martedì 22 maggio 2018

Genesi, il serpente biblico


GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19861112.html

GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 novembre 1986


1. Le considerazioni sul peccato, svolte nel presente ciclo delle nostre catechesi, ci impongono di ritornare sempre a quel primo peccato di cui si legge in Gen 3, San Paolo ne parla come della “disobbedienza” del primo Adamo (cf. Rm 5, 19), in connessione diretta con quella trasgressione del comandamento del Creatore concernente “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Anche se una lettura superficiale del testo può dare l’impressione che quel divieto riguardasse una cosa irrilevante (“non dovete mangiare del frutto dell’albero”), chi ne fa un’analisi più profonda si convince facilmente che il contenuto apparentemente irrilevante del divieto simboleggia una questione del tutto fondamentale. E ciò appare dalle parole del tentatore, il quale, per persuadere l’uomo ad agire contro il divieto del Creatore, lo alletta con quella istigazione: “Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3, 5).
2. In questa luce sembra si debba intendere che quell’albero della conoscenza e il divieto di mangiare dei suoi frutti avevano lo scopo di ricordare all’uomo che egli non è “come Dio”: è solo una creatura! Sì, una creatura particolarmente perfetta perché fatta a “immagine e somiglianza di Dio”, e, nondimeno, sempre e solo una creatura. Questa era la fondamentale verità dell’essere umano. Il comandamento che l’uomo ha ricevuto all’inizio includeva questa verità espressa in forma di ammonimento: Ricordati di essere una creatura chiamata all’amicizia con Dio, il quale solo è il tuo Creatore: non voler essere ciò che non sei! Non voler essere “come Dio”. Agisci secondo ciò che sei, tanto più che questa è già una misura così alta: la misura dell’“immagine e somiglianza di Dio”. Essa ti distingue tra le creature del mondo visibile, ti pone sopra di esse. Ma nello stesso tempo la misura dell’immagine e somiglianza di Dio ti obbliga ad agire in conformità con ciò che tu sei. Sii dunque fedele all’alleanza che Dio creatore ha stretto con te, creatura, sin dall’inizio.
3. Proprio questa verità, e quindi il principio primordiale di comportamento dell’uomo, non solo è stato messo in dubbio dalle parole del tentatore riferite in Gen 3, 1 ma è stato addirittura radicalmente “contestato”. Pronunciando quelle parole tentatrici il “serpente antico”, come lo chiama l’Apocalisse (Ap 12, 9), formula per la prima volta un criterio di interpretazione a cui in seguito l’uomo peccatore ricorrerà tante volte nel tentativo di affermare se stesso o addirittura di crearsi un’etica senza Dio: il criterio cioè secondo cui Dio è “alienante” per l’uomo, così che questi, se vuol essere se stesso, deve farla finita con Dio (cf. Feuerbach, Marx, Nietzsche).
4. La parola “alienazione” presenta diverse sfumature di significato. In tutti i casi indica l’“usurpazione” di qualcosa che è proprietà altrui. Il tentatore di Gen 3 dice per la prima volta che il Creatore ha “usurpato” ciò che appartiene all’uomo-creatura! Attributo dell’uomo sarebbe infatti l’“essere come Dio”, il che dovrebbe significare l’esclusione di qualunque dipendenza da Dio. Da questo presupposto metafisico deriva logicamente il rifiuto di ogni religione come incompatibile con ciò che l’uomo è. Di fatti le filosofie atee (o anti-teiste) ritengono che la religione sia una forma fondamentale di alienazione mediante la quale l’uomo si priva o si lascia espropriare di ciò che appartiene esclusivamente al suo essere umano. Nello stesso crearsi un’idea di Dio, l’uomo si aliena da se stesso, perché rinuncia in favore di quell’Essere perfetto e felice da lui immaginato, a ciò che è originariamente e principalmente sua proprietà. La religione a sua volta accentua, conserva e alimenta questo stato di auto-spogliamento in favore di un Dio di creazione “idealistica” e quindi è uno dei principali coefficienti dell’“espropriazione” dell’uomo, della sua dignità, dei suoi diritti.
5. Di questa falsa teoria, così contraria ai dati della storia e della psicologia religiosa, vorrei far qui notare che presenta varie analogie con la narrazione biblica della tentazione e della caduta. È significativo che il tentatore (“il serpente antico”) di Gen 3 non metta in dubbio l’esistenza di Dio, e neanche neghi direttamente la realtà della creazione; verità che in quel momento storico erano per l’uomo fin troppo ovvie. Invece, nonostante questa ovvietà, il tentatore - nella propria esperienza di creatura ribelle per libera scelta - cerca di innestare nella coscienza dell’uomo già “all’inizio”, quasi “in germe”, ciò che costituisce il nucleo dell’ideologia dell’“alienazione”. E con ciò opera una radicale inversione della verità sulla creazione nella sua essenza più profonda. Al posto del Dio che elargisce al mondo l’esistenza, del Dio-Creatore, nelle parole del tentatore in Gen 3 viene presentato un Dio “usurpatore” e “nemico” della creazione, e specialmente dell’uomo. In realtà proprio l’uomo è il destinatario di una particolare elargizione divina, essendo stato creato a “immagine e somiglianza” di Dio. In questo modo la verità viene estromessa dalla non-verità; viene mutata in menzogna, perché manipolata dal “padre della menzogna”, come il Vangelo chiama colui che ha operato questa contraffazione all’“inizio” della storia umana: “Egli è stato omicida fin dal principio . . . perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 44).
6. Nel cercare la fonte di questa “menzogna”, che si trova all’inizio della storia come radice del peccato nel mondo degli esseri creati e dotati della libertà a immagine del Creatore, vengono ancor sempre alla mente le parole del grande Agostino: “amor sui usque ad contemptum Dei” (De Civitate Dei, XIV, 28: PL 41, 438). La menzogna primordiale ha la sua fonte nell’odio che porta al disprezzo di Dio: “contemptus Dei”.
Questa è la misura di negatività morale che si è riflessa nel primo peccato dell’uomo. Ciò consente di capire meglio quanto san Paolo insegna quando qualifica il peccato di Adamo come “disobbedienza” (Rm 5, 19). L’Apostolo non parla di odio diretto di Dio, ma di “disobbedienza”, di opposizione alla volontà del Creatore. Tale rimarrà il carattere principale del peccato nella storia dell’uomo. Sotto il peso di questa eredità la volontà dell’uomo, resa debole e incline al male, resterà permanentemente esposta all’influenza del “padre della menzogna”. Lo si constata nelle diverse epoche della storia. Lo testimoniano ai nostri tempi le diverse specie di negazione di Dio, dall’agnosticismo all’ateismo o addirittura all’antiteismo. In diversi modi viene inscritta in esse l’idea del carattere “alienante” della religione e della morale, che trova nella religione la propria radice, proprio come aveva suggerito agli inizi il “padre della menzogna”.
7. Ma se si vuol guardare alla realtà senza pregiudizi e chiamare le cose col loro nome, dobbiamo dire francamente che alla luce della rivelazione e della fede, la teoria dell’alienazione dev’essere rovesciata. Ciò che porta all’alienazione dell’uomo è proprio il peccato, è unicamente il peccato! È proprio il peccato che fin dall’“inizio” fa sì che l’uomo venga in certo modo “diseredato” della propria umanità. Il peccato “toglie” all’uomo, in diversi modi, ciò che decide della sua vera dignità: quella di immagine e somiglianza di Dio. Ogni peccato in certo modo “riduce” questa dignità! Quanto più l’uomo diventa “schiavo del peccato” (Gv 8, 34) tanto meno gode della libertà dei figli di Dio. Egli cessa di essere padrone di se stesso, come esigerebbe la struttura stessa del suo essere persona e cioè di creatura razionale, libera, responsabile.
La Sacra Scrittura sottolinea efficacemente questo concetto di alienazione, illustrandone una triplice dimensione: l’alienazione del peccatore da se stesso (cf. Sal 57,4: alienati sunt peccatores ab utero), da Dio (cf. Ez 14, 7: [qui] alienatus fuerit a me; Ef 4, 18: alienati a vita Dei), dalla comunità (cf. Ef 2, 12: alienati a conversatione Israel).
8. Il peccato è dunque non solo “contro” Dio, ma anche contro l’uomo. Come insegna il Concilio Vaticano II: “Il peccato è . . . una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di costruire la propria pienezza” (Gaudium et Spes, 13). È una verità che non ha bisogno di essere provata con elaborate argomentazioni. Basta semplicemente constatarla. Del resto non ne offrono forse eloquente conferma tante opere della letteratura, del cinema, del teatro? In esse l’uomo appare indebolito, confuso, privo di un centro interiore, accanito contro di sé e contro gli altri, succube di non-valori, in attesa di qualcuno che non arriva mai, quasi a riprova del fatto che, una volta perduto il contatto con l’Assoluto, egli finisce per perdere anche se stesso.
È perciò sufficiente richiamarsi all’esperienza, sia a quella interiore, sia a quella storico-sociale nelle sue varie forme, per convincersi che il peccato è un’immane “forza distruttrice”: esso distrugge con virulenza subdola e inesorabile il bene della convivenza tra gli uomini e le società umane. Proprio per questo si può parlare giustamente del “peccato sociale” (Reconciliatio et Paenitentia, 16). Dato però che alla base della dimensione sociale del peccato si trova sempre il peccato personale, bisogna soprattutto mettere in rilievo ciò che il peccato distrugge in ogni uomo, suo soggetto e artefice, considerato nella sua concretezza di persona.
9. A questo proposito merita di essere richiamata un’osservazione di san Tommaso d’Aquino, secondo il quale, allo stesso modo che ad ogni atto moralmente buono l’uomo come tale diventa migliore, così per ogni atto moralmente cattivo l’uomo come tale diventa peggiore (cf. Summa Theol, I-II, q. 55, a. 3; q. 63, a. 2). Il peccato dunque distrugge nell’uomo quel bene che è essenzialmente umano, in un certo senso “toglie” all’uomo quel bene che gli è proprio, “usurpa” l’uomo a se stesso. In questo senso, “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, come afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 8, 34). Questo è precisamente quanto è contenuto nel concetto di “alienazione”. Il peccato, dunque, è la vera “alienazione” dell’essere umano razionale e libero. All’essere razionale compete di tendere alla verità e di esistere nella verità. Al posto della verità circa il bene, il peccato introduce la non-verità: il vero bene viene da esso eliminato in favore di un bene “apparente”, che non è un bene vero, essendo stato eliminato il vero bene in favore del “falso”.
L’alienazione che avviene nel peccato tocca la sfera conoscitiva, ma attraverso la conoscenza raggiunge la volontà. E ciò che allora succede sul terreno della volontà, lo ha espresso forse nel modo più esatto san Paolo, scrivendo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me . . . Quando voglio fare il bene il male è accanto a me . . . Sono uno sventurato” (Rm 7, 19-24).
10. Come si vede, la reale “alienazione” dell’uomo - l’alienazione di un essere fatto a immagine di Dio, razionale e libero - è nient’altro che “il dominio del peccato” (Rm 3, 9). E questo aspetto del peccato viene messo in rilievo con ogni forza dalla Sacra Scrittura. Il peccato è non solo “contro” Dio, contemporaneamente esso è “contro” l’uomo.
Orbene, se è vero che il peccato implica, secondo la sua stessa logica e secondo la rivelazione, adeguate punizioni, la prima di queste punizioni è costituita dal peccato stesso. Mediante il peccato l’uomo punisce se stesso! Nel peccato è già immanente la punizione; qualcuno giunge a dire: v’è già l’inferno, come privazione di Dio! “Ma forse costoro offendono me - chiede Dio per mezzo del profeta Geremia (Ger 7, 19) - o non piuttosto se stessi a loro vergogna?”. “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono” (Ger 2, 19). E il profeta Isaia lamenta: “Tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento . . . Tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balia della nostra iniquità” (Is 64, 5-6).
11. Proprio questo “consegnarsi (e auto-consegnarsi) dell’uomo in balia della sua iniquità” spiega nel modo più eloquente il significato del peccato come alienazione dell’uomo. Tuttavia il male non è completo o almeno è rimediabile, finché l’uomo ne è consapevole, finché conserva il senso del peccato. Quando invece anche questo viene a mancare, è praticamente inevitabile il crollo totale dei valori morali e si fa terribilmente incombente il rischio della perdizione definitiva. È per questo che vanno sempre riprese e meditate con grande attenzione quelle gravi parole di Pio XII (un’espressione che è divenuta quasi proverbiale): “Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato” (Discorsi e Radiomessaggi, VIII [1946], 288).

venerdì 18 maggio 2018

Pentecoste


PENTECOSTE (ANNO B) - MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)


Stavano compiendosi... le cose future

don Luciano Cantini  

PENTECOSTE (ANNO B) - MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste
Luca si riferisce alla Festa di Shavuot, letteralmente significa "settimane", sono sette settimane - cinquanta giorni dopo Pasqua, in greco è detta Pentecoste - tra il passaggio del Mar Rosso e l'esperienza del Sinai. 
Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce. Egli vi annunciò la sua alleanza, che vi comandò di osservare, cioè le dieci parole, e le scrisse su due tavole di pietra (Dt 4,12-13).
In questo ambito Luca racconta l'esperienza cristiana del dono dello Spirito ricalcando gli elementi tipici della manifestazione di Dio (Teofania) come il vento e il fuoco. Lontana dall'autore l'idea di un mero resoconto dei fatti: l'espressione stava compiendosi il giorno della Pentecoste sembra riferirsi alla sera mentre poco dopo si dice sono le nove del mattino (At 2,15). Ogni parola del nostro testo è il segno di una esperienza di fede che va molto più in profondità rispetto all'accadimento.
Stava compiendosi non si riferisce dunque alla giornata ma al senso stesso della Pentecoste, alla Alleanza che ai piedi del Sinai ha avuto inizio, quando Dio stesso con il dono della Legge ha costituito le tribù l'Israele fuggiasche dall'Egitto in un Popolo, un popolo eletto: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa (Es 19,6).
Pietro ne ha preso coscienza tanto da affermare Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio (1Pt 2,9-10).

Apparvero loro lingue come di fuoco
Luca tenta di visualizzare, o meglio rendere sensibile l'avvenimento attraverso la descrizione del fragore, del vento che si abbatte impetuoso che riempì tutta la casa ma cui fa precedere un quasi, poi descrive l'esperienza del fuoco, o meglio dellelingue come di fuoco; l'iconografia cristiana ha espresso con una buona dose di fantasia ciò che l'autore degli Atti racconta in modo volutamente impreciso ma fortemente coinvolgente.
Quello che colpisce è l'immagine del fuoco che si divide per raggiungere ciascuno, così lo stesso Spirito si manifesta in ciascuno con una vocazione speciale all'unità: E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito (1Corinzi 12,13).
Non è estranea la vocazione di tutto il genere umano all'unità che la Scrittura insinua fin dalla Genesi quando da Adamà, la prima creatura, è separato l'uomo dalla donna perché costituissero di nuovo una sola carne (Gen 2,24).
In effetti il soggetto del racconto sono le lingue e il fuoco è solo un paragone per rendere l'immagine: le lingue strumento di comunicazione tra gli uomini, ma anche causa di incomprensioni e fraintendimenti diventano nella pentecoste elemento unificante nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Li udiamo parlare nelle nostre lingue
Dalla pienezza dello Spirito nasce una comunicazione nuova: il miracolo delle lingue raccontato da Luca lascia perplessi e in tanti si sono provati a descrivere la dinamica dell'avvenimento; come al solito le parole vanno oltre la descrizione dei fatti e ci chiedono un atto di fede, non tanto per quello che è stato quanto per quello che sarà e che Paolo annuncia come un dato già realizzato: Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,28).
Il racconto di Atti descrive Gerusalemme come un crogiuolo di popoli diversissimi tra di loro, dalle molteplici provenienze; ci sarebbe da domandarci se la storia, meglio lo Spirito, non stia proponendo alle società di oggi la stessa esperienza e la stesa fatica di convivere e comunicare. La Pentecoste ci costringe a fare uno sforzo di comprensione con chi ci sta vicino, superare le divisioni di genere, di generazione, di stato sociale, di cultura, di provenienza; ogni divisione apre la porta ad altre divisioni così come ogni comunione sfocia in altre comunioni. Vivere la Pentecoste non è una esperienza "religiosa" o "spirituale", piuttosto assumere la diversità come una sorta di provocazione a ricomprendere i nostri rapporti, la nostra fede, il dono di Dio che abbiamo ricevuto, a dare "libertà" allo Spirito che è in noi, che ci guiderà a tutta la verità, e ci annuncerà le cose future (Gv 16,15).

mercoledì 16 maggio 2018

IL Battesimo di Gesù


BATTESIMO E VITA CRISTIANA (Jubilee 2000)


BATTESIMO E VITA CRISTIANA (Jubilee 2000)

Jean Evenou

Nella Lettera apostolica in preparazione al Giubileo, il Santo Padre richiama che, per quest'anno, «l'impegno di attualizzazione sacramentale (...) potrà far leva sulla riscoperta del Battesimo come fondamento dell'esistenza cristiana, secondo la parola dell'Apostolo: "Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27)» (TMA, n. 41).
Non avremo mai finito di scoprire il valore del Battesimo e la sua importanza per la nostra vita personale. L'intera esistenza di ciascun fedele «ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novità cristiana che deriva dal Battesimo, sacramento della fede, perché possa viverne gli impegni secondo la vocazione ricevuta da Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, n. 10). L'anno in corso, dedicato a conoscere meglio la persona e il mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio, è parimenti un tempo favorevole, in vista del prossimo Giubileo, per riscoprire il Battesimo, ossia per prendere coscienza della nostra dignità di cristiani secondo l'ammonimento del papa san Leone Magno: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo!... Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo» (Discorso per il Natale, 1, 3).
«Con il santo Battesimo diventiamo figli di Dio nell'Unigenito suo Figlio, Cristo Gesù. Uscendo dalle acque del sacro fonte, ogni cristiano riascolta la voce che un giorno si è udita sulle rive del fiume Giordano: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc 3,22), e capisce che è stato associato al Figlio prediletto, diventando figlio di adozione (cf. Gal 4,4-7) e fratello di Cristo. Si compie così nella storia di ciascuno l'eterno disegno del Padre: "quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29)» (Christifideles laici, 11).
Le messe dell'ottava di Pasqua, i prefazi del Tempo pasquale, non cessano di ricordare la grandezza del sacramento del Battesimo e gli impegni che esso comporta: «Concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (lunedì fra l'ottava); «Il Signore li ha dissetati con l'acqua della sapienza; li fortificherà e li proteggerà per sempre, darà loro una gloria eterna» (martedì fra l'ottava); «concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall'unica fede, esprimano nelle opere l'unico amore» (giovedì fra l'ottava); «coloro che sono rinati nel Battesimo ricevano la veste candida della vita immortale» (sabato fra l'ottava); «Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. Per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce» (prefazio II); «In lui, vincitore del peccato e della morte, l'universo risorge e si rinnova, e l'uomo ritorna alle sorgenti della vita» (prefazio IV); «Dio (...) accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l'inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti» (II domenica di Pasqua).
«Rigenerati come "figli nel Figlio", i battezzati sono inscindibilmente "membra di Cristo e membri della Chiesa" (...). Mediante il sacramento Gesù unisce il battezzato alla sua morte per unirlo alla sua risurrezione (cf. Rm 6,3-5), lo spoglia dell'"uomo vecchio" e lo riveste dell'"uomo nuovo", ossia di Se stesso (...). Ne risulta che "noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo" (Rm 12,5)» (Christifideles laici, 12).
L'affermazione di san Paolo: «quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27), è divenuta un canto battesimale in Occidente (Ordo Baptismi parvulorum, 67), come tradizionalmente lo è in Oriente ed appare come antifona alla comunione nel sabato fra l'ottava di Pasqua.
Nel tempo presente, le diverse confessioni cristiane hanno ripreso coscienza che, nonostante le divisioni, il Battesimo è il punto d'incontro per tutti i credenti in Cristo. «Il Battesimo costituisce il fondamento della comunione tra tutti i cristiani, anche con quanti non sono ancora nella piena comunione con la Chiesa cattolica» (CCC, n. 1271). Poiché il Battesimo ci rende membra del Corpo di Cristo e Cristo non può essere diviso (cf 1Cor 1,13), esso fonda anche la speranza dell'unità visibile dei cristiani, secondo il desiderio stesso di Cristo: "tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21). Lo ribadisce il Santo Padre: «Proprio sotto il profilo ecumenico, questo sarà un anno molto importante per volgere insieme lo sguardo a Cristo unico Signore, nell'impegno di diventare in Lui una cosa sola, secondo la sua preghiera al Padre» (TMA, n. 41).
L'unzione con il crisma sul capo dei neobattezzati è accompagnata da una dichiarazione che mostra come il Battesimo sia a fondamento dell'essere cristiano: «Dio (...) vi ha liberato dal peccato e vi ha fatto rinascere dall'acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna». Col Battesimo tutta l'esistenza è chiamata a divenire una testimonianza viva.
Incorporati a Cristo, i battezzati sono uniti a Lui e al suo sacrificio mediante l'offerta di sé e della loro vita. «Tutte le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per Gesù Cristo» (Lumen Gentium, n. 34).
Costituiti nello Spirito testimoni di Cristo Risolto, "il grande profeta" (Lc 7,16), i cristiani sono «chiamati a far risplendere la novità e la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e sociale, come pure ad esprimere, con pazienza e coraggio, nelle contraddizioni dell'epoca presente la loro speranza nella gloria» (Christifideles laici, 14).
Chiamati dal Cristo, Re dell'universo, al servizio del regno di Dio, i battezzati vivono la regalità cristiana, mediante il combattimento spirituale, per vincere in se stessi il regno del peccato (cf ibid.), combattimento incessante che mette in atto la rinuncia a Satana fatta immediatamente prima del Battesimo. Essi sono ugualmente chiamati a ridonare alla creazione tutto il suo valore originale, ad orientarla, con ogni attività umana, alla signoria del Cristo Risorto, che attira a sè ogni cosa.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità". Ogni anno, nella notte pasquale, i cristiani sono invitati a far memoria del Battesimo. E' come un grande anniversario collettivo del Sacramento ricevuto un giorno, neonati o adulti. E' l'occasione di fare memoria di un evento personale che ha segnato per sempre l'esistenza. E' l'occasione anche per far rivivere più intensamente l'impegno contratto quel giorno e aggiornare la linfa ricevuta dalla vera vite (cf. Gv 15,5). Anche l'aspersione domenicale, all'inizio della messa, è compiuta in ricordo del Battesimo ricevuto e della promessa del Signore: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati» (Ez 36,25). Ed ogni volta che facciamo il segno della croce con l'acqua benedetta, ritorna alla nostra memoria di cristiani il ricordo del Battesimo. «La vocazione alla santità affonda sue radici nel Battesimo e viene riproposta dagli altri Sacramenti, principalmente dall'Eucaristia: rivestiti di Gesù Cristo e abbeverati dal suo Spirito, i cristiani sono "santi" e sono, perciò, abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare» (Christifideles laici, 16).
«La vita secondo lo Spirito (...) suscita ed esige da tutti e da ciascun battezzato la sequela e l'imitazione di Gesù Cristo, nell'accoglienza delle sue Beatitudini, nell'ascolto e nella meditazione della Parola di Dio, nella consapevole e attiva partecipazione alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa, nella preghiera individuale, familiare e comunitaria, nella fame e nella sete di giustizia, nella pratica del comandamento dell'amore in tutte le circostanze della vita e nel servizio ai fratelli, specialmente se piccoli, poveri e sofferenti» (ibid.).
«Riconosci, cristiano, la tua dignità».