venerdì 17 febbraio 2017

Dio Padre

19 FEBBRAIO 2017 | 7A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA


19 FEBBRAIO 2017 | 7A DOMENICA - TEMPO ORDINARIO A | LECTIO DIVINA

"Perché siate figli del Padre vostro celeste, 
che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni"
Continuano in questa Domenica le contrapposizioni fra l'antica "legge" e la "giustizia" superiore che Gesù è venuto ad annunciare e a testimoniare agli uomini. Sono le ultime, e tutte e due incentrate sulla legge dell'amore, che deve essere vissuta in una maniera radicale, senza frontiere di patrie o di persone, senza angustia di cuore o di sentimenti, ad imitazione dell'amore di Dio, "che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45).
Come si vede, siamo nel cuore del Nuovo Testamento, davanti alla sua "novità" più luminosa ed esaltante. Ma siamo anche davanti alla pagina più "difficile" del Vangelo, che solo nella misura in cui lo accettiamo come "grazia" può diventare praticabile per ciascuno di noi. Proprio per questo nella Colletta chiediamo l'aiuto del Padre, per fare ciò che alle sole nostre forze sarebbe impossibile: "Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo attuare nelle parole e nelle opere ciò che è conforme alla tua volontà".

"Amerai il tuo prossimo come te stesso"
Il precetto dell'amore, pur essendo una novità evangelica per quanto riguarda la sua intensità e la sua ampiezza, è tuttavia anticipato nell'Antico Testamento. Il brano del Levitico, propostoci oggi dalla Liturgia, ne è una esemplificazione concreta: del resto, proprio ad esso farà riferimento Gesù nella seconda delle due antitesi che esamineremo tra poco (Mt 5,43).
Esso fa parte di un capitolo che raccoglie, senza ordine apparente, prescrizioni circa la vita quotidiana, unificate solo dal continuo riferimento a Jahvè e alla sua santità. Pur nel rimando ai dieci comandamenti (Lv 19,3.4.11.12, ecc.), vi predomina un grande afflato di carità, che preannuncia lo spirito del Nuovo Testamento. Si arriva ad attenzioni e delicatezze come la seguente: "Non disprezzerai il sordo, non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore" (v. 14).
"Il Signore parlò a Mosè dicendo: Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore"" (Lv 19,1-2.17-18).

Dio come modello di "amore" e di "santità"
Non a caso la Liturgia ha fatto precedere il brano relativo all'amore del prossimo (vv. 17-18) dall'ammonimento più generale: "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo" (v. 2).
Quasi certamente la frase conclusiva del Vangelo odierno è un riadattamento, in chiave di santità interiore e non meramente ritualistica, del precetto del Levitico: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). Il "confronto" è da farsi addirittura con il Padre che sta nei cieli: questo apre indubbiamente la prospettiva di una "santità" che non avrà mai termine e che tende continuamente a superarsi. Il ritualismo e il legalismo, che pur erano presenti nel Levitico, vengono così riassorbiti in una tensione verso una meta, che sta sempre al di là di tutti gli sforzi che potranno fare gli uomini per adeguarsi a Dio.
Qui perciò la "santità" non può non essere interiore e morale, tendente cioè a trasformare l'uomo dal di dentro.
Del resto, il richiamo a un amore autentico, che superi il "rancore" vendicativo ed esiga la franchezza del "rimprovero" fraterno (Lv 19,17-18), si comprende solo sulla base di una santità interiore. Così come l'invito ancor più esigente: "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (v. 18). Anche se qui il "prossimo" è prima di tutto il fratello di fede e di razza, cioè l'Ebreo, rimane sempre vero che siamo davanti a una formulazione di altissima spiritualità, che Cristo farà propria, sia pure dilatandola all'infinito (cf Mt 22,37-40).
Sullo sfondo rimane sempre Dio come "modello" non solo di santità, ma anche di amore: che cosa è l'alleanza che Dio ha fatto con Israele, se non un patto di amore?
A questa esemplarità di amore e di perdono ci rimanda il bellissimo canto responsoriale, che riporta alcuni versetti del Salmo 103:

"Benedici il Signore, anima mia...
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie...
Buono e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore...
Come dista l'oriente dall'occidente.
così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono" (Sal 103,1.3.8.12-13).

Proprio perché il Signore è capace di amare e di perdonare tutti i suoi "figli", questi devono essere capaci di amarsi tra loro.
"Avete inteso che fu detto: "Occhio per occhio...""
Questo concetto è sviluppato in maniera anche più efficace e articolata dal brano di Vangelo odierno, che contiene le due ultime antitesi fra vecchia e nuova "giustizia" (Mt 5,38-42).
È l'abolizione della così detta "legge del taglione"1 che, a uno stadio primitivo di sviluppo della società, prescriveva di rimanere nell'ambito del "giusto" per quanto riguardava il risarcimento dei danni o delle offese: non andare oltre il danno effettivamente arrecato. Se il riferimento immediato è al danno corporale (occhio, dente, ecc.), è solo per enunziare un principio generale, valido per tutti i casi analoghi.
Paradossalmente Gesù capovolge questa prassi di "rigida" giustizia e introduce la legge della non violenza ("Io vi dico di non opporvi al malvagio": v. 39). Addirittura va oltre: disarmare il prepotente e il violento, concedendogli più di quanto pretenda ("Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; a chi vuol toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello..."). Qui siamo tentati di dire che è davvero troppo! Eppure è l'unico modo per stroncare la violenza, dimostrando che essa non ha alcun senso proprio perché cediamo di buon animo alle pretese del violento: se noi siamo distaccati persino dalla nostra vita fisica, che cosa può farsene l'assassino che viene a depredarcela? La legge del taglione, che pur è di rigorosa giustizia, è già una legge di morte per il cristiano!

Superare la "giustizia" con l'amore
"L'insegnamento che proibisce di ricambiare il male non è rivolto ai giudici, per suggerire loro un nuovo modo di applicare la legge, bensì all'offeso, per insegnargli quale condotta adottare in quanto discepolo di Cristo. L'atteggiamento cristiano può dimostrare così a coloro che vogliono vedere come gli stessi procedimenti legali siano inadeguati a regolare le relazioni umane. Non si dovrebbe ricavare dalla lettura della pericope una divisione fra l'etica individuale e quella collettiva, quasi che Gesù fosse interessato solo alla prima e non alla seconda. La contrapposizione è piuttosto... fra l'etica "costituita" e quella del Regno. La legge del taglione, in senso lato, può offrire una base legale necessaria in una società organizzata, ma non rappresenta un sistema né adeguato, né definitivo. Da questo dovrebbe apparire chiaro che Gesù poteva proporre qualcosa di superiore, senza abrogare assolutamente ciò che la legge prescriveva".2
Non si tratta di abolire i tribunali per fare giustizia, ma di testimoniare davanti a tutti la forza più grande dell'amore. Quando tutti ci ameremo di più, allora anche i tribunali della "giustizia" umana potrebbero non avere più senso!

"Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico""
La legge dell'amore è richiamata, in forma anche più rigorosa, nell'ultima contrapposizione fra "antica" e "nuova" giustizia (vv. 43-48).
Mentre la prima parte del comandamento ("Amerai il tuo prossimo") si trova effettivamente nella Bibbia, come si è sopra ricordato (cf Lv 19,18), la seconda ("odierai il tuo nemico") non vi si trova. Perciò si può dire che abbiamo qui una "forzatura" del testo, per far emergere la novità cristiana del precetto dell'amore. Però tale forzatura, in realtà, si praticava nella prassi interpretativa giudaica, che non era certo aperta e tollerante verso gli avversari, sia religiosi che politici. Già ai tempi del Nuovo Testamento, una comunità che si sforzava di vivere intensamente il messaggio biblico, qual era la comunità di Qumran, esortava i propri membri ad "amare tutti i figli della luce, e a odiare tutti i figli delle tenebre, ciascuno secondo la sua colpa al cospetto della vendetta di Dio".3
I "nemici" qui sono da intendere in senso generale, da coloro che non hanno rapporti cordiali con noi fino a quelli che ci fanno del male, o addirittura ci "perseguitano" a motivo della nostra fede (v. 44).
Verso tutti costoro il discepolo di Cristo deve avere un rapporto di benevolenza e di comprensione, perfino di "preghiera" e di perdono. Visti davanti a Dio nella "preghiera", quelli che noi chiamiamo "nemici" ci appariranno diversi: gente che ha più bisogno di essere aiutata a ritrovare se stessa che non di essere punita per il proprio peccato. Chi "odia", più che fare male agli altri, fa male a se stesso, e perciò Gesù ci comanda di amarli: amandoli, li raddolciremo e toglieremo dal loro cuore le spine che l'odio vi aveva confitto.

"Amate i vostri nemici... e sarete figli dell'Altissimo"
Per far capire a tutti noi che non ci domanda una cosa impossibile, Gesù porta l'esempio stesso del Padre celeste, che ama tutti alla stessa maniera, facendo "sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" e "piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (v. 45). È così che saremo veri "imitatori" di Dio, come si conviene ai "figli".
Proprio al concetto di filiazione richiama Luca nel passo parallelo: "Amate invece i vostri nemici, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi" (Lc 6,35). Amare come sa amare Dio ci rende suoi "figli", perché ci fa somiglianti a lui.
È nell'amore verso i "nemici" che si manifesta il massimo dell'amore. Così come si manifesta lo "specifico" dell'agire cristiano: "Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avrete? Non fanno così anche i pubblicani?" (v. 46). In tante cose il cristiano non si differenzia dagli altri, perché ci sono princìpi di morale comune, iscritti nel cuore di tutti: ma nell'amore ai "nemici" egli porta la sua connotazione originale, per la quale si differenzierà da tutti. Per legge di morale naturale è impossibile amare i "nemici"!

"Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio"
La seconda lettura, che continua a sviluppare il tema della "sapienza" di Dio rivelatasi paradossalmente nella "follia" della Croce, può facilmente raccordarsi al discorso sull'amore.
Perché tutte quelle lotte e contrapposizioni nella comunità di Corinto? Perché c'era chi andava dietro a Paolo, chi a Cefa, chi ad Apollo? Perché quei cristiani non si amavano, si consideravano gli uni avversari degli altri.
E così la Chiesa, che è "tempio di Dio", andava in frantumi. "Non sapete voi che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1 Cor 3,16-17).
Qui il concetto di "tempio", prima che esprimere la sacralità, esprime l'idea di coesione architettonica, per cui i vari elementi che lo compongono combaciano fra di loro e realizzano un meraviglioso disegno di bellezza. La comunità di Corinto però minacciava di andare in rovina per la "stolta" presunzione di alcuni di appoggiarsi più sugli uomini, siano anche Paolo o Cefa, che su Cristo: "Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente di questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente: perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio" (vv. 18-19). Non è appoggiandosi agli uomini che si mantiene in piedi il tempio di Dio!
Tutto invece si può salvare, se ci si riconcilia nell'amore e ci si rapporta a Cristo. Allora ciò che ci contrapponeva ai fratelli apparirà più un "dono" che arricchisce tutti che non un motivo di sopraffazione degli altri. "Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (vv. 21-23).
Lo strano è che molti cristiani vedono oggi "nemici", o avversari, anche dentro la Chiesa, fra gli altri cristiani! E non sono capaci di amare questi "nemici", che il più delle volte sono anche più fedeli a Cristo e al Vangelo, magari in forme nuove e originali.
Il problema è di riscoprire l'amore come dimensione essenziale della "convivenza" all'interno stesso della Chiesa. È così che tante tensioni e difficoltà, che mai mancheranno, saranno superate, come è avvenuto nella comunità di Corinto al tempo di Paolo: "Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (v. 23).

Da: CIPRIANI Settimio,

mercoledì 15 febbraio 2017

Mystical experience of Saint Paul

CARLO MARIA MARTINI - LA SPERANZA (*)


CARLO MARIA MARTINI - LA SPERANZA (*)

Premessa

Desidero iniziare la riflessione sulla speranza raccontandovi un'intuizione, molto semplice, che ho avuto trentaquattro anni fa, nel 1959, celebrando per la prima volta la Messa al Santo Sepolcro, a Gerusalemme. Si tratta di una piccola cella e per entrarvi bisogna curvarsi a fatica. In quel luogo misterioso e affascinante si venera la pietra su cui è stato deposto il corpo di Gesù morto. Era il 13 luglio, anniversario della mia ordinazione sacerdotale, tra le quattro e le cinque del mattino. Ricordo ancora con grande impressione il pensiero che mi illuminava: tutte le religioni - dicevo a me stesso - hanno considerato il problema della morte, il senso di questo evento, e si sono chieste se esista qualcosa al di là di esso. E io sto celebrando nel posto in cui Cristo morto ha riposato e da dove è risorto vivo. Qui è la risposta unica, cristiana, alla domanda universale: che cosa si può sperare dopo la morte?
Il tema della speranza riguarda anzitutto il momento drammatico, di non ritorno, che è la morte: ecco a che cosa si riferisce la virtù, la forza della speranza. Al problema della morte nessuno può sfuggire; anche se poi l'arco delle attese di futuro diventa amplissimo, coglie tutta l'esistenza umana, il destino e le speranze dei popoli, del mondo inteso come unità. I molteplici interrogativi su ciò che sarà di me, di noi, dell'umanità, hanno a che fare con la speranza, perché sperare è vivere, è dare senso al presente, è camminare, è avere ragioni per andare avanti.
(*) Questa catechesi è stata tenuta dall'Arcivescovo nel Duomo di Milano, dove erano convenute migliaia di persone da tutta la diocesi.

Abbiamo speranza?
Il punto focale della nostra riflessione si riassume in una sola domanda: noi che siamo radunati insieme, abbiamo speranza? ho in me la speranza cristiana? oppure è soltanto una parola? la speranza cristiana abita davvero dentro di me?
Occorre rispondere seriamente, non avendo paura di riconoscere che, forse, la nostra speranza si riduce a un lumicino (e sarebbe già molto).
Un esegeta contemporaneo, Heinrich Schlier, descrive, partendo da san Paolo, gli effetti della mancanza di speranza nel mondo, in questi termini: "Dove la vita umana non è protesa verso Dio, dove non è impegnata al suo appello e invito, ci si sforza di superare la spossatezza, la vacuità e la tristezza che nascono da tale mancanza di speranza" . E aggiunge che i sintomi della non speranza sono "la verbosità dei vuoti discorsi, l'esigenza costante della discussione, l'insaziabile curiosità, la sbrigliata dispersione nella molteplicità e nell'arruffio, l'intima ed esteriore irrequietezza" - noi diremmo: le varie forme di nevrosi - "la mancanza di calma, l'instabilità nella decisione, il rincorrersi di continuo verso sempre nuove sensazioni" .
Cercherò dunque di aiutarvi a rispondere alla domanda su che cosa sia la speranza, per verificare se e in quale misura ci abiti.

Che cos'è la speranza cristiana?
Da quando ho pensato di preparare la lettera pastorale Sto alla porta, ho continuato a riflettere sulla speranza cristiana e, più vi rifletto, più mi appare indicibile.
La speranza è come un vulcano dentro di noi, come una sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia nell'intimo dell'anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile.
Tuttavia desidero darvi un tentativo di definizione attraverso sei brevi tesi.
1. La prima tesi paragona la speranza cristiana con le speranze del mondo. Perché la speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c'è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell'attenderlo.
La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza. Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza e anche dalla disperazione.
Ora - è la prima tesi - la speranza cristiana è qualcosa di tutto ciò, ed è diversa da tutto ciò: è diversa da ogni forma che il mondo chiama speranza, perché ha a che fare sì e no con le speranze di questo mondo.
2. La speranza cristiana viene da Dio, dall'alto, è una virtù teologale la cui origine non è terrena. Infatti essa non si sviluppa dalla nostra vita, dai nostri calcoli, dalle nostre previsioni, dalle nostre statistiche o inchieste, ma ci è donata dal Signore. Spesso dimentichiamo questa verità e consideriamo la speranza cristiana come "qualcosa in più", che si aggiunge alle altre cose.
Dunque, sperare è vivere totalmente abbandonati nelle braccia di Dio che genera in noi la virtù, la nutre, l'accresce, la conforta.
Mentre la prima tesi paragonava la speranza cristiana con le speranze di questo mondo, asserendo che in qualche modo è uguale alle altre ma anche diversa, la seconda tesi ci dà la ragione della diversità: la speranza è da Dio soltanto, è fondata sulla sua fedeltà.
3. Dobbiamo allora comprendere qual è il contenuto, l'oggetto della speranza cristiana. Sappiamo che, essendo virtù divina, ci rende partecipi della vita di Dio, è un mistero ineffabile, inimmaginabile, inesplicabile, indicibile appunto. Scrive san Paolo, nella Lettera ai Romani: "Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?" (Rm 8, 24). In un'altra Lettera afferma che "mai cuore umano ha potuto gustare ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano" (1Cor 2,9): mai cuore ha potuto gustare, dunque neppure il nostro cuore, che è il centro di noi stessi. La speranza è uno strumento conoscitivo di straordinaria lungimiranza, acutezza, lucidità. Neppure il nostro cuore può comprendere, con tutti i suoi sogni, aspirazioni e desideri, quel bene senza limiti che Dio ci prepara, che è l'oggetto della nostra speranza: qualcosa che è al di là di ogni attesa e di ogni desiderio, anche se li colma e li riempie in modo indescrivibile. Il contenuto della speranza cristiana è quello di cui Dio ci riempie e ci riempirà, se ci fidiamo totalmente di lui.
4. La speranza cristiana ha però un termine, un punto di riferimento come suo oggetto: guarda a Gesù Cristo e al suo ritorno. A questo si appunta, perché ciò che Dio ci prepara, nel suo amore infinito, non è un'incognita: è Gesù, il Signore della gloria.
Noi speriamo che Gesù si incontrerà pienamente, svelatamente, in tutta la sua divina potenza di Crocifisso-Risorto, con ciascuno di noi, con la Chiesa, e ci farà entrare nella sua gloria di Figlio accanto al Padre: sarà il regno di Dio, la celeste Gerusalemme, la vita in Dio.
La nostra speranza è che vivremo sempre con lui, saremo con lui, nostro amore, e lui sarà con noi; saremo, come figli nel Figlio, nella gloria del Padre, nella pienezza del dono dello Spirito.
Questo è il termine della speranza cristiana.
5. Dobbiamo fare, tuttavia, un chiarimento importante. Il ritorno di Gesù, che noi speriamo, è anche un giudizio. È necessario sottolinearlo in questi giorni in cui si parla tanto di giustizia, di crisi. La manifestazione di Cristo Gesù sarà pure un giudizio, una "crisi" nel senso originario della parola greca, che significa appunto "giudizio". Quando Cristo apparirà, nell'ora voluta dal Padre, si verificherà per ogni uomo la decisione definitiva sulla sua vita, sarà per ciascuno di noi e per l'umanità intera il momento critico, la crisi per eccellenza, il giudizio finale.
Nella nostra vita terrena e nella vita delle nostre società ci sono spesso crisi, grandi o piccole, personali o familiari, economiche, sociali, politiche, congiunturali, strutturali. Ma tutte queste crisi, anche quando ci sembrano quasi totali, raggiungono sempre soltanto una parte dell'esistenza umana e ne lasciano intatti altri aspetti. Non si dà sotto il sole una crisi davvero totale; e dunque nessuna crisi dovrebbe turbarci, spaventarci, se non in relazione alla crisi provocata dalla manifestazione definitiva del Signore, l'unica totale, l'unica in cui il giudizio sarà irrevocabile e irresistibile.
Per questo san Paolo avverte di "non giudicare nulla prima del tempo finché venga il Signore, il quale metterà in luce ciò che è nascosto nelle tenebre e renderà manifesti i pensieri dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (lCor 4, 5). In quel momento del giudizio e della crisi finale, tutto ciò che è stato sepolto nelle profondità delle coscienze e tutto ciò che è stato rimosso di fronte agli altri o addirittura a noi stessi, sarà rivelato e consegnato al tribunale inappellabile della decisione divina. In pubblico sarà emanato il giudizio pieno e definitivo di ciascuno e di tutti: giudizio imparziale, vero, sicuro.
6. Se attendiamo il giudizio di Dio, come mai possiamo guardare a esso con speranza?
La risposta è semplice: perché ci aggrappiamo ancora una volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno sperato in lui; come colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri peccati; come colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell'Eucaristia, che si sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono, che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell'Unzione dei malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare incontro al giudizio finale con l'animo abbandonato in Colui che salva dal peccato e fa risorgere i morti.
Gesù, nostra speranza, nostra salvezza, nostra redenzione, nostra certezza, ci sostiene nei cammini difficili della vita e ci permette di superare, giorno dopo giorno, le piccole e grandi crisi della quotidianità e della società. E noi camminiamo guardando a un termine di gioia perfetta, di giustizia piena, di riconciliazione totale in lui che, nell'Eucaristia, continuamente si offre per noi sull'altare unendoci alla sua misericordia e ci immerge nell'amore del Padre.

Domande per la riflessione personale
Dopo aver cercato di descrivere la speranza cristiana, il suo orizzonte, il suo termine e che cosa comporta di gioia e di vigilanza fin da ora, vi propongo quattro domande per la riflessione personale.
1. Noi cristiani, io stesso, il nostro tempo, la nostra società, abbiamo davvero speranza? siamo adeguati all'ampiezza della speranza cristiana? Se constatiamo di avere una speranza fioca, tenue, di orizzonte ristretto, già questo può diventare motivo di preghiera: Donaci, o Padre, la speranza, donaci il pane quotidiano della speranza; rimetti a noi i nostri peccati di poca speranza!
È importante esprimere al Signore il desiderio che lui infonda la speranza vera.
2. Quali sono, in me e intorno a me, nella società, i segni di mancanza di speranza? Ne abbiamo indicati alcuni citando l'esegeta Heinrich Schlier: ogni cedimento al malumore, al nervosismo, all'inquietudine, all'amarezza; ogni mancanza di calma, la verbosità di discorsi vuoti, la voglia di discutere sempre, la. curiosità, la dispersione nella molteplicità delle cose, l'instabilità di decisioni nella vita. Sono tutti segni di non speranza.
E, nella società, sono segni di mancanza di speranza la non chiarezza, la non obiettività, la non linearità, l'incoerenza, la disonestà. Talora, guardandoci intorno con occhio indagatore, ci sembra di scorgere dietro a tante forme di vita dei segnali dolorosi di disperazione nascosta, che attende di essere curata, lenita, medicata, guarita.
Quali sono, dunque, in me e intorno a me, i segni di mancanza di speranza?
3. Quali, al contrario, i segni positivi che vedo in me di speranza teologale? Non semplicemente segnali di buon umore, di buona salute (pur se sono doni di Dio), ma segni di vera speranza. Per esempio, quando nelle difficoltà non mi perdo d'animo; quando nelle crisi personali, familiari e sociali so contemplare la provvidenza di Dio che ci viene incontro, ci purifica, ci ricopre con la sua misericordia; quando so guardare all'eternità, al giudizio di Dio con serenità. Ci sono in noi questi piccoli o grandi segni di speranza teologale? e quali i segni positivi che scorgo nella comunità, nella parrocchia, nella società?
4. Dove ho più bisogno di speranza? Dobbiamo porci questa domanda cercando di pregare sui punti deboli della nostra speranza, perché la speranza è vita e senza di essa non siamo cristiani, anzi non possiamo neppure essere persone umane capaci di sostenere il peso dell'esistenza. La speranza ci è necessaria come l'aria, come l'acqua, come il pane, come il respiro.
Signore, dona speranza a noi e alla nostra società che ne ha tanto bisogno!

Conclusione
Desidero concludere con una preghiera, bellissima, di un nostro carissimo prete, don Luigi Serenthà, morto a 48 anni, nel settembre 1986:

"Signore Gesù, tu sei i miei giorni.
Non ho altri che te nella mia vita.
Quando troverò un qualcosa che mi aiuta,
te ne sarò intensamente grato.
Però, Signore,
quand'anche io fossi solo,
quand'anche non ci fosse nulla che mi dà una mano,
non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene,
tu, Signore, mi basti,
con te ricomincio da capo.
Tu sei il mio desiderio!".

lunedì 13 febbraio 2017

Ef 2,4-5

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GESÙ E LE SUE FONTI ARCHEOLOGICHE


GESÙ E LE SUE FONTI ARCHEOLOGICHE

(stralcio)

Lo storico ed archeologo James H.Charlesworth cataloga sette scoperte archeologiche più importanti nella Terra di Gesù. La prima riguarda il luogo della crocifissione di Gesù e della sua tumulazione che considereremo in particolare; la seconda è il ritrovamento dello scheletro di Jhehohanan, un ebreo crocifisso di cui è stato ritrovato ancora il chiodo conficcato nella caviglia ed a causa della ritorsione in un nodo nel legno della croce non fu più possibile estrarre. Il corpo fu deposto dalla croce strappando dal legno di ulivo il chiodo in esso ritorto. La terza scoperta, ancora sui luoghi della passione, riguarda il Praetorium e la Via Dolorosa, continuamente percorsa dai pellegrini fin dai primi pellegrinaggi in Terra Santa. La quarta scoperta si riferisce alle due piscine all’interno della Porta delle Pecore, una delle due identificata con lapiscina di Bethesda come riporta la testimonianza di Giovanni.1 La quinta scoperta è inerente al Monte del Tempioall’epoca di Gesù e permette di comprendere la sua indignazione nei confronti dell’istituzione del Tempio stesso. La sesta scoperta sono le mura e le porte di Gerusalemme, fondamentali per l’ubicazione del luogo della sepoltura; la settima scoperta riguarda le sinagoghe presenti in Palestina ai tempi di Gesù, in particolare quella di Cafarnao su cui ci soffermeremo.2

“Nel caso dell’archeologia riguardante il periodo di cui si occupa il Nuovo Testamento, essa potrà autonomamente illuminare l’ambiente, darci nuovi dati riguardanti i personaggi protagonisti della storia raccontata nei libri del Nuovo Testamento, ma mai dovrà sostituirsi ai libri. L’archeologia resta e deve restare solo un sussidio alla loro comprensione, un servizio all’esegesi che con altri metodi e mezzi tende a penetrare il messaggio del testo che, nell’intenzione degli autori biblici, va certamente oltre la storia per condurre il lettore all’accettazione nella fede di quel Gesù di Nazareth, unto da Dio Messia con Spirito Santo (At 10,35 e seg.)”. Sono le parole dell’archeologo-biblista Michele Piccirillo, con cui intende stabilire la relazione tra archeologia ed esegesi nel tratteggio della figura storica dei personaggi neotestamentari, quindi dello stesso Gesù di Nazareth.3
L’apporto alla nostra ricerca offerto d’altro canto dall’archeologia biblica tout-court consiste nell’identificazione topografica dei luoghi biblici, quindi il collegamento tra i nomi delle località bibliche e quelle stesse località che lungo i secoli sono state rinominate ma che coincidono con le loro origini storiche.
A tale proposito consideriamo i ritrovamenti archeologici fondamentali che hanno riportato alla luce gli elementi di quella vita quotidiana vissuta dallo stesso Gesù storico e presente nella narrazione evangelica. Avvicineremo i luoghi santi in Palestina ed in particolare la Casa di Maria a Nazareth, la Casa di Pietro e la Sinagoga a Cafarnao, il Santo Sepolcro.
Accosteremo a complemento il valore dei ritrovamenti numismatici collegati al Vangelo.

1 Gv 5,2-9.
2 Cfr. CHARLESWORTH J.H., Gesù nel Giudaismo del Suo Tempo alla luce delle più recenti scoperte,
“Piccola Biblioteca Teologica” n.30, Claudiana, 19982, pp.133-164.
3 PICCIRILLO M., Archeologia e nuovo testamento, pro-manuscripto, PIB, Roma 1994, p.2.

di Fabio Ferrario

NAZARETH: LA CASA DI MARIA
La comunità cristiana primitiva costituì agli inizi della sua fondazione una delle varie espressioni del Giudaismo. Eretta sul principio dell’amore annunciato dal suo Fondatore e su un’attesa messianica ultraterrena, essa entrò presto in conflitto con il messianismo nazionalistico giudaico antiromano che poi la perseguitò. Per quanto doloroso questo momento permise tuttavia l’apertura della comunità giudeo-cristiana al mondo ellenistico fino alla repentina nascita di una comunità cristiana greco-ellenista ed alla progressiva diffusione del Cristianesimo in tutto l’Impero.
Con l’Editto di Milano indetto da Costantino il Grande nel 313 d.C. ed il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo come religione dell’Impero, sorsero presto in Palestina numerose opere edilizie cristiane, promosse particolarmente da Elena, madre dell’imperatore.
Dal IV secolo la Palestina divenne un immenso santuario con una diffusione di basiliche, chiese, cappelle e monasteri, che a partire da Gerusalemme si estesero fino ai villaggi della Terra Santa e ai luoghi più remoti del deserto di Giuda.
Questo periodo di fioritura continuò fino agli inizi del VII secolo quando la dominazione persiana e l’invasione islamica significarono per le comunità cristiane distruzione e progressivo abbandono dei luoghi santi.
L’effimera ripresa nel tempo delle crociate vide nei secoli XII e XIII una breve parentesi di continuazione ma per terminare nuovamente in altre distruzioni e nuovo sangue versato.
Lo stato di abbandono quasi totale che ne seguì vide tuttavia la costante presenza di sparute comunità cristiane di monaci greci, armeni, francescani, nonché alle coraggiose visite di audaci pellegrini. Essi garantirono la conservazione minima degli antichi edifici cristiani e costituiscono ancora oggi l’anello di continuità che permette agli archeologi di condurre le loro ricerche.1

Nel 1620, grazie alla protezione dell’emiro del libano Fakhr ed-Din, i francescani entrarono in possesso di una grotta già venerata dai cristiani di Nazareth. Essi eressero presto, a sud dell’attuale basilica dell’Annunciazione, una chiesa di dimensioni modeste accanto a quella grotta. Padre Prospèr Viaud era il guardiano del convento nel 1909 e fu il suo interesse per l’archeologia e la storia a spingerlo alla ricerca della basilica crociata di cui aveva letto dell’esistenza e della sua costruzione in quel luogo ad opera di Tancredi, principe di Galilea. La sua ricerca ebbe buon esito quando notò che il muro nord del cortile principale del convento era di fatto un muro di contenimento dell’antico muro di quella basilica crociata. L’opera di demolizione della chiesa francescana e di proseguimento della ricerca fu affidata nel 1955 all’archeologo Bellarmino Bagatti il quale scavando sotto i mosaici di epoca bizantina, rimossi per sottoporli a restauro, scoprì su quelle mura i graffiti dei primi pellegrini tra cui il famoso XE MAPIA2 che danno l’identità cristiana del luogo.3
Fino a questi ritrovamenti si aveva la convinzione che la casa di Maria venerata in quel luogo fosse in realtà falsa in quanto l’area era precedentemente occupata da un cimitero, quindi non potevano sorgere nelle sue vicinanze abitazioni comuni. Ulteriori e fondamentali scoperte furono i resti di un’antica sinagoga giudeo-cristiana eretta sul posto, nonché suppellettili domestiche di vita quotidiana sparse in tutta l’area. Tutto ciò portò alla rapida confutazione dell’antica ipotesi in favore della nuova definizione di quell’area come appartenente al villaggio di Nazareth e venerata fin dai primi cristiani come l’autentica casa di Maria.4
È questo uno dei contributi più importanti offerti dall’archeologia al nostro viaggio sulle orme del Gesù storico. Il mistero dell’incarnazione trova ulteriore conferma dalla voce sempre viva di quelle pietre a testimonianza perenne del fatto che in quel luogo “il Verbo si fece carne e dimorò tra noi”. 5

1 Cfr. ibid, pp.70-71.
2 KAIRE MARIA è il saluto dell’arcangelo Gabriele corrispondente al nostro “Ave Maria”.
3 Cfr. BAGATTI B., Alle Origini della Chiesa, vol.I, Libreria Editrice vaticana, Città del Vaticano 19852, p.131.
4 Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento. Tracce Cristiane in Palestina, San Paolo, Cinisello
B.,1998, pp. 59-64.
5 Gv 1,14.

CAFARNAO: LA CASA DI PIETRO
Nel 1905 furono trovati a Cafarnao i ruderi di una bella sinagoga di pietra bianca ed in seguito, gli scavi tra la sinagoga e il lago di Galilea portarono alla luce parecchie case di pietra, appartenenti a quella città di pescatori che fiorì dal I secolo a.C. al VI secolo d.C. Gli scavi permisero di stabilire che nel V secolo d.C. sorgeva in quella zona una chiesa ottagonale che fu particolarmente importante per i primi cristiani. Sotto di essa venne infatti ritrovata una casa che i primi cristiani identificarono con la casa di Pietro, dove Gesù guarì sua suocera e in cui egli stesso visse.1
Il 1968 fu l’anno determinante in cui gli scavi affrontati portarono alla luce le attese degli archeologi Virgilio Corbo e Stanislao Loffreda. Dopo aver rimosso il pavimento della chiesa ottagonale e scavato per un buon metro, apparvero i primi frammenti di intonaco su cui fu possibile leggere “Signore Gesù Cristo soccorri”. Lentamente emerse una stanza di 7 x 6,50 metri con i chiari segni di restauro e decorazione avvenuti in epoca posteriore. Finalmente furono rinvenuti i provvidenziali cocci in ceramica che assicurarono all’archeologo che la casa era abitata nel periodo romano. A causa della loro altissima caratteristica di conservazione, le ceramiche sono utilissime all’archeologo per la datazione e la ricostruzione storica dell’uso di ambienti antichi portati alla luce dagli scavi.
La conferma nella identificazione venne anche dalle testimonianze di due antichi pellegrini. La prima è Egeria che alla fine del IV secolo riportava sul suo diario: “In Cafarnao, poi, della casa del principe degli apostoli, è stata fatta una chiesa le cui pareti stanno fino a oggi come furono”.2 La seconda di un pellegrino del VI secolo che scrisse: “Venimmo in Cafarnao nella casa del beato Pietro che attualmente è una basilica”.3
La ricerca archeologica, dal canto suo, non offre certezze ma solamente indizi utilissimi alla nostra ricerca. Il ritrovamento di quella casa offre la situazione domestica e poi religiosamente trasformata in reliquia di un’abitazione di pescatori di cui il racconto di Marco rende testimonianza quando Gesù “entrò nella casa di Simone e di Andrea con Giacomo e Giovanni”.4

1 Cfr. MILLARD A., Archeologia e Vangeli, Edizioni Paoline, Cinisello B. (MI) 1992, p.25.
2 Cfr. Itinerario di Egeria, trad.it. di Clara Di Zoppola, Edizioni Paoline, 1966.
3 PIETRO DIACONO, De Locis Sanctis.
4 Mc 1,29