venerdì 20 ottobre 2017

Matteo 22, 15-20


22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Rendete a Cesare quello che è di Cesare
e a Dio quello che è di Dio"
"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). È una delle espressioni evangeliche più conosciute e più citate, ma forse anche più difficili a spiegare e, nello stesso tempo, più espressive del "radicalismo" evangelico.
Non è soltanto indicativa di un determinato comportamento "politico", ma soprattutto del "primato" di Dio sulle azioni di ogni uomo, anche quelle che potrebbero sembrare semplicemente "laiche": il regno di Dio afferra tutte le dimensioni dell'uomo, ivi inclusa quella sociale e "politica", senza però identificarsi con nessuna di esse.

"Dice il Signore del suo eletto, di Ciro... "
Sotto il segno di questa universale "signoria" di Dio, che non si arresta neppure davanti ai troni o alle regge dei sovrani, è da porre la prima lettura, in cui il Secondo Isaia, dopo aver preannunciato la ricostruzione di Gerusalemme e del tempio (Is 44,24-28), ci presenta anche lo "strumento" che Dio si è scelto per compiere un'opera così straordinaria: Ciro il Grande, re di Persia (557-529 a.C.). "Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: / "Io l'ho preso per la destra, / per abbattere davanti a lui le nazioni, / per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, / per aprire davanti a lui i battenti delle porte, / e nessun portone rimarrà chiuso. / Per amore di Giacobbe mio servo / e di Israele mio eletto / io ti ho chiamato per nome, / ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca. / Io sono il Signore, e non vi è alcun altro; / fuori di me non c'è dio; / ti renderò spedito nell'agire, anche se tu non mi conosci, / perché sappiano dall'oriente fino all'occidente / che non esiste dio fuori di me. / Io sono il Signore e non c'è alcun altro"" (Is 45,1.4-6).
Quello che sorprende di più, in questo testo, è che a Ciro si attribuiscano titoli che, nella tradizione biblica, vengono riservati solo al Messia futuro: così il titolo di "eletto" (v. 1), che in ebraico è precisamente mashìach, cioè "messia"; oppure quello di "pastore" (Is 44,28). Questo, ovviamente, vuol significare che Ciro, permettendo a Israele di ritornare dall'esilio nella terra dei padri (538 a.C.), di fatto faciliterà il misterioso disegno di Dio, che culminerà proprio nella venuta del Messia dal seno del popolo eletto.
Oltre a questo, sorprende il fatto che Dio si serva per i suoi fini di un re straniero, che neppure lo "conosce" (vv. 4.5). Questo, anzi, contribuirà a rendere maggior "gloria" al Dio d'Israele, che in tal modo dimostra come la sua potenza e anche il suo amore non siano legati né da confini geografici, né da peculiarità di cultura o di razza, e neppure dal fatto religioso, almeno inteso come mera connotazione di appartenenza a una determinata confessione: "Perché sappiano dall'oriente fino all'occidente che non esiste dio fuori di me" (v. 6).
Dio agisce dunque anche al di fuori di Israele. E perché no? Anche al di fuori della Chiesa. Lo scopo, però, è sempre quello di incrementare e di dilatare la missione salvifica del suo "popolo": il punto di riferimento di Dio, anche quando si apre ai lontani, è sempre Israele!
Questo sta a dimostrare due cose: primo, che una misteriosa teologia della storia rotea attorno a Cristo e al "popolo" eletto che deve esprimerlo e per il quale è mandato; secondo, che ci sono valori nelle cose, nelle istituzioni, nelle persone che nascono dalla loro intrinseca costituzione e significatività, in quanto operano e corrispondono al disegno di Dio. Così Ciro il grande, pur senza saperlo, col suo senso di equità e di saggezza politica si inserisce e, addirittura, porta avanti il progetto salvifico di Dio.
La "politica" è valida nella misura in cui, chiunque la faccia, anche non credente, cerca di farla secondo le regole proprie della politica, realizzando il "bene comune", di tutti e di ciascuno.

"Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo"
Ma veniamo adesso alla pagina di Vangelo (Mt 22,15-21), che in parte riprende questa tematica, ampliandola però in una forma originalissima. È il noto episodio del "tributo" a Cesare, che è comune ai tre Sinottici,1 sia pure con piccole varianti che non stiamo qui ad analizzare.
Esso fa parte del gruppo delle quattro "controversie" del periodo gerosolimitano, dopo quella relativa al problema dell'autorità con cui Gesù aveva cacciato i venditori dal tempio (21,23-27), separata da queste dall'inserzione delle tre parabole (21,28-22,14) già commentate nelle Domeniche precedenti: la nostra controversia (22,15-22), quella sulla risurrezione dei morti (22,23-33), sul massimo comandamento (22,34-40), e l'ultima sul Figlio di Davide (22,41-46).
L'atmosfera è molto pesante e carica di tensione: si vuole a tutti i costi trovare un pretesto contro Gesù per "perderlo". Il trabocchetto più pericoloso, in questo senso, è proprio quello "politico": da esso, infatti, si incomincia per "compromettere" in qualche maniera Gesù. La cosa assume anche più valore, se si pensa che proprio l'accusa di sovvertimento "politico" avrà un ruolo determinante nel processo, che di fatto lo porterà alla morte.
Nell'episodio si noti, prima di tutto, la doppiezza dei farisei, che almeno qui ben corrisponde a quella connotazione di falsità che diamo al termine ormai classico di "fariseismo". È il tentativo di mascherarsi dietro le parole belle, buone, rispettose, per nascondere il proprio pensiero, le vere e torbide intenzioni del proprio cuore: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno, perché non guardi in faccia ad alcuno" (v. 16). 
Nella loro macchinazione queste parole adulatrici dovevano servire a smuovere più facilmente Gesù dal suo naturale riserbo circa un problema così scottante come quello del tributo a Cesare: una volta poi rotto il ghiaccio, avrebbero pensato loro a dirottare il discorso verso gli approdi già calcolati! 
Nonostante la loro falsità, però, essi fanno l'elogio più grande di Gesù: egli non è un opportunista, un calcolatore, più che piacere agli uomini intende piacere a Dio. E in realtà tutta la sua vita sta a dimostrarlo; soprattutto lo dimostrerà il suo atteggiamento durante il processo, che lo porterà alla morte di croce. Lo dichiarerà solennemente davanti a Pilato: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità" (Gv 18,37).
Questa sua estrema lealtà e "veridicità" Gesù la dimostra anche in questo episodio, prima di tutto smascherando la falsità dei suoi avversari: "Ipocriti, perché mi tentate?" (v. 18); e in secondo luogo, dando loro una risposta estremamente franca e imprevista, che risolveva alla radice il problema senza cadere nella "casistica" politica, che fatalmente lo avrebbe costretto a schierarsi o fra i collaborazionisti di Roma, o fra gli irredentisti fanatici.
In questo caso, infatti, per i suoi avversari il gioco sarebbe stato estremamente facile: se avesse detto che bisognava pagare il tributo a Cesare, lo avrebbero screditato presso il popolo che fremeva sotto il giogo romano e, manovrato dagli Zeloti, stava meditando tentativi di rivolta e di sovversione; se avesse detto di no, lo avrebbero accusato presso le autorità come ribelle e ostile al governo di Roma. La trappola avrebbe funzionato alla perfezione!

"Di chi è questa immagine e l'iscrizione?"
Se non che Gesù, come abbiamo detto, imposta il problema in termini molto più radicali: non si tratta di dire un "sì" o un "no", ma di vedere in che misura gli ordinamenti politici e sociali corrispondano al disegno di Dio nella storia concreta che vivono gli uomini, e permettano di servirlo con fedeltà.
Ora, proprio partendo dalla situazione in cui si trovavano gli Ebrei del suo tempo, Gesù dice che "di fatto" essi si riconoscono sudditi di Roma, dal momento che accettano di commerciare con la "moneta" coniata dall'imperatore. Non era questo un implicito riconoscimento della sovranità imperiale, a prescindere dalla questione se fosse legittima o meno?
È questo il significato della richiesta di Gesù: ""Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare"" (vv. 19-21). È quindi più che giusto che si debba anche "rendere a Cesare quello che è di Cesare", come dice immediatamente dopo Gesù.
Però se la sua risposta si fosse fermata qui, non avrebbe niente di originale, salvo il dimostrare un senso di grande equilibrio e di grande saggezza, che certamente non ebbero gli Zeloti, i quali di lì a poco portarono Israele al massacro sollevandolo contro Roma.
"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (v. 21). La portata rivoluzionaria di questa frase sta tutta nella seconda parte, però correlata con la prima: si può e si deve partire da Cesare, per arrivare a Dio!

"Cesare" e "Dio" nella vita dei cristiani
Mettendo accanto a Cesare Dio, Gesù distingue nettamente due realtà e due spazi di azione, che è sempre fatale confondere o mescolare. Si pensi alle antiche ideologie orientali, soprattutto a quella egiziana, secondo la quale il re era considerato un dio a tutti gli effetti, e che erano arrivate perfino a Roma, dove gli imperatori erano chiamati "signori" (kyrioi), o "divini" (cf 1 Cor 8,5). Si pensi anche a certe ideologie moderne "totalizzanti", che fanno fonte di ogni verità e di ogni moralità lo Stato, o il partito, o una classe sociale, o un qualsiasi leader "carismatico", perfino la moda. Sembra che la storia non insegni niente agli uomini!
Cristo tiene a distinguere le due realtà e i due diversi comportamenti che esse esigono. Non pensa, come gli Zeloti, che Dio abbia bisogno di una specie di "teocrazia" terrena in cui soltanto egli possa attuare la sua presenza: abbiamo già visto che Ciro, il pagano, può essere addirittura chiamato il suo "eletto". 
Questo sta a significare che l'impegno politico, anche il più generoso, non esaurisce la dimensione dell'uomo, che ha orizzonti che vanno infinitamente al di là. Proprio per questo il "regnum hominis" non potrà mai identificasi con il "regnum Dei".
Però, pur essendo due realtà distinte, sono anche fra di loro "coordinate" o "coordinabili"; il mio dovere verso lo Stato e chi lo rappresenta vale nella misura in cui esso mi permette di realizzare il rapporto autenticamente religioso con Dio, che è preminente nella vita di ogni uomo. È per questo che la frase culmina nell'affermazione inattesa e sconvolgente: "E rendete a Dio quello che è di Dio", che getta una luce nuova sullo stesso "servizio" politico che deve attuare lo Stato nella molteplice articolazione delle sue funzioni e dei suoi apparati.
Non si tratta infatti, da parte dell'organizzazione politica, di rispettare certi spazi religiosi per la coscienza dei credenti: il che è ovvio! Si tratta di molto di più: lo stesso servizio "politico", che fatalmente coinvolge il discepolo di Cristo sia come semplice cittadino, sia anche come possibile responsabile delle leggi dello Stato e delle varie sue attività, deve essere da lui sentito come un culto "reso a Dio", attuandone le esigenze di giustizia, di equità, di fraternità, di rispetto per tutti, di "bene comune", come appunto si dice.
Solo in questo caso il "regnum hominis", pur non potendo mai diventare il "regnum Dei", ne favorirà indubbiamente la crescita: e questo, al limite, può realizzarlo anche il non credente, come abbiamo già accennato, purché abbia quella radicale "onestà" del cuore che induce sempre a cercare "quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode", come ci insegna san Paolo (Fil 4,8).
È evidente come tutto questo ponga problemi brucianti alla coscienza "civile" dei cristiani oggi, qualunque responsabilità essi abbiano nella società: si pensi solo al problema della legalizzazione dell'aborto, per fare un esempio. Gesù ci ha insegnato a rispettare e a valorizzare il servizio politico, purché esso rispetti ed attui le esigenze di Dio. Davanti a qualsiasi possibile "aberrazione" o "perversione" del potere, anche democratico, Gesù ha eretto la barriera inviolabile dei diritti di Dio e della "coscienza" cristiana che deve annunciarli e testimoniarli al mondo, anche a costo della "disubbidienza" civile.
Ecco la novità "rivoluzionaria" di quella frase, apparentemente così semplice e innocua: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (v. 21).

"Ringraziamo sempre Dio per tutti voi"
Evidentemente questo presuppone una coscienza cristiana matura, illuminata dalla fede, animata dalla carità, tesa nella speranza di realizzazioni sempre più grandi.
Era quanto san Paolo scriveva ai cristiani di Tessalonica, di cui ricordava con affetto e simpatia la pronta adesione al messaggio evangelico: "Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo" (1 Ts 1,2-3).
Cristiani che vivano in un clima di così intima tensione religiosa, non possono non dare un senso "nuovo" anche alla convivenza civile, nella quale verranno a contatto con tanti altri fratelli, anche di fede diversa, ai quali dovranno a testimoniare" che Dio sta accanto, ma anche al di sopra di Cesare, e che lui soltanto è il valore "ultimo" e il criterio definitivo per "giudicare" la rettitudine di ogni nostro agire, ivi incluso quello sociale e politico.

Da: CIPRIANI Settimio,

mercoledì 18 ottobre 2017

la fede e la speranza


LA SPERANZA NELLA BIBBIA - Giuseppe Barbaglio


LA SPERANZA NELLA BIBBIA - Giuseppe Barbaglio

sintesi della relazione di 

Verbania Pallanza, 15 febbraio 1974

In un numero di Vita e Pensiero, il numero doppio 1-2 del 1972 dedicato al tema della speranza, vi sono due articoli: "La speranza nel vecchio testamento" e "La speranza cristiana secondo S. Paolo". Il primo è mio, il secondo di D. Cock. Per una relazione più ampia sul tema della speranza, si vedano altri articoli della rivista citata. 
Per evitare dei dire delle cose già scritte in modo tecnico, scelgo una pista di riflessione che mi occupa un po' in questi ultimi tempi e mi interessa, non tanto come uno che "legge" la Bibbia, ma come uomo e come persona. 
Pensavo una volta che Gesù amasse solamente, ma che non credesse, perché aveva naturalmente tutto chiaro, e che non sperasse, perché Egli possedeva tutto. Invece sembra che Gesù pure sperasse. 
Puntiamo allora la riflessione su di un punto che è particolarmente interessante: il discorso della speranza cristiana legata al mistero della morte e della risurrezione, questo grande tema prediletto da S. Paolo: la croce (1Cor 1,18-25, ed eventualmente i primi quattro capitoli). 
Da alcuni anni, non solo ho scritto qualcosa, ma dentro di me questa realtà della speranza ha avuto un forte significato: è avvenuta in me una certa trasformazione. Se, all'inizio, preso da un grande entusiasmo, vedevo il tema della speranza in una determinata prospettiva, quella del Cristo risorto, prospettiva molto giovanile, ottimistica, un po' pazza; ultimamente sto misurando come questa speranza cristiana non sembra abbia molto da condividere con delle attese entusiastiche, con desideri molto facili, con ottimismi umani estremamente diffusi, almeno in certi ambienti. Sarei arrivato ad una convinzione, non solo di studio, ma anche di esperienza: c'è una speranza che vive all'ombra della croce. 
S. Paolo, parlando della croce, non intendeva la sofferenza in senso dolorifico. La croce è una sigla, un simbolo che indica il vero volto di Dio. Il vero volto di Dio si manifesta nella croce di Cristo e il vero volto nostro si manifesta nella croce di Cristo. 
La croce come luogo dove il vero Dio mostra la sua carta di identità... e dove pure l'uomo è chiamato a mostrare la sua carta di identità... la vera carta di identità, non quelle tessere fasulle, che ci costruiamo facilmente. Un discorso sulla speranza cristiana dovrebbe misurarsi con quella realtà. Vorrei tentare con voi questo passaggio da una interpretazione un po' ottimistica, un po' giovanile della speranza cristiana ad una interpretazione che, mi sembrerebbe, allo stato attuale delle cose, più consona alla realtà cristiana: una speranza che vive all'ombra della croce. 
Tre punti: 
1. la croce esclude una speranza entusiastica; 
2. la croce esclude una speranza di tipo titanico o prometeico; 
3. la croce esclude una speranza di tipo spiritualistico. 
Il mio discorso è limitato, è un tentativo di riflessione e di interpretazione. Ad ogni punto farò emergere un tipo di speranza.
1. La croce di Cristo esclude una speranza entusiastica
La croce di Cristo esclude prima di tutto la speranza entusiastica, anche una speranza cristiana entusiastica. San Paolo si è scontrato a Corinto con una speranza cristiana entusiastica che si riteneva cristiana, ma che lui non ha ritenuto cristiana. 
La speranza cristiana entusiastica è quella che suppone il futuro sufficientemente facile: la speranza che si possa, con buona volontà o anche con qualche sforzo, ottenere dei risultati, anche a breve scadenza, e dei risultati importanti. La convinzione illusoria che si possa andare verso il futuro non pagando un prezzo alto. Per esempio la speranza che l'incontro di due persone nell'amore possa essere un incontro facile, una realtà splendida, radiosa, senza ombre, una realtà perseguibile e da vivere nella gioia più pura; un incontro fra due persone a livello molto profondo, ma con prospettive facili; da pagare, sì, ma a piccolo prezzo; comunque con la prospettiva di una vita di gioia grande, di esaltazione. 
Se passiamo dal campo interpersonale a quello sociale: ritenere che con alcune tecniche, mettendoci anche un po' di buona volontà, si possa anche in breve tempo cambiare il volto all'ambiente, alla società d'oggi, senza dover pagare un prezzo alto di delusioni, di fallimenti, di dubbi, di angosce. La speranza entusiastica: credere in un futuro a portata di mano, che riservi all'uomo solo le grandi gioie, le grandi soddisfazioni, il successo, la conquista. È una speranza entusiastica propria di certi cristiani poco realistici, di persone che non guardano in faccia al mondo così terribile in alcuni aspetti; persone che cercano di evadere dalla realtà. 
Una speranza entusiastica cristiana che si appoggia su un certo modo di vedere Dio, che pensa che Dio risparmi all'uomo la croce e la morte; la croce non in senso dolorifico (che non è nemmeno l'aspetto principale), ma la croce come dubbio, come angoscia, fallimento, smarrimento; speranza cristiana come fiducia rosea in un Dio potentissimo, capace di risparmiarci le difficoltà, la croce, la morte. 
Se leggiamo attentamente la Bibbia, il Dio che ha tirato fuori la sua vera carta di identità nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, è un Dio che non risparmia, non ha risparmiato a Gesù la croce e la morte, la sofferenza del fallimento generale di tutta la sua vita. Il Padre che si compiaceva in Gesù, suo Figlio, non l'ha risparmiato, non l'ha amnistiato. E non poteva neppure risparmiarlo. Mi rifiuto di pensare a Dio Padre che, potendo risparmiare a Gesù la morte e la sofferenza, non l'abbia fatto. 
La speranza cristiana entusiastica è la speranza che poggia su un Dio troppo potente o potente in una certa direzione, potente per risparmiare a noi la via stretta, l'angoscia, la morte; questo Dio potente da spianarci la strada davanti non esiste: è un idolo che ci fa comodo e per questo l'abbiamo creato. Il vero Dio è quello che ha tirato fuori la sua carta di identità sulla croce, Dio che non ha risparmiato la croce a Gesù e non la risparmia neppure a noi e non può risparmiarcela, altrimenti negherebbe se stesso. Il Dio cristiano è un Dio che non può salvarci dalla morte, non può evitarcela. 
La speranza cristiana entusiastica è in un Dio potente, Deus ex machina nel mondo, pronto a spianarci la strada. La croce di Cristo ci dice che questa speranza entusiastica è un'illusione, una pura utopia, un sogno. La psicologia ci parla di una estrapolazione dei nostri desideri; cioè coviamo dentro di noi dei desideri e li buttiamo fuori ed in avanti, ma tutta la realtà della speranza in questo senso è la realtà di un desiderio che abbiamo dentro, una realtà effimera; è solo il prodotto artificiale dei nostri desideri. La croce annulla questa speranza entusiastica facile. La croce dice che non possiamo sperare a basso prezzo, l'unica speranza vera è quella ad alto prezzo, al prezzo della croce; non la si vive entusiasticamente, ma si paga a duro prezzo e la persona deve passare attraverso il dubbio, l'angoscia, l'incertezza. L'unica speranza vera ed autentica è la speranza ad alto prezzo: la speranza di una comunità cristiana (non è solo discorso del singolo ma anche delle comunità) che non si sente una comunità che possiede la verità, la sicurezza, la tranquillità psicologica, la sicurezza dell'onestà, della morale, della fede; la speranza di una comunità cristiana che cerca, attraverso il dubbio, l'angoscia, non sapendo che pesci pigliare in tanti casi. 
Le speranze del postconcilio, anni 60-68, sono nate all'ombra sul terreno delle speranze entusiastiche. Il risultato delle speranze entusiastiche è sempre la delusione. 
Noi oggi paghiamo nella Chiesa, per aver voluto sperare a basso prezzo, senza pagare molto di persona. La croce dice che la speranza costa, non esiste nella chiarezza, nella sicurezza e neppure nella tranquillità psicologica. A volte ci confessiamo di avere dei dubbi contro la fede, ma non è peccato averne, semmai sarebbe peccato il non averne o pretendere di non averne. La croce di Cristo ci dice che la speranza cristiana è una speranza debole. Il poeta francese Peguy dice che la speranza è come una bambina che ha bisogno di essere tenuta per mano, è fragile, debole. 
Il mistero della croce è il mistero della debolezza, della precarietà, della provvisorietà. La croce cristiana annulla una speranza entusiastica e ci presenta, come unica possibilità, una speranza ad altissimo prezzo, difficile, dura, da difendere a denti stretti, contro tutto e contro tutti., non facilitata dall'esperienza, in opposizione all'esperienza, la speranza di chi deve salire la croce. Cristo ha sperato sulla croce, in un momento in cui non poteva sperare più niente. E questo Dio, fonte della nostra speranza, non è capace di amnistiarci, di fronte alla morte, al dubbio, all'angoscia della croce. Intesa la croce di Cristo nel senso più completo: morte e risurrezione, secondo S. Paolo.
2. La croce di Cristo esclude una speranza titanica o prometeica
La speranza titanica è la speranza dell'uomo che si ritiene forte, potente. I titani erano uomini, eroi leggendari, mitologici, che tentarono la scalata del mondo degli dei per appropriarsene: la loro impresa finì col fallimento. Prometeo rappresenta l'uomo che tenta di impadronirsi di una realtà divina: il fuoco. La speranza titanica è la speranza dell'uomo che si sente un titano, forte, potente, che confida nelle sue capacità, nelle sue risorse. L'uomo titanico è l'opposto dell'entusiasta, il quale non vede nessuna difficoltà, che immagina di poter camminare su "l'autostrada dei fiori". Il titano vede gli ostacoli: ma lui è l'uomo-Ercole delle grandi fatiche, che ha fiducia assoluta di abbattere tutti gli ostacoli e di raggiungere mete impossibili. 
Al tempo di S. Paolo, la speranza titanica era quella dei giudei. Il giudeo si sentiva forte: credeva di costruire un'umanità nuova, basandosi sui suoi mezzi. Tipico il fariseo che confida nelle proprie opere buone, nell'osservanza della legge. Altro titano era l'uomo greco che credeva di salvarsi, di costruirsi, di salvare la storia, di rifare il mondo con la conoscenza religiosa, la gnosi. Oggi il titano è l'uomo tecnologico, che ha fatto conquiste enormi nel campo della scienza, della tecnologia, capace di dominare le forze della natura, di imbrigliarle e se ce ne fosse ancora qualcuna che possa sfuggirgli, si tratta solo di anni. L'uomo tecnologico è l'uomo potentissimo, che ha in mano il mondo. Pensiamo allo sviluppo delle scienze umane che oggi misurano il presente, il passato ed il futuro, per prevedere e programmare al millesimo. 
La speranza dell'uomo titanico odierno è quella di salvarsi, di costruire l'umanità nuova, la società nuova, il mondo nuovo, basandosi sulle proprie forze, possibilità illimitate: salvare l'uomo, liberare l'umanità e la società da ogni alienazione. È l'uomo che crede di farcela, di avere le carte in regola, il giocatore fortunatissimo che ha sempre la carta decisiva per risolvere tutti i problemi dell'uomo, della società, dell'umanità, della storia; che crede di avere in tasca, per la prima volta, la soluzione dei problemi dell'oppressione e dell'ingiustizia, dell'odio, dell'inimicizia. 
La croce giudica questa speranza titanica e non solo sul versante profano, ma anche su quello religioso, come è la convinzione di salvarsi con le nostre forze, con la nostra religione, con i nostri sacramenti, con la nostra morale ineccepibile: anche questa è una speranza titanica. Ma la croce (questo mistero che sembra sempre di più il centro di tutto il cristianesimo, e non per niente abbiamo la croce come segno e distintivo) giudica questa speranza titanica e la condanna. È il tentativo dei titani di scalare il cielo, di Prometeo di rubare il fuoco agli dei. 
Come fallace, se entriamo nella mitologia orientale, è la avventura di Gilgamesh. È l'uomo di ogni tempo, l'eroe leggendario che arriva fino al mondo degli dei e prende la piantina della vita ed è ormai sulla strada del ritorno, sicuro di avercela fatta, e si ferma alla fontana a rinfrescarsi, ormai in vista della sua città di Uruk. Ma mentre si disseta lascia la piantina della vita sull'orlo della fontana e il serpente gliela rapisce. 
La croce insegna che l'uomo, con le sole sue possibilità, non può liberarsi. L'impresa enorme di lanciarsi nell'avventura di liberazione radicale, di salvezza radicale, è destinata al fallimento. Sulla croce muoiono tutte le speranze umane fondate sull'uomo e sulle sue risorse. Muoiono tutte le speranze dell'uomo tecnologico, onnipotente. Non c'è mai stato nella storia umana un tempo così potente, nel dominare il mondo, da poter fare a meno di Dio. Ma la croce dice che quest'uomo, che ha in mano tante possibilità, non è capace di salvarsi da solo e di salvare la storia, di liberare l'umanità. 
È il vecchio discorso dei profeti che ci hanno donato delle rivelazioni impressionanti sul senso dell'avventura umana. 
Geremia si chiede: "Un etiope (era ai suoi tempi l'uomo nero, dalla pelle scura) potrebbe forse, per quanto si sforzasse, cambiare il colore della sua pelle? e la pantera può forse cambiare il suo pelo?". Geremia ed Ezechiele ci dicono che il cuore dell'uomo, il centro decisionale dell'uomo, è stato posseduto dagli idoli: gli idoli sono penetrati nella profondità dell'essere dell'uomo: gli idoli del denaro, del successo, della potenza, del prepotere. Dice ancora che l'idolatria è stata scolpita nel cuore dell'uomo con la punta di diamante. 
La speranza cristiana è assolutamente contraria alle speranze titaniche: è la speranza dell'uomo che si riconosce fallimentare per se stesso, fallimentare nelle sue risorse autosufficienti ed indipendenti per salvare la storia e se stesso. Cristo in croce era fallito, come uomo, una volta per sempre, non aveva più nemmeno uno spicciolo da spendere, totalmente finito; non pensate nemmeno all'anima di Gesù che andava chissà dove; di Gesù non restava più se non un cadavere. La croce dice che la speranza poggia sulla capacità di Dio di risuscitare i morti, è la speranza dei morti, dei crocifissi. Il crocifisso è l'uomo più impotente che esista, non può più muovere neppure le braccia: può solo attendere la morte. 
La speranza cristiana giudica la speranza titanica, la speranza che sia fiducia in se stessi, nelle risorse, possibilità, capacità, forze umane e contrappone la speranza cristiana che è pura speranza nell'impossibile, nella resurrezione, come impossibile era il sogno dei titani, di Prometeo, di Gilgamesh. Ma l'impossibile della speranza cristiana è il possibile di Dio. La croce è il luogo, dice Paolo, dove si è manifestata la potenza di Dio che risuscita i morti. 
Dio non ha risparmiato la morte a Gesù né agli uomini; Dio è incapace di risparmiarci la morte, ma il Dio cristiano è il Dio che risuscita i morti. Meditate Romani 4: Dio è colui che risuscita i morti, che chiama le cose che non sono all'essere, che chiama la nostra impotenza radicale di salvarci a salvarci. 
Nel cap. 37 di Ezechiele, c'è la bellissima visione di Dio che scopre i sepolcri del suo popolo: era ridotto alla morte, ad una distesa di ossa aride. E la parola di Dio su queste ossa aride è: "Profetizza, figlio dell'uomo" ed Ezechiele dice la parola di Dio e quelle ossa incominciano a rianimarsi e a ricongiungersi, a crescere e a ricoprirsi di carne. E si alzano in piedi, tutti. Però non possono ancora camminare e bisogna dire la parola dello Spirito, soffiare lo Spirito di Dio, la potenza creatrice di Dio. Allora il profeta in nome di Dio soffia lo Spirito e questi si mettono in cammino. Alla fine del cap. 37, Ezechiele spiega la parabola. Il popolo si trovava in esilio, aveva perduto tutto: il re, la tenda, il tempio, la legge, il sacerdozio; il popolo era disperato, ma proprio su questa disperazione delle proprie possibilità di salvarsi, si ricostruisce un futuro, scende la parola di Dio che scoperchia i sepolcri del suo popolo. 
Il Dio, che non è capace di risparmiarci la morte, è capace di risuscitarci: sono due cose ben diverse. La resurrezione suppone la croce, la morte, il coraggio di entrare nella via della croce, la decisione di pagare di tasca propria durissimamente, sapendo però che questa croce e questa morte non sono l'ultima parola, perché l'ultima parola è la risurrezione dalla morte. La speranza cristiana è la speranza nell'impossibile: l'impossibile della salvezza dell'uomo, della liberazione dell'uomo, della costruzione di una società e di un mondo diverso. Il deutero-Isaia ha una bellissima promessa di Dio: "Ecco io faccio nuove tutte le cose". È l'ampiezza e l'enormità della speranza cristiana, la novità assoluta: che Dio crea risuscitando i morti. Naturalmente questo Dio che risuscita i morti non risuscita un qualsiasi morto: risuscita Cristo morto. Tanti erano morti come Cristo e anche crocifissi, ma Dio ha risuscitato Cristo, cioè ha risuscitato colui che è andato incontro alla morte ed alla croce, nella speranza, nella fiducia: non speranza in se stesso, né nelle sue risorse (perché le aveva prese tutte sulla croce), ma nella fiducia in Dio che risuscita i morti. La risurrezione è per chi affronta la croce, per chi affronta il fallimento, l'angoscia, il dubbio, l'incertezza, l'insicurezza, la sofferenza nella fiducia. 
A questo punto S. Paolo chiama in causa Abramo che ha sperato contro ogni speranza umana, ma sulla parola di Dio. Lui che non poteva avere figli, perché diceva che era morto nella sua forza generatrice (come pure Sara sua moglie), ha sperato nella vita, lui che era il morto.
3. La croce di Cristo esclude la speranza di tipo spiritualistico
Il terzo tipo di speranza che la croce di Cristo annulla è la speranza disincarnata, di tipo spiritualistico. Era, per esempio, la speranza dei cristiani di Corinto, che dicevano: il mondo, la storia, il tempo, il corpo, la nostra realtà sensibile sono da buttare via; non si possono redimere, sono una realtà malvagia da cui bisogna liberarsi. Perciò la nostra speranza consiste nella salvezza dell'anima. Salvarci l'anima! Il mondo, la storia si perdano pure. La speranza di tipo spiritualistico è dualista, di tipo gnostico: non esprime il mondo e la storia e ritiene che la carne, il corpo, la visibilità siano una realtà irredimibile e quindi l'abbandona. Salviamo il salvabile: l'anima, lo spirito! La croce di Cristo annulla questa speranza di tipo riduttivo che dice di lasciare andare il mondo, il corpo, la storia, il tempo, e di salvare l'anima. 
La croce di Gesù vuol dire risurrezione dei corpi, dice Paolo nella lettera ai Corinti, cap. 15. La risurrezione cristiana non è la risurrezione dell'anima, la salvezza dell'anima, cioè solo della parte spirituale dell'uomo: la risurrezione è la salvezza dell'uomo integrale, è la salvezza del corpo, della storia, di questo mondo che deve essere salvato e non buttato a mare. 
I cristiani di Corinto ritenevano che Gesù fosse risuscitato nell'anima. Quindi anche loro si ritenevano risuscitati nell'anima ed avevano anch'essi una speranza spiritualistica. Ma la speranza della croce è la speranza dell'uomo salvato in quanto corpo. E il corpo, secondo S. Paolo, non è la parte materiale dell'uomo, ma è tutto l'uomo in quanto si esprime all'esterno, si vede, si tocca, entra in rapporto con gli altri, si apre a Dio, si apre al mondo, è nel mondo. Questo è l'uomo in quanto corpo. La speranza cristiana è la speranza della salvezza non di un "io" interiore, spirituale, ma di questo uomo che è un essere al mondo, perché aperto a Dio. 
Quindi è la speranza nella salvezza del mondo, del tempo, della carne, della materialità. Non è una speranza disincarnata, dunque, non spiritualistica, ma la speranza nella risurrezione dei corpi, del mondo. 
In Romani 8, questo mondo è come una donna che sta per partorire il nuovo mondo e geme i gemiti del parto, avendo da partorire un uomo nuovo, un nuovo corpo. Non è una speranza avulsa dalla terra. L'Antico Testamento ha dei testi che richiamano questo legame fondamentale dell'uomo alla terra, al mondo, all'universo che gli ebrei chiamavano terra (adam = uomo, adamà = terra): l'uomo è il terrestre, il figlio della terra, il figlio di questo mondo. 
La speranza dell'uomo è la speranza del mondo, per la storia, per il nostro tempo, per questa esteriorità, per questa carnalità che è il nostro essere ed è la speranza integrale della salute, una speranza mondana, per questo mondo che deve nascere nuovo pur restando sempre mondo in tutta la sua visibilità. 
La speranza cristiana vive all'ombra della croce, ma anche nella luce della croce. La speranza cristiana, non quella entusiastica, ma quella ad altissimo prezzo è una lotta contro ostacoli enormi, una lotta a sangue. Una speranza cristiana negazione della speranza titanica, cioè di una fiducia totale dell'uomo nelle sue risorse. 
Alla luce della croce la speranza cristiana è una fiducia. È l'abbandono da parte dell'uomo al Dio che crea, che scoperchia i sepolcri, che risuscita quelli che sono morti per sempre. 
Una fiducia operosa, non una attesa pigra, ma un poggiare su di Lui, sulla forza del suo Spirito, perché è quello Spirito che riesce, secondo l'immagine di Geremia, a cambiare il pelo della pantera ed il colore della pelle dell'etiope, a scrivere la legge nei cuori, a togliere il cuore di pietra e mettervi il cuore di carne, come dice Ezechiele. 
Finalmente la speranza cristiana, all'ombra e alla luce della croce, giudica e condanna la speranza spiritualistica, una speranza non mondana, una speranza di evasione e di fuga ignobile da questo mondo. Dice invece una speranza mondana, la speranza di un nuovo mondo, di una nuova storia, di nuovi corpi, di nuove persone integrali, di nuove società umane.
Interventi e risposte
Int: Con il tipo di religiosità che ci siamo fatti, è ancora possibile avere una speranza? 
Risp: Alle tre speranze che ho tentato di uccidere, ho opposto in senso alternativo tre speranze risorte: la speranza ad altissimo prezzo contro la speranza entusiastica, la speranza del Dio creatore contro l'esagerata fiducia nelle nostre risorse come autosufficienti, la speranza nella risurrezione dei corpi contro la speranza spiritualistica. Non resta che la speranza all'ombra della croce, dal momento che croce vuol dire risurrezione dalla morte. Dio non ci risparmia la morte, perché non ci può evitare la morte, ma ci può risuscitare da morte. Come Cristo non ha potuto evitare la morte, ma è risorto. La morte è la realtà da fronteggiare, non da evitare. Sempre intendo morte nel senso più vasto della parola. La Chiesa che vive oggi nell'incertezza e noi che non sappiamo cosa fare... Questa è morte... Per questo ci ribelliamo, perché vorremmo possedere la verità, presentare al mondo la soluzione dei problemi. È la speranza all'ombra della croce, contro ogni speranza (Rom 4). 
Pensate per esempio a quanti gruppi giovanili pieni di entusiasmo (e l'entusiasmo non è un fenomeno deteriore) davanti all'ondata del Concilio: che cosa rimane di quei gruppi? Forse perché proprio speravano senza essere pronti a pagare molto. La speranza di accorciare le distanze, di avere dei risultati tangibili. E il fatto di non volere questi risultati non significa non agire, ma agire senza la pretesa di quei risultati. Si tratta di vivere la speranza nonostante dubbi, difficoltà, angosce ecc...
Int: Un parroco, che parla di provvidenza e di preghiera, come le presenta sulla linea di queste riflessioni? 
Risp: È la provvidenza di Dio che risuscita i morti e basta. Non un'altra provvidenza. Non ci sono difficoltà teoriche, ma semmai pratiche. È una provvidenza da non pensare come azione di Dio che risparmia la malattia, come un Dio super-collocatore del lavoro, un super-vigile urbano che misura il traffico in modo perfetto da evitare gli incidenti... Questo Dio non esiste. È un idolo, una maschera: l'unico Dio che esiste è quello della croce; il Dio incapace di salvare Gesù dalla croce, di salvare noi dalla croce, ma capace di risuscitare. La provvidenza è quella del Dio che risuscita dai morti e che non fa amnistia a nessuno della morte. Provvidenza facile quella di Renzo Tramaglino che, varcata l'Adda, dice "là c'è la provvidenza!". Però anche Renzo ha avuto una speranza all'ombra della croce. Non è stata la storia di due innamorati che vanno fino all'altare tenendosi per mano... C'è un lieto fine, perché anche nella speranza cristiana c'è un lieto fine della resurrezione, ma attraverso la croce.
Int: Richiesta di spiegazioni sulla risurrezione dei corpi. 
Risp: La risurrezione dei corpi è in opposizione all'immortalità dell'anima. Quando diciamo "anima" secondo la nostra tradizione, intendiamo la parte spirituale dell'uomo: l'uomo in quanto pensa, decide, sceglie. Questa è l'anima spirituale, intellettiva, volitiva. 
Paolo non dice che la speranza nostra è nella salvezza dell'anima: dice "nella risurrezione dei corpi". I corpi sono non solo la parte materiale dell'uomo, ma tutto l'uomo: l'integralità dell'uomo come persona che decide, sceglie e vuole, ma che si esteriorizza, si oggettivizza nel mondo e nella storia e che si apre anche a Dio. Questo è l'uomo come corpo. Quindi dire la risurrezione dell'uomo vuol dire la salvezza dell'uomo, del mondo, della storia, perché l'uomo è un essere al mondo. È una soluzione estremamente originale questa, in confronto con le utopie, le speranze dei popoli vicini alla Bibbia, presso i quali al massimo si aspettava una salvezza dell'anima. 
Su questa linea, del resto, si è disegnata tutta una morale ed una ascetica cristiana. Il mondo ed il corpo è come zavorra da gettare a mare. La speranza cristiana nella risurrezione di Gesù è lo scoperchiamento del suo sepolcro: presenta un Dio che vuol salvare questo mondo, questa storia, questo tempo, questo nostro essere come carne ed ossa. Salvare solo l'anima è un salvare solo una parte minima, questo io spirituale. E allora il mondo è la palestra dove le anime devono esercitarsi nella virtù. Visione strumentale del mondo. 
E quando le anime sono bene esercitate, lasciano la palestra e volano via nel mondo di Dio. E la palestra? Non serve più e la si getta via. Ma il mondo non è la palestra dell'anima e nemmeno di tutto l'uomo: il mondo è una dimensione dell'uomo, è un corpo diffuso dell'uomo. Quindi la salvezza dell'uomo è anche salvezza del mondo, e la risurrezione dell'uomo è anche la risurrezione del mondo. S. Paolo nella lettera ai Romani dice che l'universo geme in attesa di questa nascita nuova. È importante, perché allora questa speranza diventa lotta durissima a caro prezzo, non solo per la salvezza dell'anima, ma per tutto il mondo, la storia, il tempo, la carnalità che sono da salvare.
Int: Nel vangelo si parla della gioia cristiana. "La mia gioia sia in voi, la vostra gioia sia piena". Si riferisce solo a questa terra od anche all'aldilà? Ed in quale rapporto si trova la gioia con la croce? 
Risp: La gioia non è solo dell'aldilà. È il dono del Cristo risorto ai suoi. San Paolo ripete: "Godete, ve lo ripeto: godete... Io sono ripieno di gioia..." Ma non è la gioia entusiastica, facile. Paolo è ripieno di gioia, ma è in carcere ad Efeso, quando scrive ai Filippesi: "Vi raccomando, siate continuamente nella gioia!" È in carcere. Allora non è che ci sia una gioia da aspettare dall'aldilà: in questa visione non c'è problema di aldilà o di aldiquà. È la gioia del Cristo, non la gioia a buon mercato, come spensieratezza, come chiusura degli occhi sui drammi dell'umanità. È la gioia come possesso pieno di una speranza contro ogni speranza. È la gioia di chi dice : "Va bene, questo sentiero si inerpica, è durissimo, ma alla fine arriverò". È la gioia del cammino. Paolo è ripieno di speranza nonostante la sofferenza e la croce e la morte. Proprio perché è un cammino verso la risurrezione. 
Come il Cristo sulla croce è morto in una fondamentale gioia. San Luca non dice che Gesù sulla croce fosse pieno di gioia. Ma dice: "Signore, affido la mia vita nelle tue mani". Molto sereno. 
Questo discorso giudica una gioia troppo chiassosa e soprattutto un gioia miope: la gioia di chi chiude gli occhi su questa realtà tremenda e drammatica che ci circonda. Quindi cantiamo la gioia, cantiamola pure, ma la gioia all'ombra della croce, nelle difficoltà, nelle lotte, nel sangue, ma nella fiducia.
Int: Intendiamo normalmente una gioia sentimentale, di tipo psicologico, al massimo intellettuale. Allora la gioia cristiana è una gioia che va un po' al di là... 
Risp: Certo. S. Paolo la chiama "il dono dello Spirito". La gioia cristiana è la tranquillità dell'ultimo metro di acqua in un pozzo profondo. Poi il penultimo è più mosso e su, su, l'acqua diventa sempre più mossa. Ma l'ultimo metro della nostra anima, il più profondo riposa nella calma della fiducia, nella gioia. I primi metri sono pieni di cavalloni. Ecco perché mi preoccupano questi gruppi di giovanissimi che cantano così spensierati questa gioia... Poi sappiamo come vanno a finire queste gioie. Alle prime difficoltà, quella gioia non c'è più... e non ci sono più neppure i gruppi. Perché il gruppo deve costruirsi su questo senso realistico, ludico. Così come il rapporto tra due che si sposano. Ferrarotti dice: "L'incontro di due persone è uno scontro, una lotta a sangue". Apparentemente sbalorditiva, ma è veramente realistica! Una lotta a sangue, lotta con speranza, con fiducia, di chi non si lascia nonostante tutto.
Int: Questa speranza non deve essere entusiastica, deve cioè riconoscere la presenza di ostacoli; non titanica, in quanto deve rendersi conto che queste difficoltà possono essere anche più grosse dell'uomo, deve essere una speranza alla luce della croce, cioè deve riconoscere anche la potenza di Dio che risuscita, che ci dà una mano. Però la speranza dell'uomo che è conscio delle difficoltà a cui va incontro e che può non superare per se stesso e crede nella potenza di Dio non mi sembra una bambina da tener per mano. Proprio perché carica della potenza del Dio che risuscita, sembra piuttosto una speranza potente e molto forte, se può sostenere uno che ha rinunciato all'entusiasmo e al titanismo ed è cosciente della propria nullità ed inefficienza. 
Risp: È certamente una speranza robusta, più che maschia, non facile, ma anche bambina, perché se guardiamo a noi, la speranza che abbiamo è una bambina che ha bisogno di essere tenuta per mano. In sé è robusta, ma bambina perché in noi è sempre precaria, così difficile. Quella titanica è più facile di quella cristiana, quella spiritualistica poi è facilissima; è uno scappare dalla storia, dai drammi. La speranza cristiana è sostenuta dalla fede. I rapporti fra speranza e fede... Non esiste una speranza se non esiste una fede nel Cristo risorto dalla morte, nel Padre che ci ama. San Paolo ci chiede: "Chi ci potrà vincere? La nudità, la spada, la morte? L'amore di Dio è più forte di tutto". È la fede nella presenza dello Spirito che ha risuscitato Gesù e che risusciterà anche noi. C'è un rapporto fondamentale fra speranza cristiana e fede. La speranza cristiane è una speranza di fede contro la speranza titanica che è una fede in noi stessi. 
Guillaume Apollinaire parla di una speranza "violenta"... Jean Cayrol: la speranza è bruciante... Di Charles Peguy è l'immagine della bambina... Tagore dice: "Sono uscito nella notte, sotto la pioggia, in cerca dell'amico. Nella notte scura di vento e di pioggia in cerca della speranza...".
Int: La speranza entusiastica sembra essere una delle forme più condizionanti, pericolose, perché impedisce al cristiano di rimboccarsi le maniche e di immergersi nella realtà. Poi è una speranza discriminante della comunità cristiana di fronte al mondo. Anche oggi assistiamo alla tentazione, di molte comunità di credenti, di rinchiudersi ancora una volta in certezze cristiane, garanzie, speranze, rivolte che impediscono l'immergersi nella realtà, nel confronto con gli altri, nel riconoscersi non più avanti degli altri. Inoltre gli stessi sacramenti percepiti dalla gente come certezze garantite, acquisite, operanti per se stesse. In fondo impediscono che ci si senta salvati da Dio. Ancora una volta questo contribuisce a darci quelle certezze rassicuranti che non dovrebbero esserci. Perché la certezza rassicurante non è acquisibile attraverso dei gesti, anche se sono sacramenti. Il sacramento dovrebbe essere visto come speranza che stimola. 
Risp: Sul problema della Chiesa aggiungerò che la Chiesa potrà sperare nel Signore e non in una speranza titanica, quando si sottometterà alla croce. Allora non si appoggerà (come dice Isaia) alla canna fessa dell'Egitto, che significa cadere. Allora si appoggerà al suo Signore, non si appoggerà alle leggi. 
La speranza entusiastica che si può chiudere. Ed ecco i piccoli gruppi di amici nei quali regna l'amore, l'amicizia; dove non ci sono drammi, tensioni, conflitti. A questo proposito Kessman, esegeta protestante, dice in una osservazione sul cap. 8 della lettera ai Romani: "Paolo dice - noi gemiamo in attesa della risurrezione e con noi geme la creazione. Vedete la solidarietà della chiesa con il mondo nel gemere". La chiesa non è la comunità di quelli ai quali Dio risparmia i gemiti, mentre il mondo è lasciato nel gemito; la Chiesa come comunità di quelli che sono nella luce, mentre il mondo resta nelle tenebre; la Chiesa comunità di quelli che sono nella sicurezza mentre il mondo lo è di quelli che brancolano nell'incertezza. La Chiesa è solidale con il mondo nel dubbio, nell'incertezza, nella ricerca, nella speranza all'ombra della croce e se non è il mondo nel senso deteriore della parola è perché spera nonostante tutto. Ecco perché bisogna ricuperare questo senso centrale della croce e non nel senso dolorifico della parola, ma questo è il punto decisivo del fatto cristiano e ciò che veramente dà una carta di identità ad un atteggiamento nostro. Il mistero della croce che è il mistero della morte e risurrezione. Dio incapace di salvare dalla morte, ma capace di salvare i morti. Anche nel credo degli apostoli che Paolo apostolo aveva ricevuto e trasmesso a quelli di Corinto è scritto: "Cristo morì per i nostri peccati e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, e apparve a Cefa ed agli altri...". Tutto il credo cristiano vedetelo qui: quello che poi Paolo, nella prima lettera ai Corinti, chiama "il mistero della croce" e la predicazione della croce oppure Cristo crocifisso. E sulla croce dobbiamo rompere tutte le altre carte di identità...
Int: Si demolisce la speranza titanica, ma l'uomo non è il luogo della manifestazione di Dio? 
Risp: La speranza titanica non è l'affermazione dell'uomo. È la speranza di un uomo che si crede titano, cioè alienato, per un complesso di inferiorità o di superiorità, non fa differenza. L'uomo alienato, cioè diverso da se stesso. La speranza titanica è quella dell'uomo che vuol fare a meno di Dio, che crede di avere in se stesso, in modo autosufficiente, le risorse per salvarsi e che quindi crede di poter fare a meno di Dio. L'uomo di oggi fa questo; ed è dentro di noi: l'uomo tecnologico e titanico siamo noi. 
La speranza che vi si oppone non è una speranza di un uomo ridotto all'impotenza, all'ignavia, alla pigrizia, al disinteresse. È una speranza operativa nella storia, ma non chiusa nella propria autosufficienza. A questo punto il problema è che tutta la responsabilità della storia è sulle spalle dell'uomo, ma l'uomo è nelle mani di Dio: questo è decisivo. Perché altrimenti l'esito finale sarebbe la morte e non la risurrezione, la chiusura dei sepolcri e non il loro scoperchiamento. Bloch (Ateismo nel cristianesimo) dice: "La grande alienazione che colpisce l'uomo è la morte. Dobbiamo fare di tutto per liberare l'uomo, ma non sappiamo come fare". Ed è una grande critica contro il comunismo ufficiale (Bloch è comunista eterodosso). "Finché non liberiamo l'uomo dalla morte, resterà l'alienazione fondamentale". La speranza cristiana all'ombra della croce è la speranza della liberazione dell'uomo dalla morte, non del risparmio dalla croce. 
La speranza cristiana è un prodigio, la speranza nel prodigio, nell'impossibile. C'è una rassomiglianza fra la speranza cristiana e quella titanica: l'una e l'altra sperano nell'impossibile, ma il cristiano fidando in Dio, il titano fidando in sé. Ed il fidarsi di Dio non esenta il cristiano dall'operosità, non lo libera dall'assenteismo e dalla pigrizia, lo libera dall'autosufficienza. Ci sarebbe da fare un discorso su come il dono di Dio non annulli l'operosità dell'uomo, ma sta alla radice della sua operosità. 
Es. il giocatore di carte che fa la sua partita. Aveva in mano dieci carte e le ha giocate tutte con estrema tensione. Ha giocato la decima carta, come la carta sua ultima ed ha perso la partita. Questo uomo non ha più nessuna carta, la partita è persa irrimediabilmente. 
Se avesse ancora una carta, forse potrebbe rimediare alla mossa dell'avversario. È l'uomo concreto. E Dio è presente nella partita. Il giocatore senza carte è l'uomo nel sepolcro. Dio non si sostituisce all'uomo nel giocare la partita, come se dicesse: "Lascia fare a me, gioco io per te. Ti faccio vedere come si fa a giocare!". 
Dio dà invece al giocatore altre dieci carte ed il giocatore è responsabilizzato a giocare bene. Le dieci carte gliele ha date Dio: senza di esse l'uomo sarebbe ridotto all'impotenza. Con le dieci carte può giocare ancora, ma le gioca lui con tutta la sua responsabilità. E gioca le dieci carte ed alla fine della partita perde ancora. E Dio gli dà ancora dieci carte e si ritorna daccapo... 
Il dono delle carte non esime il giocatore dal giocarle, ma gli rende possibile una nuova giocata, una nuova attività, una nuova responsabilità piena. Però senza Dio le carte per giocare non le avrebbe avute più...

martedì 17 ottobre 2017

Caravaggio, Luca a cena con Cristo risorto


SAN LUCA A CENA CON CRISTO RISORTO - CARAVAGGIO


SAN LUCA A CENA CON CRISTO RISORTO - CARAVAGGIO

Le due Cene in Emmaus di Caravaggio

5 MAGGIO 2014 -  RODOLFO PAPA ARTE SACRA E BELLE ARTI

Tra le opere più note di Caravaggio e universalmente riconosciute come autografe, spiccano le due versioni della Cena in Emmaus. Le due tele, dipinte in momenti diversi di alterna foturna, a pochi anni di distanza l’una dall’altra, rappresentano il noto episodio narrato nel Vangelo di Luca: due discepoli si intrattengono, durante un breve viaggio a piedi, con Gesù Risorto e lo riconoscono solo a tavola, al momento della benedizione e dello spezzare del pane.
La prima tela, oggi conservata alla National Gallery di Londra, viene dipinta a Roma per il marchese Ciriaco Mattei nel 1601, quando Caravaggio è ormai considerato “il massimo pittore di Roma”; la seconda, oggi alla Pinacoteca di Brera, viene realizzata nel 1606, nei feudi della famiglia Colonna a Paliano, dove Caravaggio aveva cercato protezione, in seguito all’accusa di aver ucciso Ranuccio Tomassoni.
Nella prima esecuzione, la luce illumina e definisce i gesti drammatici dei protagonisti e le loro vesti colorate. Gesù ha i capelli lunghi e il volto imberbe, nella ripresa di una antica tradizione iconografica paleocristiana, che consente di esplicitare alcuni elementi di carattere teologico. Infatti Gesù, essendo risorto, appare in tutto il suo splendore di uomo realmente vivo ma nelle sembianze è diverso e per questo non è subito riconosciuto dai discepoli. Egli è vestito di rosso con un mantello chiaro su una spalla, ha gli occhi socchiusi e le mani sono ferme nel gesto della benedizione del pane. I due commensali, vestiti da pellegrini, sono rappresentati nello sconvolgimento interiore conseguente al riconoscimento: l’uno allarga le braccia come a mimare la croce, con il volto stupefatto, costruendo di fatto l’antitesi di due sentimenti contrastanti: la certezza della morte in croce e l’evidenza viva della apparizione. L’altro discepolo, posto di spalle, quasi a frapporsi tra l’osservatore e Cristo Risorto, invece si regge alla sedia come per alzarsi: questo movimento raffigura semplicemente il moto dell’animo, o vuole significare altro? La presenza dell’oste introduce un bilanciamento compositivo e, nella sua teatralità, è anche segno di una rappresentazione che vuole rimandare ad altro. Caravaggio, attraverso l’inserimento della figura dell’oste, mostra di aver ben compreso le opere cinquecentesche di Tiziano, Veronese, Moretto e Lorenzo Lotto, giacchè quell’intruso è indizio dell’ordinario che non sospetta l’inatteso, che pure in quel momento si rivela. L’oste è misura dello stato d’animo dei due discepoli che, ignari di aver camminato e parlato per sei miglia con il loro Signore, lo riconoscono nel segno della frazione del pane. Nella apertura di questo riconoscimento, tutti i segni ordinari della tavola imbandita per la cena divengono epifanie che parlano, sotto metafora, della resurrezione di Cristo e della sua Chiesa.
Nella seconda opera si nota una composizione simile, ma l’atmosfera appare più raccolta; il senso drammatico del pathos risulta esaltato dalla narrazione più concisa, sfrondata di particolari, che dispone alla meditazione. Infatti, il discepolo che è di spalle manifesta di riconoscere Gesù in un modo più intimo: non sembra mosso dallo stupore, ma, allargando le braccia, appare accennare una preghiera. L’improvvisa apparizione della presenza viva di Cristo viene sottolineata dalla luce che illumina la mensa, significativamente apparecchiata solo con il pane e il vino, mentre a margine dell’evento ancora l’ordinarietà della presenza dell’oste[1] che osserva la scena, senza comprenderla. Cristo questa volta è rappresentato con la barba, come definitivamente riconosciuto dai discepoli che finalmente lo vedono presente tra loro, riecheggiando le parole del Vangelo di Luca.[2] Entrando più a fondo nella lettura iconologica, l’opera solleva interesse ancora maggiore. Qual è l’identità dei due discepoli, che riconoscono il Signore stando a tavola? Nel Vangelo di Luca si parla di due discepoli, ma ci viene detto solo il nome di uno dei due, e cioè Cleopa. Nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, però, nel capitolo dedicato a San Luca Evangelista, si afferma che il secondo discepolo è lo stesso Luca, che per umiltà non scrisse il suo nome: «Era infatti lui il compagno di Cleofa lungo la strada per Emmaus, secondo quanto sostengono alcuni, come Gregorio nei Memoralia in Iob»[3]. Come riferisce ancora lo stesso Jacopo da Varazze citando alcune fonti[4], Luca non è uno degli apostoli e nemmeno uno dei settantadue discepoli, ma proprio in quella occasione si unì definitivamente al gruppo dei discepoli. Nella Legenda Aurea troviamo alcuni elementi per comprendere meglio le due versioni della Cena in Emmaus; infatti, le riflessioni sul significato del nome di “Luca” indicano non solo le caratteristiche da rintracciare per identificarlo nei dipinti, ma anche il senso degli atteggiamenti rappresentati dal Merisi: «Luca si traduce “che si eleva”, o, “si alza”, oppure, deriva da “luce”. Egli infatti si alzò dall’amore del mondo, elevandosi all’amore per Dio. Fu anche luce del mondo, perché illuminò il mondo intero..».[5]
Nella prima versione del 1601, il discepolo identificabile come Luca è di spalle ed è rappresentato nel momento stesso in cui pone le mani sui braccioli della sedia e si muove nell’atto di alzarsi, in una traduzione teatrale del significato etimologico-spirituale proposto dalla Legenda Aurea. Nella seconda versione è quello di destra che, poggiando le mani sulla tavola imbandita, osservando, nello stupore dell’agnizione, il gesto benedicente di Gesù Risorto, si muove ancora nell’atto di alzarsi. Se la composizione apparentemente frontale in entrambe le versioni richiama modelli cinquecenteschi, l’enfasi narrativa è però accentuata attraverso la collocazione della figura di uno dei due discepoli al di qua della tavola, in una visione da tergo. Caravaggio mutua, elaborandolo, questo andamento coinvolgente,  sicuramente dalla versione della Cena in Emmaus che Tiziano dipinge nel 1540 circa (oggi conservata al Louvre), dove la tavola è rappresentata di tre quarti e la figura di Luca, posta a destra, permette di verificare quanto lo stesso Vecelio avesse presente il testo di Jacopo da Varazze e la tradizione patristica in esso portata a sintesi.
Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog:http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.

*
NOTE
[1] Giovan Pietro Bellori, nelle Vite, descrive la seconda Cena in Emmaus, che aveva potuto vedere quando ancora era conservata nella collezione dei marchesi Patrizi a Roma: «vi è Cristo in mezzo che benedice il pane, ed uno de gli apostoli a sedere nel riconoscerlo apre le braccia, e l’altro ferma le mani su la mensa, e lo riguarda con meraviglia: evvi dietro l’hoste con la cuffia in capo, ed una vecchia che porta le vivande».
[2] «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”» Lc 24, 30-32.
[3] Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, a cura di A. e L. Vitale Bravarone, Torino1995,  cap. CLVI,  pag. 855.
[4] «Luca era siro di origine. Nacque ad Antiochia, fu medico di professione, ed era uno dei settantadue discepoli del Signore. Tuttavia Gerolamo sostiene che non era discepolo del Signore, ma degli apostoli, e la Glossa sul capitolo XXV dell’Esodo osserva che non si unì al Signore mentre stava predicando, ma che soltanto dopo la sua resurrezione giunse alla fede: è da ritenere piuttosto che egli non fu uno dei settantadue, benché alcuni abbiano sostenuto questa opinione » Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, cit.,  Cap. CLVI,  pag. 852.
[5] Ivi.