sabato 22 luglio 2017

Parabola del Seminatore


23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

Non hai seminato del buon seme? Da dove viene la zizzania?"
C'è una certa rassomiglianza e continuità di sviluppo fra la parabola del seminatore (Mt 13,3-9) e quella della zizzania: nell'una e nell'altra c'è un seminatore, c'è un campo dove si semina, e c'è anche il Diavolo, o Maligno, che nella prima "ruba ciò che è stato seminato nel cuore" dell'ascoltatore distratto (Mt 13,19) e nella seconda "semina" la zizzania (Mt 13,39).
"La riserva escatologica" del cristiano
Però lo sfondo e il significato sono profondamente diversi: quello che conta non sono gli apparenti successi del male, ma il "giudizio" ultimo che Cristo pronunzierà sulle azioni degli uomini, quando avverrà la grande discriminazione (cf vv. 40-43).
È la "riserva escatologica" del cristiano che, per un verso, tiene accese tutte le sue speranze, anche quando sembra che la zizzania infesti l'immenso "campo del mondo" (cf v. 38) e minacci il magro raccolto che, nonostante tutto, l'agricoltore continua ad attendere; e, per un altro verso, gli impedisce di lanciare anatemi sul mondo, creando assurde divisioni fra gli uomini, quasi che gli uni fossero "già" salvi e gli altri "già" in anticipo condannati.
In tal modo la Chiesa si ridurrebbe a una setta di fanatici, di niente altro preoccupati che di premunire se stessi dal male, dimenticando invece che Cristo ha voluto che fossimo "fermento" che si perde e si aggrega alla insipida massa di farina fino a che "sia tutta fermentata" (v. 33). Fino a che si svilupperà il corso della storia, il gioco è ancora tutto da fare: i buoni possono diventare cattivi, e i cattivi possono diventare buoni. Non solo: ma i buoni devono impegnarsi a convertire i cattivi e a dilatare i rami del grande "albero" che è la Chiesa, perché tutti gli uccelli del cielo vi trovino rifugio (v. 32).
Per cui è bene per tutti che il Giudice "pazienti" fino all'ultimo!
"Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme sino alla mietitura" 
Il brano evangelico odierno è piuttosto lungo. Riporta prima la parabola della zizzania (vv. 24-30), seguita dalle due brevi parabole del granello di senape che diventa grande albero (vv. 31-32) e del pizzico di lievito (v. 33), che gli studiosi chiamano anche "parabole della crescita", perché preannunciano la misteriosa forza di dilatazione del "regno". Dopo una ripresa del motivo del "perché" Gesù parlava in parabole (vv. 34-35; cf vv. 10-17), abbiamo la spiegazione della parabola della zizzania, provocata anch'essa, al pari di quella del seminatore (cf vv. 18-23), dagli Apostoli che non ne avevano afferrato il significato. Come si vede, ci sono motivi di carattere strutturale, che Matteo segue molto abilmente nella composizione del suo Vangelo.
Data la lunghezza e l'importanza della parabola della zizzania, non possiamo intrattenerci sulle altre due (il granello di senapa e il lievito), che pur meriterebbero un discorso a parte.
Anche qui la scena è molto realistica. Un uomo ha seminato del buon grano nel suo campo; ma "di notte" un suo "nemico", per fargli dispetto, vi semina la zizzania, che appare solo al momento della fioritura. Non appena i servi se ne accorgono, si precipitano dal padrone e gli denunciano il fatto (vv. 27-30).
Ciò che viene detto a proposito della difficoltà di estirpare la zizzania dal campo di grano corrisponde a quanto era ancora possibile osservare una volta nei pressi del lago di Genesaret: il lolium temulentum non può essere distinto dal grano, in mezzo al quale cresce, prima che esso maturi e si faccia giallo. Ed è chiaro che in una situazione del genere sarebbe stato poco saggio tentare di estirpare il "loglio", pensando di poter lasciare intatto il buon seme. Meglio aspettare la "mietitura", quando l'operazione sarebbe stata più facile e anche senza molto rischio. Allora i fasci di zizzania venivano bruciati, oppure dati in cibo al pollame.
Dio "non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma per salvarlo"
Ma che cosa vuol dire Gesù con questa parabola? Molto probabilmente anche qui abbiamo una sovrapposizione di due significati, del resto collegati fra di loro, come abbiamo già visto per la parabola del seminatore: un significato "cristologico", e uno di carattere "esortativo". Il primo è quello direttamente inteso da Gesù; il secondo dovrebbe essere piuttosto frutto della riflessione della primitiva comunità cristiana.
Gesù con i suoi miracoli e l'annuncio del Vangelo aveva fatto nascere intorno a sé un grande senso di attesa messianica. Ora, secondo la parola dei Profeti, il Messia avrebbe dovuto radunare attorno a sé una comunità di santi e di puri. "Il tuo popolo sarà tutto di giusti, per sempre avranno in possesso la terra, germogli della piantagione del Signore, lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria": così preannunciava Isaia (60,21) la Gerusalemme ideale dei tempi ultimi.
Se non che nessuna comunità di "santi" si era costituita attorno a Gesù: perfino tra i suoi Apostoli c'era un traditore! Addirittura, sfidando tutti i "perbenismi" del tempo e del proprio ambiente sociale, sarà l'amico dei "pubblicani" e perfino delle prostitute. La spettacolare "separazione" degli empi dai giusti, come sognava gran parte della letteratura intertestamentaria per il tempo del Messia,1 non si era verificata.
Proprio contro questa attesa "giustizialistica", che considerava il male più come un fatto fisico che morale, e perciò può essere corretto, riparato, superato, addirittura cambiato in bene, Gesù racconta questa parabola.
È bensì vero che egli è il Messia: ma il tempo del Messia è tempo di salvezza e non di "giudizio", come si afferma in Giovanni: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui " (Gv 3,17). Perciò ci dovrà essere una possibilità concreta di salvezza offerta ad ogni uomo. In questo senso non è un male che la zizzania cresca insieme al buon grano: anzi, questo è il segno della "benevolenza" di Dio!
La "pazienza" di Dio e le "impazienze" dei cristiani
Perciò, oltre che essere realistica, la parabola è anche carica di "ottimismo".
E questo in un duplice senso: prima di tutto, nel senso che il male non è un'accusa contro Dio, ma se mai reclama la sua presenza proprio per essere vinto. Che Messia-Salvatore sarebbe stato Cristo se non avesse trovato peccatori e peccatrici da "redimere"? In secondo luogo, perché di fatto il male sarà anche vinto: però alla fine, "al momento della mietitura" (v. 31). Allora il Messia-Salvatore diventerà anche il Messia-Giudice, che "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti" (vv. 41-42).
È un monito, questo, alle "impazienze" dei cristiani troppo zelanti, che vorrebbero vedere subito il trionfo della causa di Dio. A leggerlo meglio, però, questo atteggiamento, più che zelo, manifesta paura ed insicurezza: non è comodo per nessuno rimanere in assetto di guerra contro il "nemico", che può fare le sue incursioni notturne ad ogni momento! Più che la gloria di Dio, è la propria tranquillità che si è tentati allora di ricercare.
Ed è anche un monito contro tutte le tentazioni di "manicheismo", per cui ognuno di noi è portato a vedere il bene e il male in certe strutture, o sistemi, o schieramenti ideologici e politici, diversi da quelli che noi vorremmo, per cui basterebbe recidere qualcosa, come consigliavano i servi della parabola, per sradicare il male. Al contrario, nel "medesimo" campo ci può essere il bene e il male; nel cuore dello stesso uomo, cioè nel cuore di ognuno di noi, Satana può seminare, non appena ci addormentiamo un poco, la sua viscida zizzania.
Perfino la Chiesa, che pure è "il germe e l'inizio" del regno di Dio sulla terra,2 può essere devastata e infestata dalla zizzania, come la storia ampiamente dimostra.
"Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal regno tutti gli scandali"
Sembra essere precisamente questo il significato della spiegazione della parabola, richiesta dagli Apostoli, e che dovrebbe esprimere molto della esperienza della primitiva comunità cristiana alla quale si rivolge san Matteo (vv. 37-43).
Come è facile vedere, qui l'accento, più che sulla "attuale" convivenza del bene e del male, è tutto spostato sul "giudizio" finale, che è un tema assai caro al primo Evangelista (cf 25,31-46). Anche l'ultima espressione ("i giusti splenderanno come il sole"), ripresa da Daniele 12,3, rimanda a una prospettiva "escatologica".
Come mai questo spostamento d'accento? Probabilmente per una ragione molto semplice: la comunità, a cui si rivolge Matteo, ha perduto il primitivo fervore; non solo non si meraviglia più per la strana convivenza del bene e del male nel mondo, ma neppure per quella al proprio interno. Ci sono dei cristiani incoerenti con la loro fede, che danno addirittura "scandalo" agli altri.
Cosa fare per scuoterli? A costoro bisognava ricordare che l'appartenenza alla Chiesa non è garanzia di salvezza, se non porta con sé le "opere" della fede: verrà il momento in cui sarà disvelato il bene e il male che è in ognuno di noi.
E il disvelamento sarà inesorabile e imparziale: chiunque avrà operato "l'iniquità" (in greco anomía: v. 41), cioè sarà stato infedele alla "legge" di Cristo, che è soprattutto legge dell'amore, sia esso cristiano o no, sarà condannato; chiunque avrà operato la "giustizia", sia esso cristiano o no, sarà coronato di gloria "nel regno del Padre".
Come si vede, davanti al Cristo-Giudice non ci sono privilegi di sorta: neppure quello della fede! Tutto questo non poteva non far riflettere i cristiani, inducendoli a convertirsi e a "giudicarsi" da sé, prima che venisse il tempo del giudizio ultimo e inappellabile.
"Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza"
Anche la prima lettura contiene una riflessione sul modo di agire di Dio, che sconcerta alcuni Giudei della Diaspora alessandrina: essi lo volevano più energico nel punire gli idolatri, così come i servi impazienti del Vangelo.
L'autore del libro della Sapienza, scritto all'incirca nel primo secolo a.C. ad Alessandria d'Egitto, ripercorrendo alcune tappe della storia dell'Antico Testamento, specialmente quelle dell'Esodo, si meraviglia perché Dio abbia usato una così grande moderazione verso l'Egitto e i popoli di Canaan, che non ha "distrutto all'istante" (12,9). Interrogandosi su questo problema, egli trova la ragione di tale moderazione nella "benevolenza" di Dio che, pur "potendo" tutto, "pazienta" per dar luogo agli uomini di "pentirsi" (Sap 12,18-19).
Siamo dunque, di nuovo, di fronte all'amore di Dio, che sopporta il male non per debolezza ma proprio perché ha la "forza" e vuole usarla per indurre gli uomini a penitenza. In tal modo egli dà un esempio anche a noi, che siamo il suo "popolo" (v. 19): è molto più bello che nel campo di Dio ci sia abbondanza di frumento, magari trasformatosi e diventato tale dalla zizzania, che solo "poche" spighe di buon grano! In questo caso ci sarebbe sempre carestia nel mondo: la carestia del bene che, anche per colpa nostra, ci poteva essere e invece non è riuscito a fiorire.
La misteriosa "preghiera" dello Spirito, che "intercede per noi con gemiti inesprimibili e viene in aiuto della nostra debolezza", come ci insegna san Paolo (Rm 8,26), ci ottenga la generosità del cuore e ci apra la mente a capire il senso della tragica presenza del male nel mondo: una sfida, offerta ai cristiani, per verificare la loro capacità di amare e il loro ottimismo pieno di speranza in un mondo che la potenza di Dio, favorita dalla nostra buona volontà, renderà certamente migliore, nonostante tutte le apparenze, almeno nella fase ultima della storia.

Da: CIPRIANI Settimio

mercoledì 19 luglio 2017

La creazione del mondo


TERZO COMANDAMENTO - RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE


TERZO COMANDAMENTO - RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

(dal sito : novena it)

Questo comandamento viene motivato nei due testi biblici fondamentali in maniera sorprendentemente diversa. Il libro dell’Esodo ricorda che ogni uomo, anche lo schiavo e lo straniero, sono immagini di Dio e quindi è opportuno che riposino in giorno di sabato. Come il Creatore si riposò il settimo giorno, così deve fare l’uomo (Gen 2,2): Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Es 20,8-11).
Ben diversamente il terzo comandamento è motivato dal Deuteronomio. Il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, di conseguenza tutti i membri del popolo, anche gli schiavi e gli stranieri al suo servizio, devono riposare il giorno di sabato come uomini liberi: Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo del paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato (Dt 5,12-15).
I testi biblici citati lasciano trasparire chiaramente l’intenzione di questo comandamento: ogni settimo giorno gli uomini liberati da Dio devono prendere coscienza della libertà loro donata; devono partecipare al riposo di Dio creatore e rinnovarsi così costantemente nella loro qualità di immagini divine.
Ambedue le redazioni sottolineano con forza l’aspetto sociale. Gli ebrei, che sono degli ex schiavi, e tutti coloro che sono stati liberati dalla schiavitù, non devono dimenticare che il dono della libertà fatto ad essi, vieta radicalmente loro di ridurre altri in schiavitù. Il comandamento presuppone certamente ancora l’esistenza di schiavi, ma si appresta a scalzare le basi di una società schiavista, perché rifiuta appunto di riservare il lavoro e il riposo a gruppi diversi di uomini. Anzi fa ancora di più: fa balenare la liberazione degli schiavi. Ogni uomo deve avere la sua dose benefica di lavoro e di riposo.
Il terzo comandamento mira molto chiaramente a un’importante esperienza di libertà. Eppure nessun altro comandamento è stato così profanato per comprimere l’uomo sia nella realtà del sabato giudaico sia in quella della domenica cristiana.
Al tempo di Gesù il giudaismo cercava di regolare minuziosamente il sabato con prescrizioni complicate. Gesù si ribella intenzionalmente contro queste costrizioni, viola ostentatamente le prescrizioni umane riguardanti il precetto del sabato e afferma: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). Le sue affermazioni sul sabato sono giustamente considerate ardite e provocanti perché rappresentano una chiara ribellione contro le idee religiose dominanti in quel tempo. Egli mette in risalto la virtù liberante di questo giorno di riposo.
Anche nel cristianesimo comparvero continuamente tendenze legalistiche o oppressive che ebbero spesso il risultato di svisare la domenica come festa della libertà.
Oggi il tempo libero, il fine settimana è appannaggio di tutti, spesso i poveri lavorano meno dei ricchi, e i liberi professionisti ritengono di dover assolutamente lavorare anche di domenica e muoiono in buona percentuale prematuramente per eccesso di lavoro. Quindi lavoro a tutti i livelli della scala sociale e riposo assicurato per tutti quelli che lo vogliono. Ma il fine settimana molte volte e in molti casi non si lascia alle spalle uomini riposati, liberi e felici. Esistono la febbre del sabato sera, la nevrosi della domenica e l’esaurimento del lunedì.
Tante persone trovano il senso della loro esistenza solo nel lavoro, nell’attività professionale. Ma quando tale frenesia viene interrotta dalle feste o dalle ferie, emergono opprimenti e disperanti il vuoto dell’esistenza e la sua povertà di contenuti.
Perché la domenica riveli in maniera convincente il suo effetto positivo sull’uomo non basta che egli si astenga dal lavoro, ma deve vivere positivamente altri due momenti importanti: la santificazione e la comunione con altri uomini liberati. L’esperienza della domenica deve aiutare l’uomo a prendere le distanze da se stesso, affinché le sue tante e molteplici occupazioni non finiscano per sequestrarlo e inghiottirlo in maniera pericolosa. Santificare le feste significa allontanare la propria vita da orizzonti ristretti e inserirla in orizzonti più vasti e divini.
Santificare, celebrare e ringraziare sono tre atti che vanno strettamente uniti. Essi sono elementi fondamentali del nostro rapporto con Dio.
Una attività intensa e ininterrotta può, a lungo andare, esaurire l’uomo nella sua dimensione interiore e provocare in lui un vuoto inquietante.
L’uomo non conquista la sua identità solo mediante il lavoro. La sua esistenza non è giustificata solo da ciò che egli fa, ma anche e soprattutto da quanto riceve come dono di Dio. Da qui il grande significato della celebrazione e del ringraziamento: dell’eucaristia.
I cristiani ringraziano perché sono stati liberati dalla schiavitù per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo. Tale azione liberatrice ha un valore così grande che non si finirà mai di celebrarla. La messa, che è la celebrazione del memoriale della morte e della risurrezione del Signore, tende necessariamente alla liberazione dell’uomo se viene celebrata come si deve. La possibilità di celebrare, libera l’uomo, e senza questa capacità la vita diventa, poco per volta, deserta, sconsolata e squallida. E siccome questo è molto importante per la nostra libertà interiore ed esteriore, Dio ce lo impone con un comandamento specifico. Per noi cristiani cattolici la messa della domenica è la celebrazione della festa della liberazione che ci è stata donata da Cristo mediante il suo sacrificio di morte e risurrezione.
Tuttavia né il riposo dal lavoro né il culto bastano a soddisfare pienamente il comandamento di santificare le feste. La sua osservanza include anche l’esperienza della comunione di uomini liberati. L’amore traboccante di Dio vuole promuovere gli uomini mediante la comunione con lui e la loro comunione reciproca. Nei giorni di festa perciò bisogna coltivare in modo particolare le relazioni personali che sono tanto importanti per la piena espansione del nostro essere. La capacità di saper passare il tempo libero in maniera non utilitaristica è espressione di libertà e di umanità. Educare a questo è un compito importante della Chiesa. La domenica deve diventare il giorno in cui ci si disintossica spiritualmente e fisicamente per poter riprendere la vita con gioia.

venerdì 14 luglio 2017

Il seminatore


16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Ecco, il seminatore uscì a seminare"

In questa e nelle due Domeniche che seguiranno, la Liturgia ci presenta alcune delle parabole del Signore, riprese dal capitolo 13 di Matteo, tutto dedicato appunto al cosiddetto "discorso delle parabole". Gli altri due Sinottici dispongono in maniera diversa, e anche selezionata, questo materiale.1

"Perché parli loro in parabole?" 
Contrariamente a quanto si crede, le parabole non sono sempre di facile comprensione e Gesù vi è ricorso più per "velare" che per "svelare" il mistero del regno dei cieli (Mt 13,11). Gli Apostoli stessi si meravigliano perché egli parli in una maniera così stranamente allusiva, priva di significati precisi, capace di dir tutto e magari anche di dir nulla per chi non ha volontà o interesse di andare oltre "il velame delli versi strani" (Dante). È per questo che proprio dopo la prima parabola gli chiedono: "Perché parli loro (alle folle) in parabole?" (v. 10). 
E Gesù risponde dicendo che nel suo "parlare in parabole" c'è un gesto di amore e di benevolenza, ma anche un "giudizio" e una condanna: tocca agli ascoltatori far sì che l'annuncio non diventi una "condanna", nel senso che devono andare oltre l'apparente semplicità o quotidianità delle analogie proposte da Cristo, per coglierne il messaggio profondo. Altrimenti, rimarranno ai margini del regno: anche quel poco di "luce", che era latente nelle parole di Cristo, ritornerà per loro ad essere "tenebra". È così che si verifica il detto: "A chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 12). 
Sono di una sconcertante attualità anche per noi, forse distratti lettori di queste pagine, i richiami di Gesù a un ascolto attento e appassionato delle sue parole che, al di là e al di fuori dello stesso genere letterario parabolico, sono sempre più profonde della prima e immediata percezione che di esse possiamo avere: "Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: "Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito"" (vv. 13-15).
Non basta l'ascolto, se non c'è lo sforzo di penetrazione del "mistero". È già questo il primo frutto della "seminagione" della parola nel nostro cuore, che predisporrà alla maturazione di tutti gli altri frutti che fioriscono nelle opere.
Gli Apostoli, al contrario della folla, sono in questa disposizione d'animo: "A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato" (v. 11). Non è, questo, un "dono" che discrimina; se mai, un dono che premia l'apertura del cuore e della mente, il desiderio e la ricerca della verità che è sempre più grande di noi, la percezione della "fascinosità" del mistero.
Forse noi cristiani abbiamo perduto il senso della "novità" del Vangelo e lo abbiamo privato della sua forza di provocazione, a furia di ripeterlo e di banalizzarlo nelle espressioni di tutti i giorni. Dovremmo imparare da Cristo a restituirgli tutta quell'aria di stupore, di sorpresa, di "mistero" appunto, che, se può anche lasciare indifferenti i pigri e gli svagati, scuote gli spiriti attenti, desiderosi di scrutare sempre più in profondità la luce che viene da Dio.

La parabola del "seminatore" 
E siamo così arrivati alla prima delle sette parabole raccolte qui da san Matteo: la parabola del seminatore, che Gesù prima propone (13,3-9) e poi, dietro esplicita richiesta dei suoi Apostoli che, al pari della folla, non l'avevano capita, spiega in termini più comprensibili e accessibili a tutti (vv. 18-23).
È pieno di poesia quel tocco descrittivo iniziale, in cui l'Evangelista ci descrive l'accalcarsi della folla attorno a Gesù, tanto che egli "dovette salire su una barca; si pose a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia" (v. 2). Semplice curiosità, o vero interessamento alla sua dottrina? La parabola sembra smentire questa seconda ipotesi; e forse anche la separazione fisica di Gesù dalla folla vuol significare che, nonostante tutto, quella gente gli sta lontano, è più incuriosita di lui che interessata al suo insegnamento.
Dalla barca, dunque, Gesù incominciò a dire: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra parte cadde in luogo sassoso dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi, intenda" (vv. 3-9).
La descrizione, diciamo così, "paesaggistica" non è immaginaria, ma ripresa dal vero. È l'ambiente palestinese che è così: piccole fette di terra, i campi, in cui c'è molto terreno roccioso, attraversati da viottoli che servivano per l'accesso e il disbrigo dei lavori agricoli, con ciuffi di rovi qua e là. Il seme veniva affidato a questo terreno con tutte le sue asperità e le sue sorprese, nella speranza che non tutto andasse perduto.

"Chi ha orecchi, intenda"
Ma che cosa vuole propriamente dire la parabola? Abbiamo già accennato, commentando il brano della precedente Domenica (Mt 11,25-30), come Gesù si trovi in un momento di crisi della sua credibilità presso la gente: soltanto pochi, quei "piccoli" ai quali Dio ha voluto "rivelare" il "mistero" che egli porta con sé (11,25), gli fanno credito. Presso la grande massa il suo messaggio va perduto o cade nell'indifferenza.
A questo punto egli vuol ricuperare la fiducia della gente e soprattutto dei discepoli, tentando anche una spiegazione di quanto succede attorno a lui. E lo fa con questa parabola, che si può pertanto "definire una parabola di fiducia. Nonostante l'insuccesso ripetuto, c'è del seme che produce frutto abbondante. Il seminatore che sparge generosamente i grani è Gesù stesso. Egli vuole assicurare i suoi che ci sarà frutto, nonostante i grani andati perduti. La sua missione può essere paragonata a una semina. Il regno è stato inaugurato nella storia; la sua forza salvifica non potrà non svilupparsi nel futuro. Tra semina e raccolta esiste un legame stretto e necessario. Tra la sua missione e la venuta del regno c'è un vincolo indissolubile.
La parabola rivela in Cristo una chiara coscienza messianica. Se nella sua persona o azione il regno viene, nonostante gli ostacoli e le difficoltà che incontra, vuol dire che egli appartiene alla sfera delle realtà decisive per la salvezza degli uomini e trascende il livello del semplice profeta. Ma il suo messianismo, lungi dall'essere glorioso e potente e mietere trionfi, si confronta duramente con la debolezza, lo scacco e l'insuccesso".2
Se le cose stanno così, la parabola ha più un significato "cristologico" che "morale": essa descrive più la difficoltà dell'accoglienza di Cristo, mediante la fede, che non la "fruttificazione" della sua parola nel cuore degli uomini.
Del resto, le due prospettive non si escludono, ma si integrano reciprocamente, come dimostra la successiva spiegazione della parabola, provocata dalla incomprensione degli stessi Apostoli, e che insiste di più sull'aspetto "morale": a questo punto l'accento si sposta da Cristo alle disposizioni interiori di chi accoglie la "Parola".
Probabilmente è l'Evangelista stesso che, davanti a certe situazioni concrete della sua comunità, ha operato questa trasposizione di significato. Dovevano essere, i suoi lettori, cristiani molto attaccati a Cristo, però non altrettanto coerenti nella vita con l'annunzio evangelico, da loro magari anche gioiosamente "ascoltato". Ora, per Matteo, tutto il problema è precisamente qui: far sì che la parola del Vangelo trovi il "terreno" adatto a produrre il massimo "frutto" possibile.

"Voi dunque intendete la parabola del seminatore"
Si sarà notato come nei vv. 18-23 ci sia una progressione nella capacità di assorbimento della parola, dal seme "seminato lungo la strada" fino a quello "seminato tra le spine" che, naturalmente, da principio sono nascoste: tanto più amara, perciò, la delusione nel vedere andare in rovina tutto quel ben di Dio!
La parola di Dio è delicata ed esigente nello stesso tempo: o essa occupa tutto il terreno e viene curata con premura, o sfiorisce e muore. Essa non può convivere con la superficialità, la vita comoda, l'attaccamento ai beni di questo mondo, la ricerca di se stessi, la paura dei contrasti e delle difficoltà, ecc.
Vale la pena anche di notare come l'Evangelista distingua gli ascoltatori della parola di Dio, pur nella progressione già detta, in due grandi categorie: quelli che "ascoltano la parola del regno e non la comprendono" (v. 19), e quelli che "l'ascoltano e la comprendono" (v. 23). Questi ultimi sono quelli che portano frutto abbondante, "ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta" (v. 23). Segno evidente che il "comprendere" non è qui da intendersi in senso intellettuale, cioè come sforzo di mera penetrazione teologica, ma in senso operativo, pratico: "si comprende" la parola del Vangelo, se "si vive", se ci si lascia da essa trasformare, così come capita appunto per il campo che deve accogliere il seme. Se il campo non si dissoda e non viene squarciato dall'aratro, se non si brucia tutta la sterpaglia che in esso è sempre pronta ad attecchire, non diventerà mai biondeggiante di messe.
Tutta l'immagine parabolica richiama alla "fatica" come condizione prima perché il frutto sia abbondante. Senza un impegno faticoso c'è il rischio quasi sicuro del fallimento del raccolto, attribuibile però non alla improvvidenza del seminatore, ma alla indisponibilità del terreno, che è il cuore di ognuno di noi, ad accogliere senza riserve la "Parola" che, di per sé, avrebbe capacità di sconvolgere tutta la nostra vita.

"Come la pioggia e la neve scendono dal cielo, così sarà della mia parola"
Tutte le considerazioni fin qui fatte ci aiutano a comprendere meglio il senso della prima lettura, in cui il Deutero-Isaia esalta l'infallibile efficacia della parola di Dio.
La "Parola" del Signore viene qui personificata, come altrove la Sapienza (Prv 8,22; Sap 7,22), o lo Spirito (Is 11,2), e paragonata a un messaggero che ritorna solo dopo aver compiuto la sua missione. Il confronto poi con la pioggia e la neve ne dice la "fecondità" e anche la forza penetrante, ma soave, di trasformazione.
Rapportato al Vangelo, questo testo di Isaia ci sembra piuttosto enfatico e ottimistico: Gesù infatti ci ha insegnato che il più delle volte il "seme", che egli getta così generosamente, rimane infruttuoso. La parola di Gesù forse è meno potente della parola di Jahvè? In realtà, basta leggere l'Antico Testamento per rendersi conto delle infinite volte che anche lì la parola del Signore ha fatto fallimento.
Ma qui il Profeta vuol mettere in evidenza la "potenza" di trasformazione e di rinnovamento che la Parola ha in sé e per sé: per quanto dipende da Dio, essa opererà "ciò che lui desidera", per le vie anche più impensate, al di là o contro ciò che gli uomini potessero fare o pensare. Infatti, il nostro oracolo è collocato in un contesto di promessa: Dio ristabilirà la sua "alleanza" non solo con Israele, ma con tutti gli uomini:
"Porgete l'orecchio e venite a me,
ascoltate e voi vivrete.
Io stabilirò per voi un'alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.
Ecco, l'ho costituito testimone fra i popoli
principe e sovrano sulle nazioni" (Is 55,3-4).
E nessuno riuscirà mai a infrangere questo disegno di Dio, anche se molti saranno infedeli all'alleanza, o rifiuteranno di entrarvi.
Proprio in questa possibilità di far fallire la parola di Dio, per quanto dipende da noi, e di rendere sterile il "seme" della vita, depositato nel nostro cuore, sta tutto il rischio della vita cristiana.

"Tutta la creazione geme"
San Paolo ci ricorda che vale la pena di affrontare tutte le difficoltà e le sofferenze perché il disegno di Dio si attui in noi; e non soltanto in noi, ma nella intera "creazione", che deve ritornare ad essere splendore lucente di quella Parola iniziale da cui fluirono tutte le cose (cf Gn 1). "Io ritengo infatti che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi... Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando la adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,18.22-23).

Da: CIPRIANI Settimio,