venerdì 26 maggio 2017

Ascensione del Signore


28 MAGGIO 2017 | 7A DOM. DI PASQUA: ASCENSIONE DI GESÙ - A | LECTIO DIVINA


28 MAGGIO 2017 | 7A DOM. DI PASQUA: ASCENSIONE DI GESÙ - A | LECTIO DIVINA

""Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? ""
"Uomini di Galilea, perché fissate nel cielo lo sguardo? Come lo avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà. Alleluia".
Con queste parole, piene di nostalgia verso l'alto ma nello stesso tempo invitanti al realismo che inchioda gli uomini alla terra, si apre la Liturgia della solennità dell'Ascensione: esse sono riprese dall'inizio del libro degli Atti, come vedremo tra poco. Sembrano racchiudere in sé come una duplice spinta, che tende fatalmente a lacerare il cuore dell'uomo: per un verso, un richiamo prepotente al cielo, dove Cristo è asceso nella gloria e "siede alla destra di Dio" (cf Mc 16,19); per un altro, un rimando, vorrei dire impietoso, alla nostra situazione di creature legate alla storia e alla pesantezza della vita di ogni giorno. Probabilmente per dirci che la pur doverosa e appassionata ricerca delle "cose di lassù" non deve essere, per nessuno di noi, una evasione dalle "cose di quaggiù" (cf Col 3,2).
La "nostalgia" del cielo
Rimane vero, tuttavia, che il "cielo" costituisce lo sfondo festoso ed entusiasmante di tutta la Liturgia odierna, dalle orazioni al Salmo responsoriale, al prefazio, fino naturalmente alle letture bibliche che costituiscono la base di tutto il resto.
Si legga, ad es., l'orazione iniziale: "Esulti di santa gioia la tua Chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa Liturgia di lode, poiché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del tuo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria". Sulla stessa linea si muove il postcommunio, che accentua ancora di più questa nostalgia celeste: "O Dio onnipotente e misericordioso... suscita in noi il desiderio della patria eterna, dove Cristo ha innalzato l'uomo accanto a te nella gloria".
Ancora più vibrante e nello stesso tempo ricco di contenuto teologico è il primo prefazio della festa odierna: "Il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al di sopra dei cieli tra il coro festoso degli Angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, Giudice del mondo e Signore dell'universo, non ci ha abbandonati nella povertà della nostra condizione umana, ma ci ha preceduto nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria".
È chiaro che il "cielo" non rappresenta qui uno spazio geografico, dove Cristo abiterebbe con il Padre; è solo un "simbolo" per esprimere la sua assunzione nella gloria, il suo nuovo modo di esistere ormai sciolto dai legami della temporalità e della spazialità, che però non lo sottrae da una, anche più intima, comunione di vita con noi. Anzi ce lo associa di più, già fin d'ora: di qui la supplica ardente che "dove è lui" possiamo essere anche noi.
La nostalgia del "cielo" perciò è semplicemente la nostalgia di Cristo e della nostra associazione alla sua vita nella gloria, come ci ricorda meravigliosamente san Paolo nella seconda lettura. Egli, infatti, prega Dio che "illumini gli occhi della mente" dei suoi cristiani per "comprendere a quale speranza" il Padre li ha chiamati risuscitando Cristo dai morti e facendolo "sedere alla sua destra nei cieli" (Ef 1,18-21).
È questo "desiderio" che vuole risvegliare nei nostri cuori la festa dell'Ascensione, non per farci disertare la terra ma per dirci che la nostra mèta è altrove: ed è proprio per questo che Gesù "ritornerà" ancora una volta per prenderci con sé, come annunciarono gli Angeli agli uomini di Galilea secondo il racconto degli Atti.
"Avrete la forza dello Spirito e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra"
La prima lettura si può comodamente dividere in due parti: i vv. 1-5 costituiscono il "prologo" del nuovo libro che Luca intende scrivere a continuazione del suo Vangelo, riprendendo il racconto proprio là dove lo aveva lasciato, cioè al momento dell'Ascensione di Cristo al cielo (Lc 24,50-51). A completamento del Vangelo qui si aggiunge che Gesù "si mostrò ad essi (agli Apostoli) vivo dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio" (v. 3).
È evidente l'intenzione di Luca di dare fondamento alla fede nella risurrezione del Signore: "per quaranta giorni" gli Apostoli lo hanno potuto ancora "vedere" e "ascoltare"! Il di più lo farà lo Spirito Santo, che essi dovranno attendere in Gerusalemme, secondo la "promessa" che Gesù aveva loro ripetutamente fatto (vv. 4-5).
La seconda parte (vv. 6-11) riprende il tema dell'Ascensione, arricchendolo di alcuni particolari e collegandolo anche più strettamente con la venuta dello Spirito, che sarà, oltre che il dono, il "prolungamento" stesso di Cristo.
Proprio per questo non c'è da pensare a un immediato "ristabilimento" del "regno di Israele" (v. 6), come pensavano piuttosto ingenuamente gli Apostoli. Esso "si ristabilirà", invece, per tutto l'arco di tempo che va dall'Ascensione fino al ritorno glorioso di Cristo. È la forza dello Spirito che farà fiorire e maturare i germi del regno, con la cooperazione e la testimonianza evangelizzatrice degli Apostoli: "Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (vv. 7-8).
L'Ascensione, pertanto, se per un verso è la fine di una esperienza, per l'altro è l'inizio di una avventura ancora più grande per la Chiesa, che proprio adesso sta per nascere.
È quanto ci viene detto nei versetti conclusivi: "Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo"" (vv. 9-11).
Anche presso la tomba vuota, alle donne, che erano accorse per ungere il corpo del Signore, appaiono, nel racconto di Luca (24,4) "due uomini in vesti sfolgoranti". Sono il segno della presenza di Dio, che opera interventi decisivi nel piano della storia della salvezza. Così come la "nube", che sottrae Gesù all'occhio dei suoi discepoli, non è da intendere come qualcosa che ce lo sottragga davvero, quanto come il simbolo di una particolare manifestazione salvifica di Dio in Cristo. Infatti la "nube" fa normalmente parte del quadro delle teofanie sia dell'Antico1 che del Nuovo Testamento.2 Inoltre, secondo la descrizione di Daniele (7,13), essa è anche il contrassegno e il preannuncio della "parusia" del Signore.3
Egli "tornerà allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo"
L'Ascensione perciò si pone, nella intenzione di Luca, come un fatto carico di irruenza escatologica: essa, in un certo senso, "anticipa" le ultime cose, trascinando gli uomini e la loro storia in questo movimento di ritorno a Dio, che adesso si realizza nel Cristo come "primizia" (cf 1 Cor 15,20) dell'umanità intera. È in questa luce che diventano trasparenti le parole degli Angeli: "Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo" (v. 11).
Il confronto qui stabilito ("allo stesso modo") non è sul piano delle verosimiglianze esterne, ma su quello delle realtà oggettive: come il Cristo gloriosamente sale al cielo, così ritornerà per affermare la sua "signoria" universale e per "ricapitolare" in sé tutta la storia. Non un distacco dunque, il suo, ma il pegno del suo ritorno; non un'assenza dai suoi, ma la promessa di una presenza anche più efficace e più consolante nella operatività feconda dello Spirito.
"Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra"
È quanto ricaviamo anche dal Vangelo di Matteo, che non ci descrive l'Ascensione di Gesù al cielo con immagini visive ma ce ne dà l'equivalente teologico nel potente, anche se scarno, quadro conclusivo del suo racconto (28,16-20).
Anche qui, come nel libro degli Atti, abbiamo l'ultimo incontro di Gesù con i suoi Apostoli. Esso però non avviene in Gerusalemme, ma in Galilea, da dove era risuonato il primo annuncio evangelico (4,12-17); e per di più su di un "monte", quasi certamente per richiamare alla memoria l'altro "monte" dal quale aveva lanciato al mondo l'appello sconvolgente delle "beatitudini" (cc. 5-7). È come un ritornare alle origini e un voler condensare in questo momento tutto il passato: il Risorto convalida in tal modo la sua storia precedente e dà nuovo vigore al "discorso della montagna". Non per nulla l'abbiamo appena sentito dire: "... insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (v. 20).
Ma al di là dell'inquadratura geografica diversa, che pur pone problemi all'esegeta, ci interessa il contenuto di questo messaggio ultimo di Cristo, che viene anche chiamato "mandato missionario", ma è qualcosa di più grande ancora.
Prima di tutto, si noti la maestosa affermazione cristologica iniziale: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (v. 18).
Più di una volta Matteo parla del "potere", cioè dell'"autorità" con cui Cristo insegna e agisce. Così, ad esempio, al termine del discorso della montagna si dirà che la gente era rimasta stupita, "perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (7,29). Più tardi, guarendo il paralitico, rivendicherà a sé "il potere di rimettere i peccati", suscitando di nuovo meraviglia e "timore" nella folla (9,6-7). Quasi al termine della sua vita, dopo la cacciata dei venditori dal tempio, i sacerdoti e gli anziani gli chiederanno: "Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?" (21,23).
Adesso Gesù svela da quale sorgente gli derivi la "autorità" che altri gli contestano: gli deriva da Dio, come dimostra chiaramente la formula passiva ("mi è stata data") alla maniera ebraica.
Ed è un'"autorità" senza limiti né di spazio ("in cielo e in terra"), né di tempo ("fino alla fine del mondo"). Anche se precedentemente Gesù l'aveva qualche volta esercitata, adesso ne è entrato in pieno possesso, perché è collegata con la sua glorificazione pasquale: la risurrezione infatti, che si perfeziona nell'Ascensione al cielo, colloca per sempre Gesù "alla destra" del Padre e ne fa il "Signore" del mondo e della storia, soprattutto della sua Chiesa.
"Andate e ammaestrate tutte le nazioni"
Ed è precisamente in forza di questa "autorità" che egli manda i suoi Apostoli ad "ammaestrare tutte le nazioni" (v. 19), volendo con ciò indicare l'umanità intera, di fatto formata da pagani e da giudei. Il verbo reso con l'imperativo: "ammaestrate", in realtà, secondo il greco, dovrebbe tradursi: "fatevi discepole tutte le nazioni". Il che presuppone un'immensa moltitudine di genti, che si mettono alla "scuola" di Cristo, diventando suoi "discepoli" (mathetái), come lo furono i Dodici durante la sua vita terrena.
Non si diventa "discepoli" di Cristo se non fondendosi in comunità con altri. Dietro queste parole emerge perciò l'immagine grandiosa della Chiesa, concepita come un permanente "discepolato" di tante persone, unite fra di loro dalla fede nel Cristo risorto.
E accanto alla fede, presupposta dal fatto stesso di diventare "discepoli" del Signore, vengono designati altri due elementi che specificano anche meglio questo nuovo modo di appartenere a Cristo: il Battesimo e l'osservanza di tutto quanto egli "ci ha comandato".
Il Battesimo, però, nella prospettiva di Matteo, non è soltanto una "immersione" nel mistero di Cristo, ma nel mistero trinitario medesimo: infatti l'assunzione di Cristo nella gloria del Padre inserisce, direi anche fisicamente, l'umanità intera nel cuore stesso di Dio uno e trino. Mediante il Cristo, risorto e asceso al cielo, la Chiesa si colloca nel mondo come una realtà di salvezza che, pur inserita nella storia, è risospinta costantemente verso il suo trascendimento in Dio.
A questo traguardo rimanda ugualmente "l'osservanza" del messaggio di Cristo nella sua totalità: "... insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (v. 20). Il Battesimo si dimostra verace nella misura in cui si traduce in uno stile di vita più del cielo che della terra, in obbedienza alla "parola" di Cristo che risuona perennemente nel suo Vangelo.
È così che egli, oltre che con la "potenza" della sua vita immortale presso il Padre, è presente in mezzo a noi "tutti i giorni sino alla fine del mondo" (v. 20): mediante la sua Chiesa che, con il Battesimo e con l'annuncio del Vangelo, avvia il processo di trasformazione di tutta la realtà creata verso il definitivo regno di Dio.

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola.

giovedì 25 maggio 2017

LE ESPERIENZE E IL PENSIERO DI ETTY HILLESUM E DI SIMONE WEIL


LE ESPERIENZE E IL PENSIERO DI ETTY HILLESUM E DI SIMONE WEIL 

UNO SGUARDO NUOVO SUL MALE 

di Giulia Galeotti 

Tra le più importanti intellettuali del Novecento, vi sono due giovani donne di origine ebraica, olandese una e francese l'altra, entrambe morte prematuramente nel 1943, la prima nel campo di concentramento di Auschwitz, la seconda in Inghilterra, stremata dalla malattia e dagli stenti mentre è impegnata nella Resistenza.
Due donne che hanno lasciato parole autentiche di speranza, pur nella tragedia del loro tempo. All'una che scrive nel suo diario "devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi "confrontarti" con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te ma anche per gli altri", sembra quasi rispondere l'altra quando scrive "amiamo la patria terrena, essa è reale e resiste all'amore. È lei che Dio ci ha dato da amare; e ha voluto che ciò fosse difficile, ma possibile" (Attesa di Dio, Adelphi, 2008). Beatrice Iacopini e Sabina Moser, studiose italiane che insegnano religione nei licei, hanno accostato le pagine lasciateci dalle due eroiche giovani, pagine che si distinguono nel pensiero contemporaneo per la loro forza e originalità. E anche per il loro profondo spessore, specie attorno a quello che da sempre costituisce uno degli oggetti principali della riflessione umana, e cioè il senso del male. 
Nel volume Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, pagine 236, euro 14), le voci delle due intellettuali - così diverse tra loro eppure così consonanti - vengono avvicinate nel loro offrire una nuova prospettiva da cui guardare e, soprattutto, vivere le sofferenze e le brutalità del mondo. Davvero queste voci così terribilmente attuali, pronte già per il futuro e illuminanti sul nostro vissuto umano, spalancano gli occhi con uno sguardo diverso sulla realtà. Uno sguardo positivamente stupefatto, capace di non soccombere al dolore e all'incomprensibilità, mediante una profonda apertura all'Amore.
Perché se il male rimane uno scandalo troppo grande per essere rimosso, queste due giovani donne (pur nelle contraddizioni e nelle debolezze della loro quotidianità) hanno dimostrato - Simone Weil innanzitutto con la sua esperienza di lavoro operaio, Etty Hillesum facendosi volontariamente internare in un campo di smistamento nazista - "che si può sempre vivere nell'onestà dell'intelligenza e nella pratica della virtù", come scrivono Iacopini e Moser, il cui merito è senz'altro quello di incuriosire alla conoscenza di Hillesum e Weil quanti, specie i giovani con cui lavorano, non le conoscono ancora.
Pur così diverse - il silenzio interiore della Hillesum trova il suo contraltare nell'accettazione del vuoto della Weil; più immediata e pacifica l'una, più spigolosa e tormentata l'altra - nel loro percorso di ridimensionamento dell'io, di passaggio accidentato ma radicale all'Amore, di incontro autentico con il Signore grazie all'esperienza spirituale, Etty Hillesum e Simone Weil offrono una luminosità di pensiero, che rende l'accettazione e l'amore per il prossimo concreta forza vivificante.
(L'Osservatore Romano - 24 aprile 2010)

[Un brano dal Diario di Etty Hillesum]
L’amicizia con uno "psicoanalista" attratto dal cristianesimo la avvicinò alla lettura dei "testi sacri". La sua "spiritualità" si manifestava nell’«abbandono» al "mistero religioso".

Così parla di Simone Weil Jean Baptiste Gourion:
Eccellenza, lei è cresciuto in ambiente ebraico. Come ha incontrato il cristianesimo?
La mia conversione è maturata leggendo Simone Weil. Le sue riflessioni sulla Shoah, in particolare sulla sofferenza dei giusti, mi hanno provocato un autentico choc. Ho iniziato così un cammino spirituale lungo il quale ho incontrato la fede. Ad un certo punto, non so esattamente quando, mi è diventato chiaro che tutto l'immenso dolore degli uomini Dio l'aveva fatto proprio, l'ha preso sulle sue spalle. Le sembrerà strano ma sono diventato credente quasi senza accorgermi.

mercoledì 24 maggio 2017

Maria Maddalena (ne ha parlato Papa Francesco in una delle meditazioni quotidiane)


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 23. EMMAUS, IL CAMMINO DELLA SPERANZA


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 23. EMMAUS, IL CAMMINO DELLA SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 24 maggio 2017 

La Speranza cristiana - 23. Emmaus, il cammino della Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei soffermarmi sull’esperienza dei due discepoli di Emmaus, di cui parla il Vangelo di Luca (cfr 24,13-35). Immaginiamo la scena: due uomini camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male. Prima di quella Pasqua erano pieni di entusiasmo: convinti che quei giorni sarebbero stati decisivi per le loro attese e per la speranza di tutto il popolo. Gesù, al quale avevano affidato la loro vita, sembrava finalmente arrivato alla battaglia decisiva: ora avrebbe manifestato la sua potenza, dopo un lungo periodo di preparazione e di nascondimento. Questo era quello che loro aspettavano. E non fu così.
I due pellegrini coltivavano una speranza solamente umana, che ora andava in frantumi. Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male.
Così, quella mattina della domenica, questi due fuggono da Gerusalemme. Negli occhi hanno ancora gli avvenimenti della passione, la morte di Gesù; e nell’animo il penoso arrovellarsi su quegli avvenimenti, durante il forzato riposo del sabato. Quella festa di Pasqua, che doveva intonare il canto della liberazione, si era invece tramutata nel più doloroso giorno della loro vita. Lasciano Gerusalemme per andarsene altrove, in un villaggio tranquillo. Hanno tutto l’aspetto di persone intente a rimuovere un ricordo che brucia. Sono dunque per strada, e camminano, tristi. Questo scenario – la strada – era già stato importante nei racconti dei vangeli; ora lo diventerà sempre di più, nel momento in cui si comincia a raccontare la storia della Chiesa.
L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita. I due discepoli marciano pensierosi e uno sconosciuto li affianca. È Gesù; ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerlo. E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”. Ciò che succede su questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù.
Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di quei due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: «Noi speravamo, ma… Noi speravamo, ma…» (v. 21). Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza.
Gesù parla loro anzitutto attraverso le Scritture. Chi prende in mano il libro di Dio non incrocerà storie di eroismo facile, fulminee campagne di conquista. La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo.
Poi Gesù ripete per i due discepoli il gesto-cardine di ogni Eucaristia: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà. In questa serie di gesti, non c’è forse tutta la storia di Gesù? E non c’è, in ogni Eucaristia, anche il segno di che cosa dev’essere la Chiesa? Gesù ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita – perché non c’è amore senza sacrificio – e la offre agli altri, la offre a tutti.
È un incontro rapido, quello di Gesù con i due discepoli di Emmaus. Però in esso c’è tutto il destino della Chiesa. Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza.
Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: “Vai avanti, io sono con te. Vai avanti”. Il segreto della strada che conduce a Emmaus è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa speranza! Perché Lui è accanto a noi e cammina con noi, sempre!

martedì 23 maggio 2017

Il peccato originale: la cacciata


IL MALE


(questo sito non è cattolico ed in alcune cose non mi ci riconosco, tutto quello che mi sembra utile, tuttavia, lo propongo)

IL MALE

Perché Dio permette il male? Questa domanda, prima o poi è posta un po’ da tutti. Anche indirettamente, perché perfino chi si definisce ateo, afferma spesso che non può credere in Dio perché, se Dio ci fosse, non esisterebbe il male. Il ragionamento che si fa al riguardo è: Se Dio è giusto, potente e buono, perché non interviene per porre fine a tutta la malvagità e a tutte le sofferenze del genere umano nel mondo intero?
   Bisogna intanto sgombrare il campo da falsi ragionamenti. Chi sostiene che Dio, essendo giusto e buono, non dovrebbe permettere il male, potrebbe non essere così onesto come vorrebbe apparire nella sua valutazione. In realtà potrebbe pretendere che Dio lo liberi dalle conseguenze del male che lui stesso pratica. È come se dicesse: Io faccio come mi pare, ma tu, Dio, devi fare in modo che io non soffra, altrimenti che Dio sei?
   Molti, poi, non trovando una risposta soddisfacente, arrivano alla conclusione che, poiché esiste il male, Dio non può esistere. Con tale conclusione si ammetterebbe però che esista una forza (il male) che governa tutto, la quale occuperebbe il posto di Dio. La prospettiva sarebbe allora tragica, oltre che inspiegabile.
   Paolo, facendo semplicemente riferimento al buon senso, dice che l’“eterna potenza e divinità” di Dio “si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue” (Rm 1:20). Con molta logica, in Eb 3:4 si afferma: “Certo ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio”. Dio esiste. Eppure, esiste anche il male.
   Senza dover ricorrere, quindi, alla negazione dell’esistenza di Dio, rimane la domanda: Perché Dio permette il male? Domanda ancor più inquietante, proprio perché si ammette l’esistenza di Dio.
   La Bibbia non tace la situazione: “La terra è data in balìa dei malvagi” (Gb 9:24). La Bibbia non tace neppure la domanda sul perché del male. Il profeta Abacuc, indignato, domanda a Dio: “Perché mi fai vedere l’iniquità e tolleri lo spettacolo della perversità?” (Ab 1:3). Pare proprio che in questo mondo prosperi la malvagità: “Sono tutti a loro agio quelli che agiscono perfidamente”, tanto che il profeta Geremia si domanda: “Perché prospera la via degli empi?” (Ger 12:1). “Dov’è il Dio di giustizia?”. – Mal 2:17.
   Il salmista, angosciato, prorompe pieno di terrore:

“Paura e tremito m’invadono,
e sono preso dal panico;
e io dico: ‘Oh, avessi ali come di colomba,
per volare via e trovare riposo!
Ecco, fuggirei lontano’”. – Sl 55:6-7.

   Dire religiosamente che nel mondo futuro sapremo la risposta sul perché esista il male, può avere anche una parvenza di soluzione del problema, ma sa tanto di scorciatoia per eludere l’imbarazzante domanda. Far poi riferimento al libero arbitrio, affermando che il male è dovuto alla scellerata scelta iniziale fatta dai nostri primogenitori (Gn 2:16,17), è una risposta che imbocca una strada che alla fine è chiusa. Infatti, non risolve la presenza del male, perché la possibilità che i primogenitori avevano di compiere il male, sebbene per loro scelta, indica in sé che tale male era possibile. Perché il male non fosse presente, neppure come possibilità, non sarebbe dovuto esistere proprio neppure il concetto di male.
   Con Rm 5:12 possiamo spiegare l’ingresso del peccato e della morte nel mondo, ma non la presenza del male all’inizio della storia umana. Quando Dio “Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato” (Gn 2:8), il male era già presente, perché “Dio il Signore fece spuntare dal suolo ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”. – Gn 2:9.
   Fu Dio stesso che “fece spuntare dal suolo” l’albero della conoscenza anche del male. Si può dire finché si vuole che l’uomo non fosse obbligato a cibarsene, ma rimane che il concetto di male era già presente e che fu Dio a renderlo presente. La Bibbia afferma che Dio è amore (1Gv 4:8,16). La presenza del male, non solo permessa, ma anche “voluta” da Dio, deve quindi avere una spiegazione più profonda di quelle delle sdolcinature proposte dalle religioni. Perfino persone credenti e religiose domandano: Perché Dio non distrusse subito il primo peccatore? Perché tutto questo tempo trascorso nel male? Non poteva Dio togliere la malvagità in maniera definitiva già al tempo di Yeshùa, se non prima? Se il primo a compiere il male fu satana, perche Dio non lo fulminò sul momento, sapendo quali sarebbero state le atroci conseguenze di quella ribellione? Qualche religione americana s’inventa una sfida tra Dio e satana, giocata sulla nostra pelle. Se Dio avesse distrutto subito satana, dicono costoro, gli angeli sarebbero rimasti con il dubbio che satana potesse aver ragione nella sua ribellione a Dio. Ciò è un assurdo che sa di favola e che, tra l’altro, non risolve la questione. Se, infatti, il cherubino che divenne satana poté operare il male, ciò implica che il male era presente come possibilità. E tale possibilità fu data e voluta da Dio. Occorre davvero trovare una risposta più convincente.
   Come potremmo definire il male? Potremmo dire che il male è tutto ciò che fa male. Eppure, questa definizione non pare completa. Se, per un incidente, si batte contro qualcosa che ci spezza un dente, ciò fa indubbiamente male ed è un male. Tuttavia, il male che si prova per l’estrazione di un dente porta a un bene finale. Si potrebbe allora dire che è male ciò che fa male e basta, senza esiti positivi.
   Allo stesso modo, il bene è ciò che fa bene. Tuttavia, un pranzo a base di funghi velenosi potrebbe far gran bene al palato lì per lì. Si potrebbe allora dire che il bene è tutto ciò che fa bene in maniera duratura, senza controindicazioni.
   Il termine ebraico ??? (ra), nella Bibbia non significa solo “male”, ma anche “cattivo”, perfino “brutto”, “disastroso”, “ostile” Gn 2:9;40:7;41:3; Es 33:4; Dt 6:22; 28:35; Pr 23:6;28:22). Allo stesso modo, il termine greco ?a??? (kakòs) indica ciò che è dannoso e nocivo, oltre che “male”. – Rm 7:19;12:17; Col 3:5; Tit 1:12; Eb 5:1.
   Bene e male appaiono attaccati come due facce della stessa medaglia. Non esiste moneta o medaglia con una sola faccia, eppure è possibile disporla solamente su una sola faccia alla volta. Sebbene il male possa assumere le sembianze del bene e viceversa, il male rimane male e il bene rimane bene.
   Già dalla prima volta che il termine “male” (ra, ???) ricorre nella Bibbia, esso appare connesso al bene. “Dio il Signore ordinò all’uomo: ‘Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare’” (Gn 2:16,17). Si noti qui che si tratta di un solo albero. Come la nostra medaglia con due facce, tale albero unico possedeva simbolicamente la “conoscenza del bene e del male”. Vietandone ad Adamo l’accesso, Dio voleva impedirgli non solo la conoscenza del male ma anche quella del bene. Che cosa significa? Significa che la distinzione tra bene e male è qualcosa che spetta solo a Dio. È il Creatore che stabilisce cosa sia bene e cosa sia male. Non è compito nostro fissarne la norma.
   A volte il male è una tappa obbligata verso il bene, come nel caso dell’estrazione del dente. “Per la gioia che gli era posta dinanzi egli [Yeshùa] sopportò la croce”. – Eb 12:2.
   A volte il bene è occasione per compiere il male. “Tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato, finché non si trovò in te la perversità”. – Ez 28:15.
   Il male può essere una tutela e una protezione. Se non si provasse male avvicinando una mano alla fiamma, molti andrebbero in giro come Muzio Scevola. La creazione sarebbe un assurdo balocco se fosse impedita la sofferenza come conseguenza di un gesto inconsulto. Buttarsi giù da un palazzo senza spiaccicarsi al suolo diventerebbe un gioco senza senso. D’altra parte, nessuno sente il bisogno di buttarsi dal ventesimo piano, salvo chi ha seri problemi mentali.
   Da dove ha origine allora il male? Non si confonda la scelta del male con il male stesso. Scegliere il male è diabolico. Tuttavia, finché non si sceglie di operarlo, il male rimane solo una possibilità inoffensiva, perfino necessaria. Nessuno obbliga a ustionarsi col fuoco, ma la scottatura avverte che non è il caso di giocare col fuoco.
   Il male è allora l’altra faccia del bene. Non si può definire il caldo senza la presenza del freddo e viceversa. Non si può definire il buono senza un raffronto con il cattivo. Da dove viene allora il male? Chi l’ha creato? Ovviamente, fu il creatore di tutte le cose.

“Io formo la luce, creo le tenebre,
do il benessere, creo l’avversità;
io, il Signore, sono colui che fa tutte queste cose”. – Is 45:7.

   “Creo il male”, traduce Diodati. E con ragione, perché il testo biblico dice proprio: ?????? ??? (vorè ra), “creo (il) male”. Aggiungiamo che il verbo ebraico è lo stesso identico usato in Gn 1:1 per la creazione dei cieli e della terra.
   D’altra parte, dopo aver intimato ad Adamo di non cibarsi “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, Dio gli garantisce, se disubbidirà, un male sicuro: “Nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”. – Gn 2:16,17.
   Il male è dunque un elemento importante della creazione. Male non è automaticamente sinonimo di peccato. Le punizioni volute da Dio di cui la Bibbia parla – come il Diluvio, le piaghe d’Egitto, la distruzione di Sodoma e Gomorra – non furono certo un bene. Furono un male, ma non per questo Dio peccò. Furono i colpiti a peccare, attirandosi addosso il male.
“Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare il Signore, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva . . . Ma se il tuo cuore si volta indietro, e se tu non ubbidisci . . . io vi dichiaro oggi che certamente perirete . . . Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui, poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni”. – Dt 30:15-20.
   “‘Com’è vero che io vivo’, dice il Signore, Dio, ‘io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie!’”. – Ez 33:11.
   Dobbiamo avere “le facoltà esercitate a discernere il bene e il male” (Eb 5:14). Come saper distinguere? In base alla norma di Dio, perché è lui che ha la perfetta “conoscenza del bene e del male” (Gn 2:17). “Nessuno, quand’è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno” (Gc 1:13). Come si sceglie allora il male? “Ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte”. – Gc 1:14,15.
   La parola “concupiscenza” traduce il greco ?p???µ?a (epithümìa) che indica il desiderio, la brama, la voglia di ciò che è proibito. Da dove sorge tale istinto insito in noi? Aspetto interessante, nel Talmud si legge: “[Dio] creò l’uomo con due inclinazioni: la buona e la cattiva” (Berachòt 61a). Nell’etica ebraica s’insegna che nell’essere umano esistono due istinti opposti: lo Yetzer Tov (buona inclinazione) e lo Yetzer Ra (cattiva inclinazione).
   Alla base di questa dottrina c’è il passo biblico di Gn 2:7 in cui si legge: (vayiytzèr Yhvh Elohìm et ha-adàm), “e formò Yhvh Dio l’uomo”. Ora, qui appare una forma strana del verbo:

(yiytzèr)
   Infatti, è scritto stranamente con due yod (?, y). Più avanti, in 2:19, circa gli animali è però scritto: ????????   (vayitzèr Yhvh Elohìm), “e formò Yhvh Dio”, e qui il verbo ?????? (yitzèr), “formò”, è scritto correttamente, con una sola yod (?, y).
   I rabbini fanno quindi notare che gli animali sono stati creati con un solo istinto, mentre l’essere umano ha due inclinazioni. Lo yod (?, y) è, infatti, la prima lettera della parola ????? (yètzer), che significa “inclinazione”, come in Gn 6:5: “[Dio] vide che la cattiveria dell’uomo era abbondante sulla terra e che ogni inclinazione [????? (yètzer)] dei pensieri del suo cuore era solo cattiva in ogni tempo”. – TNM.
   La buona inclinazione (Yetzer Tov) si manifesta anche nella coscienza morale come voce interiore che ci segnala che c’è qualcosa che non va. La coscienza è innata: Dio ha creato l’essere umano così. La sperimentarono subito Adamo ed Eva, nascondendosi per la vergogna non appena infransero la legge di Dio (Gn 3:7). Paolo conferma che ogni essere umano discendente da Adamo ed Eva la possiede: “Certo i pagani non conoscono la Legge data da Dio; ma quando essi compiono ugualmente ciò che la Legge comanda, è come se l’avessero dentro di sé. La loro condotta dimostra che nei loro cuori è scritto ciò che la Legge prescrive. Lo dimostrano la loro coscienza e i ragionamenti che fanno tra di loro, con i quali, a volte, si accusano, e a volte si difendono”. – Rm 2:14,15, PdS.
   La cattiva inclinazione (Yetzer Ra) va compresa secondo il pensiero ebraico (e quindi biblico) e non all’occidentale. Si tratta della nostra natura egoistica. Tuttavia, occorre distingue bene il tipo di egoismo. L’egoismo inteso come aspetto negativo è l’egoismo psicologico ovvero l’agire solo in base ai propri interessi. C’è poi l’egoismo etico che consiste nell’agire in base ai propri interessi ma non solo per quelli. Generalmente, l’egoismo è visto come l’agire nel proprio interesse a scapito degli altri. La natura egoistica dello Yetzer Ra non è però in sé negativa. Si tratta, infatti, di un egoismo razionale. In etica, l’egoismo razionale è visto semplicemente come comportamento logico, affermando che è del tutto razionale agire in base ai propri interessi. Quest’ultima idea trova conferma nella realtà delle cose e nella Scrittura. È del tutto ovvio che mangiare, bere, dormire – per citare alcuni comportamenti comuni – sia fatto nel proprio interesse. Non farlo sarebbe un suicidio. Perfino provare gioia nell’ubbidire a Dio potrebbe essere definito egoistico, ma si tratta – appunto – di un egoismo razionale. La Scrittura ci dice di amare il prossimo come noi stessi (Lv 19:18; Mt 22:39) e ciò comporta necessariamente che prima di tutto amiamo noi stessi.
   Lo Yetzer Ra non è quindi, in sé, qualcosa di brutto e negativo. È Dio che ha creato così l’essere umano, ed è grazie a questo istinto che progrediamo. È proprio grazie a tale sano egoismo razionale che mettiamo su casa, ci sposiamo, curiamo il benessere nostro e dei nostri cari. Tuttavia, da uno stimolo in sé positivo si può andare oltre e degenerare. Facciamo un esempio. Il desiderio sessuale è voluto da Dio e garantisce la costituzione di una famiglia e la procreazione; ma non solo, perché è un piacere che Dio invita a godere: “Benedetta la tua sorgente, la donna che hai sposato nella tua gioventù! Con lei sii felice” (Pr 5:18, PdS; cfr Ec 9:9). In Israele, l’uomo che si sposava era esentato per un anno dal servizio militare e da altri obblighi sociali, così da poter godere insieme a sua moglie le gioie del matrimonio (Dt 24:5). Il desiderio sessuale, in sé buono, può però degenerare in violenza carnale, incesto, adulterio, omosessualità e altre perversioni.
    Va notato che lo Yetzer Ra è un’inclinazione interiore che fa parte della persona, non qualcosa che viene dall’esterno. Tutti abbiamo la possibilità di fare una scelta.
“Vedete, io vi pongo oggi davanti alla scelta, tra una benedizione e una maledizione”. – Dt 11:26, PdS.
   Lo yètzer o inclinazione tende al male sin da quando l’essere umano è giovane: “L’inclinazione [????? (yètzer)] del cuore dell’uomo è cattiva [??? (ra)] fin dalla sua giovinezza” (Gn 8:21, TNM). I bambini e le bambine non sono malvagi né tantomeno nascono tali. Non sono neppure ancora dotati di una coscienza morale. Non sono neanche contagiati da un presunto peccato originale. Quando Paolo dice che “noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri” (Ef 2:3), egli vede l’essere umano per quello che è, per come si trova nella situazione attuale del mondo. E vede che l’essere umano, nell’ambiente attuale, cade nella schiavitù delle concupiscenze carnali e vive schiavo di satana. Paolo non parla qui dei bambini che nascono e muoiono, ma delle persone già mature che l’apostolo aveva davanti agli occhi con tutti i loro peccati. Anche se cerchiamo di creare un ambiente ideale, i nostri sforzi saranno frustrati dall’ereditarietà che influisce sull’individuo e lo condiziona, rendendolo tarato. A questa miseria umana è venuto incontro Dio con il suo grande e immenso amore: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati)”. – Ef 2:4,5.
   La cattiva inclinazione ci permette di conoscere il male e quindi ci aiuta a comprendere meglio il bene. Anche in ciò lo Yetzer Ra mostra la sua funzione positiva. Esso non va perciò soppresso. Dobbiamo piuttosto impiegarlo nel modo giusto lasciando prevalere lo Yetzer Tov. Il male, di per sé inoffensivo se rimane solo una possibilità che non cogliamo, produce le sue conseguenze se lo scegliamo: “La tua malvagità è quella che ti castiga”. – Ger 2:19.