venerdì 18 agosto 2017

la donna cananea


20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO - A | PER OMELIA


20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini"

La prima impressione che ricaviamo, leggendo il vivace racconto della Cananea, è quello di un pressante invito alla "fede". Gesù stesso lo mette in evidenza ai presenti quando, al termine, acconsente di guarirle la figlia crudelmente tormentata da un demonio: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28).
La centralità della "fede"
In realtà, pur celebrando la fede e mettendola al centro dell'opera di salvezza compiuta da Gesù, l'intero episodio si colloca nello sfondo di una problematica molto più vasta, che ha agitato la vita della prima comunità cristiana e, del resto, impegna anche oggi sia la riflessione sia lo stile di azione della Chiesa: l'annuncio del Vangelo è destinato solo a pochi eletti, quali si ritenevano allora gli Ebrei, o è da portare anche ai pagani e ai "lontani" in genere? E nel caso che il Vangelo debba essere predicato a "tutte le genti", come ci dirà Matteo al termine del suo Vangelo (28,18), quali sono le tappe di questo passaggio ai pagani e quali anche le "metodologie" più adatte?
San Paolo si troverà proprio al centro di questa polemica violentissima, che riguardava non un aspetto marginale ma l'essenza stessa del Vangelo: è la "fede" che salva, come quella che dimostrava di avere la Cananea e può avere qualsiasi pagano, oppure la osservanza delle antiche tradizioni mosaiche, come sostenevano i suoi avversari?
Per risolvere questo problema bisognava riguardare indietro e vedere se, per caso, Gesù avesse dato indicazioni al riguardo. L'episodio della Cananea è da rileggere nello sfondo di questa problematica e di queste difficoltà pratiche, in cui si sono imbattuti i primi cristiani; e allora diventerà anche più significativo.
"Gli stranieri, che hanno aderito al Signore, li condurrò sul mio monte santo"
Del resto, mi sembra che anche la Liturgia ci orienti in questa direzione proponendoci due letture che, da posizioni diverse, illustrano lo stesso problema. 
La prima è ripresa dal Terzo Isaia il quale, scrivendo molto probabilmente dopo l'esilio e carico di quella esperienza, invita i suoi contemporanei a superare le angustie del nazionalismo e del legalismo per aprirsi all'universalismo della salvezza: Dio è più grande se, oltre che salvare gli Ebrei, salva anche gli "stranieri", qualora "aderiscano" alla sua rivelazione e alla sua legge. In tal modo Gerusalemme diventerà davvero la "patria" di tutti i popoli (cf Sal 87) e il suo tempio la "casa di preghiera" per tutti. "Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,6-7).
Oltre all'universalismo della salvezza, estesa anche agli "stranieri" e a quelli che la legge mosaica escludeva come impuri, o menomati, dalle assemblee liturgiche, quali gli "eunuchi", espressamente ricordati poco prima dal Profeta (Is 56,4-5; cf Dt 23,2), il brano sottolinea il convergere di tutti nell'unica "casa di preghiera" che è il tempio (v. 7). Questo sta a significare che l'unità di tutti i popoli potrà farsi solo a condizione di riconoscere e "adorare" Dio come Padre comune degli uomini: al di fuori di questo unico punto di polarizzazione, essi avranno sempre fra di loro motivi di sospetto e di contesa, e l'unità del genere umano rimarrà sempre un bellissimo sogno, e niente più. È facile intravedere da tutto questo la dimensione anche "politica" della fede.
Sulla linea di questo universalismo salvifico, che trova il suo punto di unificazione nel riconoscimento dell'unico Dio d'Israele, si muove anche il Salmo responsoriale (Sal 66,2-3.5-6.8).
Ebrei e pagani:
"Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia"
La seconda lettura, però, sembra creare come un intoppo e come uno "scandalo" in questo movimento di espansione universalistica del messaggio salvifico, già abbastanza chiaro nell'Antico Testamento: è lo "scandalo" d'Israele che, dopo aver atteso ansiosamente il Messia e dopo averlo donato al mondo, non lo ha riconosciuto in Gesù di Nazaret. Paolo, come abbiamo già accennato la Domenica scorsa (cf Rm 9,1-5), ha sentito in maniera cocente questo dramma del suo popolo, che ancora oggi è sotto i nostri occhi, e cerca di darne una spiegazione. 
Pur sapendo di muoversi nella "zona" del mistero, che Dio solo conosce (cf Rm 11,33-36), egli è tuttavia convinto che questo "temporaneo" rifiuto d'Israele, mentre per un verso ha giovato ai pagani che sono così entrati nella salvezza, per un altro finirà per giovare agli stessi Ebrei, nel senso che alla fine saranno come presi da "gelosia" per l'ingresso dei pagani e anche loro si decideranno ad entrare nel "regno". E allora ci sarà gioia grande per tutti, come per una misteriosa "risurrezione" dai morti.
Nel suo servizio di annunzio ai pagani, perciò, l'Apostolo intende aiutare anche i suoi fratelli di un tempo, eccitandoli a "gelosia" dei Gentili: "Come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!" (Rm 11,13-15).
Il destino d'Israele diventa così "emblematico" per tutti: pur essendo la salvezza offerta a tutti gli uomini, ognuno corre il rischio di perderla, se si rifiuta alle iniziative sempre nuove di Dio. È quanto l'Apostolo scrive verso la fine (vv. 30-32).
Davanti a Dio non valgono, dunque, né privilegi di razza né, direi, privilegi di fede: vale solo la umiltà di riconoscersi "peccatori", rinchiusi appunto "nella disobbedienza" (v. 32), e perciò bisognosi del suo perdono e del suo amore. A questa condizione egli è disposto a salvare tutti, Ebrei e pagani, giusti (se mai ce ne sono!) e peccatori.
"Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele"
In ultima analisi, è proprio questo il messaggio che intende affidarci l'episodio della Cananea che Matteo, pur riprendendolo da Marco (7,24-30), arricchisce, soprattutto a livello di dialogo, allo scopo di far vedere come Gesù vuole effettivamente infrangere le barriere del "particolarismo" religioso degli Ebrei (e indubbiamente anche dei primi cristiani provenienti dall'ebraismo!), per offrire la sua salvezza a tutti, sia pure con intelligente "gradualità". 
L'appellativo di "Cananea", dato alla donna, è di carattere religioso e non etnico: si vuol semplicemente dire che era pagana. Marco è anche più preciso: "Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia" (7,26).
In tutto il racconto, in cui prevale il dialogo con una precisa finalità didattica, mi sembra che l'Evangelista tenda a mettere in luce due atteggiamenti, solo in apparenza contrastanti, ma in realtà convergenti. 
Il primo è l'atteggiamento di Gesù, che sa quasi di estraneità, se non di disprezzo, verso la donna pagana, che pur lo prega così accoratamente. Dapprima egli "non le rivolse neppure una parola" (v. 23): tanto che gli Apostoli si sentirono quasi in dovere di intervenire in aiuto della povera donna.
È a questo punto che egli giustifica il suo atteggiamento di chiusura: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele" (v. 24). Questa frase manca del tutto in Marco: essa avrebbe scandalizzato i suoi lettori ex-pagani, mentre non scandalizza, anzi sembra accarezzare, i lettori ex-giudei di Matteo che si sentono così ancora dei preferiti. Già precedentemente, inviando i suoi Apostoli in missione, egli aveva loro ordinato: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città di Samaria; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele" (10,5-6).
Dinanzi all'insistenza della donna, che continua a supplicarlo, Gesù usa una frase anche più dura: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini" (v. 26), che nell'allusione parabolica sono certamente i pagani. "Il carattere tradizionale di questa immagine e la forma diminutiva impiegata (kynária) attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l'epiteto aveva di spregiativo".1
"Donna, davvero grande è la tua fede!"
Però Gesù, alla fine, si lascia vincere dalla insistenza della donna Cananea, che dà prove sempre più convincenti di fede. Già il fatto che lei, pagana, si rivolge a Gesù per chiedergli di guarirle la figlia, dimostra che ha fiducia in lui. Anche i titoli con cui lo interpella, in un continuo crescendo, testimoniano la sua fede: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide" (v. 22); "Signore, aiutami!" (v. 25). È chiaro però che qui interviene anche l'opera di redazione dell'Evangelista.
L'ultima replica poi della donna, così abile nel tirare dalla sua le affermazioni piuttosto scostanti di Gesù, dice in forma commossa la profondità del suo dolore e della sua fede: "È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni" (v. 27). L'importante per lei è di essere accettata nella "casa" del suo "padrone"; lì potrà star bene, anche accucciata ai suoi piedi!
È a questo punto che Gesù, preso da meraviglia per la sua "grande" fede (v. 28), le concede la grazia richiesta. D'altra parte, è stato lui che positivamente ha contribuito sia a provocare che a far crescere quella fede. In queste condizioni anche il più rigoroso giudaizzante non poteva più meravigliarsi se la salvezza passava anche ai pagani: una fede come quella della Cananea non poteva non introdurre di pieno diritto nel "regno"!
Ma ammessa una eccezione, era affermato anche un principio nuovo, rivoluzionario: quello che salva non è più l'appartenenza fisica alla razza di Abramo, ma la capacità di "credere" in Gesù come "Signore" ed erede della "promessa" fatta a Davide.
Riguardando a questo comportamento di Gesù, solo apparentemente contraddittorio, gli Apostoli e Paolo, in modo particolare, troveranno più tardi la forza per lanciarsi alla conquista del mondo pagano, dando il primato "decisionale" della salvezza all'unico valore universale annunciato da Cristo: il valore della "fede", che poi si basa su un valore anche più grande, quello della "parola", che Dio in Cristo ha detto per tutti gli uomini.

Da: CIPRIANI Settimio, 

lunedì 14 agosto 2017

Assunzione di Maria


15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Un segno grande apparve nel cielo"

Tutta la Liturgia odierna è pervasa da un irrefrenabile senso di gioia, che esplode fin dall'antifona di ingresso: "Rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria: della sua Assunzione gioiscono gli Angeli e lodano in coro il Figlio di Dio".
Una gioia, come si vede, che afferra il cielo e la terra. E a ragione, perché la festa dell'Assunta coinvolge nel suo significato teologico più profondo la "totalità" della creazione: un po' come la Risurrezione, che comunica la sua forza di rinnovamento a tutta la realtà cosmica, oltre che agli uomini e agli Angeli.
A questo sfondo di giubilazione e di coinvolgimento universale ci rimandano le tre letture bibliche, che vogliamo appunto meditare in questa prospettiva.

"Una donna vestita di sole... era incinta e gridava per le doglie del parto"
Incominciamo dalla prima, ripresa dall'Apocalisse, la quale ci descrive in colori smaglianti la misteriosa visione della donna e del dragone: "Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l'arca dell'alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra" (Ap 11,19-12,4).
È evidente in questo quadro fantastico la dimensione "cosmica": il cielo, la luna, le stelle, la terra, gli uomini, le "nazioni" (12,5) sono coinvolte nel duello mortale che si svolge fra la donna e il dragone, e fanno da spettatori intimiditi e sorpresi, in attesa dell'esito della lotta. Per il fatto che ambedue i protagonisti vengono presentati come "segno" (seméion: 12,1.3), termine che in Giovanni allude a una realtà più profonda che sta oltre ciò che appare immediatamente, c'è da domandarsi che cosa essi veramente "significhino" al di là del "velame delli versi strani" (Dante).
Il "segno" della donna, adorna di tutto il suo splendore, espresso nei simboli classici del sole, della luna e delle stelle, dovrebbe rimandare a Israele. Si ricordi il famoso sogno di Giuseppe: "Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me" (Gn 37,9). Anche l'Israele dei tempi messianici viene presentato sotto l'immagine di una "donna" che deve diventare "madre" di molti figli: la Chiesa pertanto continua la funzione dell'antico Israele e può essere rappresentata dagli stessi simboli.
Che tutto il creato poi si chini alla Chiesa e le dia il suo splendore sta a significare che essa rappresenta il centro di tutto il disegno salvifico di Dio: come tutto è stato fatto per Cristo, così si può dire che tutto è stato fatto per la Chiesa, in quanto essa è il "corpo di Cristo".
Se questo è vero, rimane altrettanto vero che il testo descrive la "donna" in termini così realistici, che non possiamo negare che qui Giovanni abbia pensato più direttamente e concretamente a Maria, la madre di Gesù, facendone come l'immagine e il "tipo" della Chiesa: "Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto... Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono" (Ap 12,2.5). È fin troppo chiaro che qui si parla di Cristo che, in virtù della risurrezione e ascensione al cielo, si è assiso "alla destra di Dio" (Mc 16,19).
Per questo, a cominciare da S. Agostino, molti esegeti interpretano questo testo in chiave "mariologica". Così come ha fatto da tempo la Liturgia, che in modo particolarmente adatto ci fa leggere il brano per la festa dell'Assunta: la celebrazione della Assunzione di Maria in corpo e in anima al cielo è, infatti, la sua partecipazione più diretta alla gloria del Figlio. Con lui che "siede alla destra del Padre", anche lei è avvolta dallo stesso splendore di gloria.
Ma non dobbiamo dimenticare l'altro "segno" che contrasta e insidia il primo: il "dragone rosso" dalle sette teste e dalle dieci corna, simbolo di Satana e della potenza ostile a Dio e al suo popolo. Tutta la forza della visione allegorica sta in questo contrasto e nella "vittoria" definitiva di Cristo e del suo popolo su Satana: "Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo" (Ap 12,10). Ciò sta a significare che la Chiesa e Maria, che ne è la espressione più ricca, hanno raggiunto e raggiungeranno la gloria attraverso una grande lotta.

"Cristo è risuscitato, primizia di coloro che sono morti"
La festa di oggi mette appunto in evidenza la vittoria di Maria sulla morte, che "è entrata nel mondo per invidia del Diavolo" (Sap 2,24). Difatti nel mistero odierno crediamo "essere dogma da Dio rivelato che l'immacolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo". Il nucleo del dogma sta nel credere che Maria ha "già" vinto la morte, come Cristo suo Figlio, e nella totalità del suo essere ("anima e corpo") già trionfa nella gloria celeste.
In questa direzione si muove la seconda lettura, relativa alla risurrezione dei morti, che S. Paolo afferma facendola derivare direttamente dalla risurrezione stessa di Cristo che appare perciò, nei nostri riguardi, come "primizia" di tutti i frutti di risurrezione che poi seguiranno: "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo... L'ultimo nemico a essere annientato sarà la morte" (1 Cor 15,20-22.26).
Il principio, qui ricordato da Paolo, è il principio, chiamiamolo così, di "incorporamento" (gli studiosi parlano di "personalità corporativa"): come "in Adamo" tutti muoiono, così "in Cristo" tutti "riceveremo" la vita. Mentre però questo avverrà per noi alla fine, quando sarà distrutto "l'ultimo nemico" (v. 26), cioè la morte, in Maria è avvenuto già "al termine" della sua vita terrena.
E questo ovviamente per il suo maggiore "incorporamento" a Cristo: chi più di Maria, infatti, è stato trascinato nel mistero di vita di Cristo? E questo non solo per la cooperazione "fisica" alla divina maternità ma anche, e direi soprattutto, per la cooperazione "spirituale" a tutta l'opera della Redenzione.

"Beata colei che ha creduto"
La terza lettura ci fa scoprire le radici ultime di questa prodigiosa e anticipata vittoria di Maria sulla morte: si tratta appunto della sua "fede", addirittura temeraria, nelle parole dell'Angelo e del suo completo abbandono all'iniziativa e all'azione di Dio in lei. Nell'obbedienza di Maria, come in quella di Cristo, è spezzato l'anello della maledizione che ci trascinava tutti nel peccato: Maria è l'antitesi perfetta di Eva, come Cristo lo è di Adamo! Maria è stata capace di vincere la morte, perché già prima aveva, con la grazia di Dio, vinto in sé il progenitore della "morte" che è il "peccato" (cf Rm 5,12).
È quanto possiamo cogliere nel racconto della visita di Maria a Elisabetta (Lc 1,39-56), che dà occasione alla parente di celebrare la grandezza spirituale di Maria, riconoscendone pubblicamente l'eccelsa missione nella storia della salvezza: "In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta... che, ripiena di Spirito Santo, esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore"" (Lc 1,39-45).
Mi sembra che in queste parole veramente "ispirate" di Elisabetta ci siano tutti gli elementi del "mistero" di Maria: essa è "la madre del Signore", cioè di Cristo, che Dio ha scelto "fra tutte le donne" perché ha saputo "credere", come e più di Abramo, nell'incredibile. Maria è in anticipo sullo spirito delle "beatitudini", che Gesù proclamerà all'inizio della sua vita pubblica: perciò è per lei la "prima" beatitudine del N. Testamento ("Beata colei che ha creduto"), quasi a dire che essa ne incarna e ne esprime il senso più profondo e l'esigenza più radicale: quella del più completo abbandono a Dio, che solo così può manifestarsi a pieno nelle sue creature.

"Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente"
Mi sembra che in fondo sia questo tutto il senso del Magnificat, che l'Evangelista ci presenta come la risposta altrettanto "ispirata" di Maria alle parole di Elisabetta.
Nel cantico del Magnificat, infatti, Maria non intende tanto esprimere la sua gioia, quanto celebrare la grandezza e la bontà immensa di Dio che si esalta negli umili, in quelli che si fanno suoi "servi", cioè sono completamente aperti a lui, permettendogli così di operare "grandi cose" anche in deboli strumenti umani. È quanto egli ha fatto per il passato in tutta la storia di Israele; è quanto egli ha compiuto e sta compiendo in lei, la "povera di Jahvèh" per eccellenza.
Perciò quando Maria canta: "D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome..." (vv. 49-50), non esalta se stessa, ma il Signore che l'ha eletta a strumento del suo amore.
Questa è la più grande "vittoria" di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei la "potenza del suo braccio" (v. 51). Che per questa via ella sia diventata la Madre di Dio, sia stata concepita Immacolata, sia stata assunta "in corpo e anima" al cielo, non è che la conseguenza di quanto dice nel suo cantico: "Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (v. 49).
Noi che oggi celebriamo la sua Assunzione non dobbiamo distaccare questa festa dalla "totalità" del suo mistero: allora sentiremo davvero che in Maria sono i destini del mondo che si richiamano e si maturano, quello della vita e della morte, quelli della terra e quelli del cielo. Perciò ha ragione Giovanni, come ci ricorda la prima lettura (Ap 11,19; 12,1-10), nel far dipendere tutto da quella fatidica lotta fra la Donna e il Dragone!

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola

domenica 13 agosto 2017

P M.M: Kolbe


CANONIZZAZIONE DI MASSIMILIANO MARIA KOLBE - 1982 (14 agosto m)


CANONIZZAZIONE DI MASSIMILIANO MARIA KOLBE - 1982

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza San Pietro, 10 ottobre 1982 

1. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Da oggi la Chiesa desidera chiamare “santo” un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore.
Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro.
Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941.
Tutto questo successe nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono messi a morte durante l’ultima guerra circa 4.000.000 di persone, tra cui anche la Serva di Dio Edith Stein (la carmelitana suor Teresa Benedetta della Croce), la cui causa di Beatificazione è in corso presso la competente Congregazione. La disobbedienza contro Dio, Creatore della vita, il quale ha detto “non uccidere”, ha causato in questo luogo l’immensa ecatombe di tanti innocenti.
Contemporaneamente dunque, la nostra epoca è rimasta così orribilmente contrassegnata dallo sterminio dell’uomo innocente.
2. Padre Massimiliamo Kolbe, essendo lui stesso un prigioniero del campo di concentramento, ha rivendicato, nel luogo della morte, il diritto alla vita di un uomo innocente, uno dei 4.000.000.
Quest’uomo (Franciszek Gajowniczek) vive ancora ed è presente tra noi. Padre Kolbe ne ha rivendicato il diritto alla vita, dichiarando la disponibilità di andare alla morte al suo posto, perché era un padre di famiglia e la sua vita era necessaria ai suoi cari. Padre Massimiliano Maria Kolbe ha riaffermato così il diritto esclusivo del Creatore alla vita dell’uomo innocente e ha reso testimonianza a Cristo e all’amore. Scrive infatti l’apostolo Giovanni: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).
Dando la sua vita per un fratello, padre Massimiliano, che la Chiesa già sin dal 1971 venera come “beato”, in modo particolare si è reso simile a Cristo.
3. Noi, dunque, che oggi, domenica 10 ottobre, siamo riuniti davanti alla Basilica di san Pietro in Roma, desideriamo esprimere il valore speciale che ha agli occhi di Dio la morte per martirio del padre Massimiliano Kolbe:
“Preziosa agli occhi del Signore / è la morte dei suoi fedeli” (Sal 115 [116],15), così abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale. Veramente è preziosa ed inestimabile! Mediante la morte, che Cristo ha subìto sulla Croce, si è compiuta la redenzione del mondo, poiché questa morte ha il valore dell’amore supremo. Mediante la morte, subìta dal padre Massimiliano Kolbe, un limpido segno di tale amore si è rinnovato nel nostro secolo, che in grado tanto alto e in molteplici modi è minacciato dal peccato e dalla morte.
Ecco che, in questa solenne liturgia della canonizzazione, sembra presentarsi tra noi quel “martire dell’amore” di Oswiecim (come lo chiamò Paolo VI) e dire:
“Io sono il tuo servo, Signore, / io sono tuo servo, figlio della tua ancella; / hai spezzato le mie catene” (Sal 115 [116],16).
E, quasi raccogliendo in uno il sacrificio di tutta la sua vita, lui, sacerdote e figlio spirituale di san Francesco, sembra dire:
“Che cosa renderò al Signore / per quanto mi ha dato? / Alzerò il calice della salvezza / e invocherò il nome del Signore” (Sal 115 [116],12s).
Sono, queste, parole di gratitudine. La morte subìta per amore, al posto del fratello, è un atto eroico dell’uomo, mediante il quale, insieme al nuovo Santo, glorifichiamo Dio. Da lui infatti proviene la Grazia di tale eroismo, di questo martirio.
4. Glorifichiamo dunque oggi la grande opera di Dio nell’uomo. Di fronte a tutti noi, qui riuniti, padre Massimiliano Kolbe alza il suo “calice della salvezza”, nel quale è racchiuso il sacrificio di tutta la sua vita, sigillata con la morte di martire “per un fratello”.
A questo definitivo sacrificio Massimiliano si preparò seguendo Cristo sin dai primi anni della sua vita in Polonia. Da quegli anni proviene l’arcano sogno di due corone: una bianca e una rossa, fra le quali il nostro santo non sceglie, ma le accetta entrambe. Sin dagli anni della giovinezza, infatti, lo permeava un grande amore verso Cristo e il desiderio del martirio.
Quest’amore e questo desiderio l’accompagnarono sulla via della vocazione francescana e sacerdotale, alla quale si preparava sia in Polonia che a Roma. Quest’amore e questo desiderio lo seguirono attraverso tutti i luoghi del servizio sacerdotale e francescano in Polonia, ed anche del servizio missionario nel Giappone.
5. L’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patria come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata (“Niepokalanow” polacco, “Mugenzai no Sono” giapponese).
6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero...”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura...”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo:
la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
8. La Chiesa accetta questo segno di vittoria, riportata mediante la forza della Redenzione di Cristo, con venerazione e con gratitudine. Cerca di leggerne l’eloquenza con tutta umiltà ed amore.
Come sempre, quando proclama la santità dei suoi figli e delle sue figlie, così anche in questo caso, essa cerca di agire con tutta la precisione e la responsabilità dovute, penetrando in tutti gli aspetti della vita e della morte del Servo di Dio.
Tuttavia la Chiesa deve, al tempo stesso, stare attenta, leggendo il segno della santità dato da Dio nel suo Servo terreno, di non lasciar sfuggire la sua piena eloquenza e il suo significato definitivo.
E perciò, nel giudicare la causa del beato Massimiliano Kolbe si dovettero – già dopo la beatificazione – prendere in considerazione molteplici voci del Popolo di Dio, e soprattutto dei nostri fratelli nell’Episcopato, sia della Polonia come pure della Germania, che chiedevano di proclamare Massimiliano Kolbe santo “come martire”.
Di fronte all’eloquenza della vita e della morte del beato Massimiliano, non si può non riconoscere ciò che pare costituisca il principale ed essenziale contenuto del segno dato da Dio alla Chiesa e al mondo nella sua morte.
Non costituisce questa morte affrontata spontaneamente, per amore all’uomo, un particolare compimento delle parole di Cristo?
Non rende essa Massimiliano particolarmente simile a Cristo, Modello di tutti i Martiri, che dà la propria vita sulla Croce per i fratelli?
Non possiede proprio una tale morte una particolare, penetrante eloquenza per la nostra epoca?
Non costituisce essa una testimonianza particolarmente autentica della Chiesa nel mondo contemporaneo?
9. E perciò, in virtù della mia apostolica autorità ho decretato che Massimiliano Maria Kolbe, il quale, in seguito alla Beatificazione, era venerato come Confessore, venga d’ora in poi venerato “anche come Martire”!
“Preziosa agli occhi del Signore / è la morte dei suoi fedeli”!

Amen.