confidato ancora Francesco — io l’ho visto nella mia patria: in alcune veglie funebri c’è un servizio di ricevimento, si mangia, si beve, il morto è lì: ma noi qui facciamo un po’, non dico “festa”, ma parliamo, mondanamente; è una riunione in più, per non pensare».
«Oggi — ha affermato il Pontefice — la Chiesa, il Signore, con quella bontà che ha, dice a ognuno di noi: fermati, fermati, non tutti i giorni saranno così; non abituarti come questa fosse l’eternità; ci sarà un giorno che tu sarai tolto, l’altro rimarrà, tu sarai tolto». Insomma, così «è andare col Signore, pensare che la nostra vita avrà fine, e questo fa bene perché lo possiamo pensare all’inizio del lavoro: oggi forse sarà l’ultimo giorno, non so, ma farò bene il lavoro». E «farò» bene anche «nei rapporti a casa, con i miei, con la famiglia: andare bene, forse sarà l’ultimo giorno, non so». Lo stesso dobbiamo pensarlo, ha proseguito Francesco, «anche quando andiamo a fare una visita medica: questa sarà una in più o sarà l’inizio delle ultime visite?».
«Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà», ha insistito il Pontefice, spiegando: «Se è brutta o non brutta dipende da me, come io la penso, ma ci sarà e lì sarà l’incontro col Signore: questo sarà il bello della morte, sarà l’incontro col Signore, sarà lui a venire incontro, sarà lui a dire “vieni, vieni, benedetto da mio Padre, vieni con me”». A nulla serve dire: «Ma, Signore, aspetta che devo sistemare questo, questo». Perchè tanto «non si può sistemare niente: quel giorno chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa non scenda: dove stai ti prenderanno, ti prenderanno, tu lascerai tutto».
Però «avremo il Signore, questa è la bellezza dell’incontro», ha rassicurato il Papa. «L’altro giorno — ha aggiunto — ho trovato un sacerdote, più o meno sessantacinquenne: non si sentiva bene, è andato dal dottore», il quale «dopo la visita» gli «ha detto: “Guardi, lei ha questo, questa è una cosa brutta, ma forse stiamo in tempo di fermarla, faremo questo; se non si ferma faremo quest’altro e se non si ferma incominceremo a camminare e io la accompagnerò fino alla fine”». Perciò, ha commentato Francesco, «bravo quel medico! Con quanta dolcezza ha detto la verità: anche noi accompagniamoci in questa strada, andiamo insieme, lavoriamo, facciamo del bene e tutto, ma sempre guardando là».
«Oggi facciamo questo» ha concluso il Papa, perché «ci farà bene a tutti fermarsi un po’ e pensare il giorno nel quale il Signore verrà a trovarmi, verrà a prendermi per andare da lui». 

venerdì 10 novembre 2017

parabola delle dieci vergini


12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Il regno dei cieli è simile a dieci vergini..."
Ormai quasi alla conclusione dell'anno liturgico, la Chiesa invita i credenti a prendere più intimamente coscienza non solo della labilità delle cose, ma soprattutto di questo nostro lento "andare incontro" al Signore che ritorna. Più che un arrestarsi, infatti, la nostra morte è un "varcare" le porte del regno della "luce": ma bisogna, per quell'incontro, avere le "lampade" accese e l'abito nuziale pronto (cf Mt 22,11-14). Altrimenti rischiamo di rimanere "fuori", di "essere gettati nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti" (Mt 22,13).
Di qui l'invito alla "vigilanza" e a un continuo senso di attesa, che la Liturgia rivolge insistentemente ai cristiani in queste tre ultime settimane dell'anno.
D'altra parte, in questo modo la Chiesa non fa che riprendere una dimensione essenziale del messaggio evangelico, che è un continuo urgere perché gli uomini si "preparino" alla novità del "regno", che già è venuta con Gesù di Nazaret. Si rileggano in questa luce non solo la predicazione di Giovanni Battista (Mt 3,1-12), ma soprattutto le prime parole di Gesù: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Mt 4,17). Con lui, infatti, sono venuti i tempi "ultimi": la "escatologia" è già incominciata, anche se non è ancora "consumata". 
Proprio per questo il cristiano si trova come di necessità immerso in un clima di attesa "escatologica": primo, perché "il regno dei cieli" viene continuamente, e non bisogna lasciarsi sfuggire nulla della sua ricchezza; secondo, perché il Cristo ritornerà come giudice universale nell'ora e nel momento che nessuno di noi sa. Di qui il suo ammonimento: "State pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà" (Mt 24,44).

"Cinque di esse erano stolte e cinque sagge"
Su questo sfondo di attesa si muove la parabola delle dieci vergini, che è esclusiva di Matteo (25,1-13) ed è molto abilmente inserita nel grandioso "discorso escatologico" (Mt 24-25) che, prendendo spunto dalla fine di Gerusalemme, preannuncia anche la fine di tutte le cose con il giudizio definitivo sulle azioni degli uomini.
Essa è preceduta da altre due parabolette, quella del padrone vigilante (24,43-44) e quella del servo fedele e prudente che attende l'arrivo del padrone (24,45-51). La nostra parabola, come vedremo, aggiunge alcuni elementi particolarmente significativi, i quali accentuano il senso di attesa "vigilante" che deve pervadere tutta la vita del cristiano.
"Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero la lampade, ma non presero con sé olio; le sagge, invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (Mt 25,1-4). Si dovrebbe trattare di dieci fanciulle, che facevano da damigelle di onore allo sposo, per accompagnarlo dalla sua casa a quella della sposa e di qui alla sala del banchetto.
Nell'attesa dello sposo, che si stava ancora preparando, tutte si addormentarono. "A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". Ma le sagge risposero: "No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene". Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, Signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità vi dico: non vi conosco"" (vv. 6-12).
La struttura della parabola si regge tutta sul contrasto fra le vergini "sagge" e quelle "stolte". 
La "saggezza" consiste nell'aver previsto anche un possibile ritardo dello sposo ed essersi equipaggiate dell'olio necessario per alimentare a lungo le proprie lampade. E consiste anche nel rifiuto di dare del loro olio alle compagne, per il semplice motivo che sarebbe stato insufficiente per tutte: "No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene" (v. 9). Non è carità compiere dei gesti che, invece di giovare, di fatto danneggiano noi e gli altri!

"A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! "
L'altro elemento, che dà tensione a tutta la parabola, è rappresentato dal "ritardo" dello sposo, che non tutte le vergini avevano calcolato: di qui la fatale imprevidenza di alcune di loro. Sorprende però che, pur nel clima di attesa, dato che lo sposo tardava, "si assopirono tutte e dormirono" (v. 5). Anche le vergini "sagge" qui sembrano venir meno allo spirito di vigilanza! Come si spiega questa contraddizione?
Qualcuno ha pensato a una ineleganza, o a una disarmonia letteraria dell'Evangelista. D'altra parte, è anche vero che la parabola deve creare un quadro generale di rassomiglianza, senza che anche i più piccoli particolari abbiano uno specifico significato. A nostro parere, però, quella contraddizione è solo apparente ed è, anzi, voluta. Molto probabilmente sta a significare il passaggio dall'attesa fremente del Cristo, che avrebbe dovuto ritornare da un momento all'altro, della prima generazione cristiana, a un'attesa che già si distendeva di più nel tempo: il Cristo ritornerà, ma non è detto che ritorni subito, come invece credeva la comunità di Tessalonica, su cui ritorneremo quando commenteremo la seconda lettura. 
Quel "dormire" di "tutte" le vergini non è perciò un attimo di "distrazione", che coglie sia quelle "sagge" che quelle "stolte": è un gesto di serenità nell'attesa della venuta dello sposo, che non si prevede più come imminente, anche se rimane sospesa nell'incerto e perciò esige le necessarie provvigioni d'olio per la lampada. È precisamente la situazione in cui si trova da circa duemila anni la Chiesa, dopo il rapido sfiorire della prima fremente attesa "escatologica" delle origini.
La parabola delle dieci vergini ci richiama perciò a un discorso di "impegno" nella realtà quotidiana e non a una evasione dal mondo, a una fuga nella nebulosità di utopie avveniristiche o anche stranamente millenaristiche. Si prepara il futuro vivendo bene il presente!
A questo impegno del "fare" allude la parabola anche con alcuni evidenti rimandi alla parte conclusiva del discorso della Montagna. Anche lì si parla di persone "sagge" e di persone "stolte": ma la saggezza e la stoltezza è tutta commisurata sulla volontà di "fare", e non soltanto di "ascoltare", la parola del Signore (Mt 7,24-27).

"Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora"
A parte il riferimento escatologico, che nel testo appena citato del discorso della Montagna non sembra in prospettiva, e a parte lo sfondo diverso, la realtà è però identica: Dio non ci giudicherà secondo i nostri buoni "propositi", ma secondo la effettiva "saggezza" della nostra vita, che consiste precisamente nell'agire in modo da raggiungere i fini da lui voluti.
Anche le parole con cui le vergini stolte, arrivate in ritardo, bussano alla porta: "Signore, Signore, aprici!" e quelle dello sposo che risponde: "In verità vi dico: non vi conosco" (vv. 11-12), rimandano a una analoga scena - questa però di giudizio - del discorso della Montagna, immediatamente precedente al testo citato: "Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?". Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità" (7,22-23).
Non basta la professione di fede ("Signore, Signore") per salvarci, ma ci vogliono anche le "opere" dell'amore, rappresentate qui dalla lampada accesa e dalla scorta di olio per il lungo viaggio. 
La tematica dell'amore, che si traduce nelle opere e si manifesta in un vigile senso di attesa, è sottesa a tutta la parabola, che gira attorno all'immagine biblica della "nuzialità": se la "sposa" qui non compare, è che praticamente essa è come assorbita e come personificata dalle vergini stesse, in quanto rappresentano un po' la realtà della Chiesa che va incontro al suo Signore.
Non a caso Gesù ha scelto una parabola, con lo sfondo della nuzialità, per esprimere l'attesa del suo ritorno. Dopo i balenanti e sinistri segni della catastrofe cosmica, descritti precedentemente, era inevitabile che un senso di paura e di sgomento afferrasse gli ascoltatori o i lettori del Vangelo. Per prevenire tutto questo, Gesù ci dice che l'incontro ultimo con lui deve avvenire sotto il segno della "gioia" e dell'amore, perché è veramente un incontro "nuziale".
L'ammonimento finale: "Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora" (v. 13), più che una minaccia vuol essere perciò un invito a vivere nell'amore, allo scopo di essere degni dello Sposo quando lui piacerà di venirci a prendere. E anche se verrà "a mezzanotte", sarà come se fosse in pieno mezzogiorno, perché avremo la nostra lampada accesa!

"Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza circa quelli che sono morti"
A questo clima di serenità nell'attesa ci invita anche Paolo nella seconda lettura.
I cristiani di Tessalonica vivevano in una gioiosa attesa del Signore (1,10), nella speranza di essere tutti vivi in quel giorno. Senonché, nel frattempo, qualcuno di loro era venuto a morire, e il dubbio della sua partecipazione alla "parusía" del Signore aveva gettato tutti nella tristezza.
Davanti a questo disorientamento dei suoi cristiani, l'Apostolo ricorda loro alcune verità fondamentali che fanno parte della nostra fede: a) anche di fronte alla morte il cristiano, a differenza dei pagani, continua a "sperare" (l Ts 4,13); b) la risurrezione di Cristo è pegno della nostra risurrezione (v. 14; cf 1 Cor 15,20-27); c) perciò non ci sarà alcuna differenza fra quelli che sono già morti e quelli che si troveranno ancora vivi quando ritornerà il Signore: anzi, i morti andranno per primi "incontro al Signore" (vv. 15-17).
Il brano presenta particolari difficoltà, specialmente relative ai "vivi", ai "superstiti" del v. 17 (cf anche v. 15), che non possiamo qui discutere: si tratta quasi certamente di quelli che saranno ancora vivi quando il Signore ritornerà nella sua "gloria". A questa fanno anche riferimento i tratti finali del brano che, in stile apocalittico (da non prendere perciò alla lettera!), evocano il ritorno del Signore: la "voce dell'arcangelo", il "suono della tromba", ecc. 
Questo testo è un messaggio di "consolazione" (v. 18) e di "speranza" (v. 13); e per un doppio motivo. Prima di tutto, perché la morte per il cristiano non è la fine, ma l'incontro definitivo con il Signore glorioso. Poi perché la comunità dei credenti si ricomporrà dopo la morte e così vivremo "insieme" la nostra avventura di gioia per sempre. Il testo, infatti, per ben due volte parla di un essere "radunati", o "rapiti insieme" (vv. 14-17), per "essere sempre con il Signore" (v. 17). La "Chiesa" continuerà anche al di là di questa logorante esperienza terrena!
"Confortatevi a vicenda con queste parole" (v. 18). Anche san Paolo smonta gli inutili allarmismi di fronte al sicuro, ma sempre misterioso ritorno di Cristo. È "saggezza", invece, attenderlo nella serenità del cuore, sia pure con spirito di "vigilanza", come le cinque vergini del Vangelo.
Tale "saggezza" è un dono che viene dall'alto e perciò bisogna supplicarla da Dio, il quale è ben lieto di dispensarla a "quanti la desiderano", come ci insegna la prima lettura (Sap 6,12-15).

Da: CIPRIANI Settimio,

mercoledì 8 novembre 2017

Cristo in Gloria


CON SAN PAOLO DAVANTI AL CONFESSIONALE


CON SAN PAOLO DAVANTI AL CONFESSIONALE

Ma non avessi la carità…
Immaginiamo che Paolo aggiungesse oggi al suo “Inno alla carità” alcuni pensieri relativi alla pratica attuale della penitenza. Senz’altro egli terrebbe fermo il principio della carità, poiché la carità copre tutto, … tutto sopporta. Nulla rimane, tutto è effimero, pure la profezia scomparirà, il dono delle lingue si estinguerà, la scienza svanirà, ma la carità non avrà mai fine.

E se andassi a confessarmi per timore della pena eterna, ma non avessi la carità …
Sebbene lungo la storia, la paura dell’inferno abbia motivato alcuni a convertirsi, sapevi, che è la bontà di Dio a spingerti alla conversione? Da 1300 anni i monaci Benedettini ascoltano le confessioni a San Paolo fuori le Mura, e qui vivono la Regola di San Benedetto, secondo cui il monaco umile osserva la conversione quotidiana non più per paura dell’inferno, ma per amore di Cristo. Così giunge a quell’amore di Dio che, essendo perfetto, scaccia la paura.

E se mi confessassi per fedelmente mantenere il precetto, ma non avessi la carità…
È vero che la confessione va fatta almeno una volta l’anno. Questa prescrizione per molti risulta un incoraggiamento, ma almeno a questo punto è bene tener presente di essere una persona sempre amata da Dio. Nel sacramento della Riconciliazione si può sperimentare questo Suo amore in un modo sempre nuovo, nonostante tutte le debolezze umane. La carità adempie la legge, anzi la trasforma: Signore, sono contento di poter sentire il tuo amore nel sacramento della Riconciliazione, tutte le volte che lo desidero.

E se mi pentissi di tutti i miei peccati, ma non avessi la carità…
Talvolta i nostri peccati ci disturbano, sopratutto quelli che si ripetono. Il vero pentimento però non si curva su se stesso, ma innalza lo sguardo verso Dio: perché ti amo, Signore, mi dispiace di non averti amato.

E se elencassi onestamente tutti i miei peccati, ma non avessi la carità…
Capita che ci vergognamo di un peccato. Il precetto della confessione completa ­ soprattutto in caso di peccato grave – può divenire un peso. Ecco che ci vediamo davanti ad un giudice severo, cresce la paura, e ci riteniamo indegni del perdono. Così, però, ci siamo costituiti giudici di noi stessi – al posto di Dio! – e ci siamo autocondannati, come lo ha fatto Adamo: “Ho udito il tuo passo nel giardino; ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Ma chi sa di essere veramente amato da Dio non ha paura di essere condannato, poiché il timore suppone il castigo, ma la carità perfetta scaccia il timore.13 La confessione completa non awiene per coraggio, bensì per amore intrepido. Dopo tale confessione potrò dire a me stesso: ora non ho dubbio che Dio mi ama nonostante tutti i miei peccati, poiché li ho elencati tutti, e la risposta è stata l’assoluzione.

E se credessi nella remissione dei peccati anche senza la confessione, ma non avessi la carità…
Tanti bambini sanno benissimo di essere amati dai loro genitori; eppure non basta loro saperlo, ogni tanto lo vogliono anche udire, vivere, anzi festeggiare. Nessuno li schernisca per questo. Sappiamo che Dio ci ama “nonostante tutto”, e che il suo amore per noi è più grande dei nostri peccati. La carità non tiene conto del male ricevuto. Dio ce ne ha dato la prova nel suo figlio Gesù Cristo. Visto così si potrebbe sostenere che già 2000 anni fa tutti i nostri peccati sono stati perdonati. Chiunque può trovarne la conferma nella Sacra Scrittura. Lo sentiamo nelle omelie. In ogni celebrazione Eucaristica Gesù ci dice attraverso il sacerdote “il mio sangue … in remissione dei peccatI’. Ma soltanto nella confessione ciò mi viene detto personalmente e su misura, per mediazione del sacerdote, che ha offerto la sua vita per questo ministero, affinché io possa sentire con le mie orecchie le divine parole dell’amoroso perdono.

E se ascoltassi attentamente all’assoluzione, ma non avessi la carità…
Il sacerdote trasmette il perdono nel nome di Dio e della Chiesa. L’assoluzione è la dichiarazione d’amore da parte di Dio: il mio amore per te è più grande dei tuoi peccati, più forte della morte. Per la forza del mio amore ho risuscitato mio figlio. Lo stesso amore manifesto ora anche a te.

E se facessi accuratamente la penitenza, ma non avessi la carità…
Il sacerdote mi impone una “soddisfazione” o “penitenza” con la quale contribuisco alla riparazione del danno causato dal peccato: sono tutti atti di carità. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio al prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Signore, l’amore delle tue parole di perdono mi spinge ad impegnarmi in atti di carità come soddisfazione.

di P. Johannes Paul Abrahamowicz, O.S.B