venerdì 23 febbraio 2018

Trasfigurazione


25 FEBBRAIO 2018 - 2A DOMENICA DI QUARESIMA B | LETTURE - OMELIE


25 FEBBRAIO 2018   - 2A DOMENICA DI QUARESIMA B |  LETTURE - OMELIE

Gesù "si trasfigurò davanti a loro"
Da una quantità di indizi sembra che il preciso motivo per cui Marco inserisce il racconto della trasfigurazione proprio al centro del suo Vangelo (9,2-10), quasi immediatamente dopo la famosa confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (8,29) e in mezzo a due preannunci della passione del Signore (8,31-33; 9,30-32), sia il seguente: l'evangelista intende prevenire lo "scandalo" dei discepoli davanti alla morte del Signore, dando a loro come una garanzia ed un anticipo della futura "gloria" della risurrezione. La sofferenza, l'umiliazione, lo scacco stesso della morte non sono per il Cristo che la "via" per arrivare al grande trionfo del giorno di Pasqua: senza il venerdì santo non ci sarebbe stata per Cristo la gioia esaltante del giorno della risurrezione!
In chiave liturgica, ritengo che l'intenzione della Chiesa, nel proporci per la seconda Domenica di Quaresima le presenti letture bibliche, coincida con la finalità di Marco; l'itinerario della Quaresima, pur nell'asperità del faticoso cammino attraverso il "deserto", pur nell'esercizio assiduo della rinuncia e del superamento di noi stessi, punta decisamente alla "gioia" e alla "luce" del rinnovamento e della "trasfigurazione" di Pasqua.
La Quaresima, perciò, non è fatta per se stessa ma per la Pasqua, e tende a superarsi per la carica di amore che la deve animare.
"Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio"
Così come il sacrificio di Isacco, richiesto da Dio ad Abramo (Gn 22,1-18), non aveva alcun significato in quanto soppressione della vita: al limite, si potrebbe addirittura considerare come un delitto! Infatti, molti esegeti interpretano l'episodio come una esplicita condanna della pratica abominevole, in uso presso i Cananei, di sacrificare agli dèi i loro figli primogeniti in particolari circostanze.
La richiesta di Dio ad Abramo aveva senso solamente in quanto verifica della fede del grande patriarca e della sua capacità di amare il Signore "più" di tutte le cose, "più" del suo stesso figlio. Perciò all'ultimo momento il dramma si risolve in positivo e l'angelo del Signore grida: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio" (v. 12). Quindi gli rinnova la promessa di una numerosa discendenza: "Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare" (vv. 16-17).
È la capacità di "amore" che dà senso alla rinuncia e allo stesso sacrificio della vita.
Dio "non ha risparmiato il proprio Figlio"
È quanto ci viene ricordato anche dalla brevissima, ma stupenda seconda lettura, ripresa da san Paolo (Rm 8,31-34) e in cui c'è un esplicito riferimento al precedente episodio del sacrificio di Isacco. Qui, però, la prova dell'amore viene da Dio stesso che, nonostante tutto, rimane fedele all'uomo, essendoglisi ormai definitivamente legato con il dono di Cristo: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (vv. 31-32).
Quello che in Isacco era, e voleva essere, solo un "simbolo", in Cristo è diventato una realtà: nel caso di Cristo non c'è stato un ariete da immolare al suo posto! Dio perciò "non ha risparmiato il proprio Figlio", proprio perché, pur nell'atroce "sofferenza" che la morte di Cristo gli è costata, non aveva altro modo a sua disposizione per dimostrarci il "sommo" del suo amore: la teologia moderna sta riscoprendo il tema della "sofferenza" di Dio che, peraltro, se bene intesa, non diminuisce in alcun modo la sua grandezza e la sua trascendenza, ma la esalta.
Anche qui, però, l'amore si celebra oltre la "morte", perché è proprio nella potenza del Cristo "risorto", che "intercede" per noi presso il Padre, che noi abbiamo "fiducia": "Chi condannerà (gli eletti di Dio)? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?" (v. 34). È sempre la stessa tematica: lo scopo ultimo di tutto, anche dell'agire di Dio, è la gioia, lo splendore, la vita, anche se per arrivarci bisognerà passare attraverso le "prove" dolorose dell'amore.
Il significato "teologico" della trasfigurazione
Il racconto della trasfigurazione, fattoci da Marco (9,2-10), è come un'irruzione di luce, un'anticipazione della gloria futura nel "presente" di Cristo, che ormai già si sta avviando alla morte di croce, e nel "presente" dei suoi apostoli e dei discepoli di tutti i tempi che sono invitati a prendere insieme a lui la "croce" di ogni giorno. Si legga appunto quanto Gesù dice immediatamente prima: "E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare... Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua..." (8,31.34).
Un'"anticipazione" della "gloria" futura, abbiamo detto, offerta come "pegno" e come "garanzia" di ciò che avverrà, perché i credenti la desiderino e l'accelerino, se possibile; perché alla luce di quella diano senso ai giorni bui dell'esistenza, ma non per "saltare" questo tempo "intermedio" di prova e di sofferenza, come è tentato di fare Pietro il quale, inebriato dalla gioia e dall'entusiasmo, esclama: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia" (v. 3).
Le "tende" rimandano certamente alla festa delle "capanne", o dei "tabernacoli", che durava una settimana e, in certo senso, voleva come anticipare il giubilo e la gioia del "riposo" escatologico. Questo tempo del "riposo", però, non è ancor giunto; perciò la richiesta di Pietro viene giudicata molto severamente da Marco, il quale così commenta: "Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento" (v. 6). Non si costruisce il regno di Dio, tentando di "evadere" dal tragico "quotidiano"!
"Lo sguardo rivolto su Gesù trasfigurato è solo un appello a credere nel crocifisso con il porsi alla sua sequela, è un incoraggiamento a non venire meno nelle prove e nelle persecuzioni. Non è ancora il tempo di costruire la tenda in cielo, bensì quello di affrontare la lotta sulla terra. Ogni tribolazione risulterà superata obbedendo al Figlio che Dio ama, il quale ci ha preceduti nella gloria divina passando attraverso l'esperienza della passione e della morte". 
Ma adesso che abbiamo potuto intravedere la "dinamica" interiore a cui obbedisce questo brano narrativo di Marco, cerchiamo di afferrarne meglio il contenuto "teologico" generale.
In realtà, è soprattutto un messaggio "teologico" quello che l'evangelista vuol trasmetterci nel descriverci l'episodio della trasfigurazione. Siamo certamente di fronte a un fatto storico, anche se misterioso: la tradizione sinottica lo afferma concordemente; perfino la seconda lettera di Pietro (1,16-18) vi fa riferimento. Anche la precisazione storica iniziale con cui si apre il racconto ("dopo sei giorni"), così come il dato geografico ("sopra un alto monte": tradizionalmente il Tabor, alto 562 m sul livello del mare) confermano che ci muoviamo su un terreno sicuro.
"Le sue vesti divennero bianchissime"
Quale sia stata, però, l'entità vera dell'episodio ci sfugge: gli evangelisti stessi non concordano in tutto fra di loro e si aiutano più che altro con immagini che, nella tradizione biblica, indicano l'irruzione e la presenza del divino. Così, ad esempio, le vesti "bianche" e splendenti sono un contrassegno del mondo divino e un simbolo di gioia e di vittoria: l'angelo della risurrezione in Marco (16,5) sarà vestito di vesti candide. La "nube" è un simbolo caratteristico della misteriosa "presenza" di Dio nella tradizione dell'Esodo (16,10; 24,18; 40,35).
Con tutti questi elementi descrittivi l'evangelista vuol dirci dunque che Gesù concesse a tre dei suoi apostoli (quei medesimi che saranno presenti nell'orto del Getsemani: 14,33) un'esperienza di sé del tutto eccezionale, "indicibile" per quelli stessi che ne furono i protagonisti.
Quando Marco scrive che le vesti di Gesù (Matteo parla della sua "faccia": 17,2) "divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche" (v. 3), ci fa quasi toccare con mano l'"inesprimibile", ma si ferma lì. E del resto, non poteva fare diversamente!
"Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!"
Però ci sono due elementi essenziali in tutta questa scena grandiosa che ci aiutano a penetrarne più a fondo il significato teologico: l'apparizione congiunta di Elia e di Mosè, che "discorrevano con Gesù" (v. 4), e la voce che tuona di mezzo alla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (v. 7).
Nei due grandi personaggi dell'Antico Testamento c'è da vedere come una continuità nel disegno salvifico di Dio che, attraverso le varie tappe della storia della salvezza, punta su Cristo: è lui l'inviato definitivo di Dio, atteso per gli ultimi tempi. Non è un nuovo Elia, o un nuovo Mosè, ma Qualcuno molto più grande, a cui essi fanno soltanto da battistrada come era nella tradizione biblica per il primo e nella tradizione giudaica per il secondo. I due rappresentanti dell'Antico Testamento dicono dunque che i tempi ultimi sono venuti con Cristo, anzi si stanno già realizzando in quel preciso momento.
La voce che risuona dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (v. 7), ci rivela la misteriosa "identità" di Cristo in un momento in cui la sua strada prende ormai decisamente l'avvio verso la croce. A differenza della quasi identica proclamazione che avvenne nell'occasione del battesimo, in cui la voce era rivolta direttamente a Gesù ("...tu sei il Figlio mio prediletto...": 1,11), qui essa è rivolta agli apostoli: "Ascoltatelo!".
È dunque un invito agli apostoli a penetrare il "mistero" ed accoglierne il messaggio salvifico. Quello che avverrà tra non molto a Gesù sul Calvario non è un'accusa o una obiezione contro la sua divinità, ma la dimostrazione più luminosa della sua origine da Dio: soltanto uno che ha il "cuore" di Dio può amare come Cristo ci ha amati!
A questo punto avvertiamo forse più chiaramente come la "trasfigurazione" del Signore è un momento di luce che permette anche a tutti noi, discepoli del Signore, di penetrare meglio non solo nel suo "mistero" di dolore e di gioia, di umiliazione e di gloria, ma anche nel "mistero" della nostra vita. Accettandolo come il "Figlio prediletto" del Padre, che si manifesta come tale soprattutto nel dramma della croce, e "ascoltando" il suo messaggio di salvezza, "si trasfigurerà" anche tutta la nostra esistenza. Il che è il significato di fondo di tutta la Quaresima.

Da: CIPRIANI S

giovedì 22 febbraio 2018

il Turibolo


LE SCRITTURE E L’EPOCA DI GESÙ - 2


LE SCRITTURE E L’EPOCA DI GESÙ - 2

PREMESSA

Nell'articolo scorso, con il quale ho voluto introdurre la serie di riflessioni che c'ìntratterranno attorno al valore per la nostra vita spirituale di tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, avevo detto che i Vangeli, le lettere di Paolo e gli altri testi del NT si debbono considerare letteratura giudaica, perché la rivelazione di Dio in Gesù sì è manifestata nella storia concreta degli uomini.
Gesù, Maria, gli apostoli e i primi cristiani erano ebrei e la religione nella quale erano stati formati era quella ebraica, basata sulle Scritture, cioè sull'AT così come era venuto formandosi a partire del VI sec. a.C. Questo significa che quel che Gesù ha detto e ha fatto e quello che di lui hanno compreso i suoi primi seguaci, fedeli "della Legge e dei Profeti" (= AT), va interpretato e compreso alla luce dell'epoca storica del Signore. In altri termini, per poter capire adeguatamente il NT, bisogna domandarsi quale fosse lo scenario storico nel quale si è svolta la vicenda terrena di Gesù, come vissero i suoi contemporanei, che cosa pensassero e come lo esprimessero. Mettersi a leggere la Bibbia senza questa premessa, significa rischiare di fraintenderla e di farle dire quel che non vuole o non può dire, data la peculiarità di quei tempi rispetto ai nostri.

LO SCENARIO STORICO
Dopo il dominio dei Babilonesi prima e dei Persiani poi, il popolo ebraico era passato sotto nuovi dominatori, i re ellenistici successori di Alessandro Magno nelle varie zone dell'impero da lui conquistato (dal IV al II sec. a.C.). Gli ebrei non riuscivano a diventare di nuovo liberi né vedevano profilarsi il ritorno di un re che restaurasse l'antica monarchia davidica.
Nel V secolo era stato ricostruito il tempio dì Gerusalemme, d'importanza fondamentale per la fede e l'identità d'Israele, ma l'indipendenza era rimasta solo un pio desiderio accarezzato invano. In un prime momento della nuova dominazione greco-ellenistica, il popolo di Dio era stato sotto la dinastia tolemaica, cioè sotto il governo della famiglia dei Tolomei che risiedevano in Egitto, in un secondo momento, a seguito delle vicende storiche alterne, che avevano visto scontrarsi i Tolomei contro i Seleucidi, la dinastia cioè di Seleuco, altro generale successore di Alessandro Magno, Israele era passato sotto il dominio di questi ultimi che erano riusciti ad occupare oltre alla Mesopotamia anche tutto il territorio siro-palestinese,
Al di là dì queste vicende intricate, il popolo giudaico viveva in un'atmosfera culturale omogenea la cultura greca, dato che i vari re di turno, fossero Tolomei o Seleucidi, portavano con sé tale cultura; quindi, che gli ebrei si trovassero nella splendida metropoli del tempo, Alessandria di Egitto, a Babilonia o in una città siriaca oppure nella stessa Palestina, sentivano fortemente l'influsso greco.
Una testimonianza significativa di tale fenomeno è ad esempio la traduzione in greco della Torà, cioè la Legge ebraica o il Pentateuco nel II sec. a.C., voluta, stando alla leggenda riportata nella cosiddetta Lettera di Aristea, dallo stesso re d’Egitto Tolomeo; in realtà, gli ebrei residenti in Alessandria da tanto tempo, non capivano più l'ebraico e quindi avevano bisogno di leggere le Scritture nella lingua corrente, quella greca. Ma vi sono altre testimonianze letterarie: ad es. il libro canonico della Sapienza di Salomone è stato addirittura scritto in greco!
Il fatto è che con la cultura si erano introdotti nel popolo ebraico anche i costumi greci: uno scandalo intollerabile per coloro che volevano rimanere fedeli alla tradizione dei padri (cf. 1Mac 1). Così, come ci raccontano i due libri dei Maccabei, vi è stata una rivolta contro la prepotenza straniera, accesa da un certo Mattatia, di famiglia sacerdotale, e dai suoi cinque figli, appunto i Maccabei, così chiamati dal più famoso di loro, Giuda Maccabeo, cioè Giuda "Martello" (dei nemici). I Maccabei hanno condotto una strenua lotta di resistenza contro il potere seleucide e con tale successo politico hanno dato origine al governo in patria della dinastia asmonea. Di tale successo faceva parte anche la relazione cordiale allacciata con la nuova potenza internazionale emergente, Roma (cf. 1Mac 8).
La dinastia asmonea non è mai stata accettata dal popolo pacificamente, perché alcuni dei suoi rappresentanti avevano avuto il titolo di sommo sacerdote, senza appartenere al ramo sadochita, che veniva considerato quello legittimo per la consacrazione sommo-sacerdotale, Ad ogni modo, essa si protrasse fino a che una principessa asmonea, Mariamne, sposò Erode, un uomo mezzo ebreo e mezzo idumeo, che più tardi divenne Erode il Grande e che diede origine ad una nuova seppur breve dinastia, quella degli Antipatridi, sponsorizzata dai Romani e dagli stessi, in seguito, soppressa.
La vita di Gesù e del gruppo che lo ha seguito.fin dall' inizio, si è svolta sotto i re antipatridi.
Intanto, i rapporti tra la popolazione giudaica e l'occupante romano erano tutt'altro che sereni; anzi, vi erano spesso tentativi di ribellione da parte degli ebrei, che venivano spenti nel sangue. La realtà era: le relazioni di alleanze venivano mantenute solo a livello delle autorità ufficiali, ma nella popolazione invece si agitavano sogni di liberazione, aumentati da capi-movimento messianici, come i leader degli zeloti. Sono questi che hanno portato il popolo giudaico alle due grandi guerre contro Roma, finite tragicamente con la completa e definitiva disfatta delle speranze ebraiche di restaurazione politica.

LO SCENARIO SOCIALE E CULTURALE
In quel periodo storico del quale si è appena parlato, il popolo ebraico era costituito sostanzialmente di due componenti: coloro che abitavano in Palestina e coloro che erano diffusi al di fuori nei vari paesi dell'area mediterranea (la Diaspora). Gli uni e gli altri si mantenevano in contatto socio-culturale e religioso e di certo Gerusalemme rimaneva per tutti il centro di riferimento per eccellenza. Tuttavia, delle differenze esistevano. Gli ebrei della Diaspora, trovandosi più a contatto con la cultura straniera egemone, quella greca, erano più flessibili rispetto ai corregionali in patria e più disponibili al dialogo, anche se non bisogna esasperare tale divario, visto che la cultura ellenistica era fortemente presente anche in Palestina. Tutti, in ogni caso, si mantenevano fedeli alla tradizione dei padri, soprattutto a quella che negli ultimi tempi era divenuta la "Sacra Scrittura" sia in lingua ebraica che in lingua greca. Più in particolare, all'interno della Parola scritta si coltivavano delle traiettorie di pensiero che occupavano le speranze del popolo e le attese più ansiose dei vari movimenti religiosi sorti in seno ad esso.
La promessa divina a David di 2Sam 7 e le dichiarazioni di testi come il Salmo 2,7 e Is 11, che esaltavano la figura messianica del davidide venturo, erano fortemente presenti nel cuore della gente; ma lo era anche quella linea che faceva capo a testi come Dt 18, 1 8 e Is 42,1-4 e che attendeva l'arrivo del profeta escatologico. L’immaginazione d'Israele era animata anche da altre figure, quali l'Elia che doveva precedere la fine dei tempi (cf. Mal 3,23) o Melechisedek quale figura misteriosa di re-sacerdote (cf. Gen 14,17ss) o la figura femminile della Sapienza uscita dalla bocca di Dio all'inizio del mondo (cf. Sir 24),
Le riflessioni su queste figure erano molto ricche e variegate e spesso diventavano letteratura, quella cioè che noi chiamiamo letteratura apocrifa o intertestamentaria. Anche se tali testi non sono entrati nel canone, essi sono tuttavia estremamente importanti per conoscere quel che le generazioni di quell'epoca sentivano e pensavano. D'altra parte l'abbondanza della fioritura di questi testi era facilitata dall'impossibilità di un'azione esterna che capovolgesse il destino del popolo giudaico, oppresso dai vari dominatori di turno: venendo oppresso il corpo, si sbrigliava in compenso la fantasia. A questo atteggiamento dello spirito gli studiosi hanno messo il nome di apocalittica.
L'apocalittica, sviluppatasi negli ultimi tre secoli prima di Cristo e nel primo sec. d.C., è stato insieme un sentimento, un’immaginazione e una ricca letteratura, parte della quale è entrata anche nel canone biblico.

CONCLUSIONE
Al termine di questa seconda puntata, possiamo così sintetizzare quanto detto finora.
L’evento di Gesù Cristo si è verificato nel tessuto di una storia che è importante non solo per la visibilità che questa gli ha dato, bensì anche per quella formulazione, solo conoscendo la quale, ci è dato entrare in quelle verità che la comunità apostolica ha voluto trasmetterci. Gesù e gli apostoli sono stati all’inizio, agli occhi dei contemporanei, né più né meno che uno dei tanti gruppi che costellavano quella galassia giudaica che si è descritta più sopra. Essi erano figli del loro tempo, nutriti delle cultura contemporanea e delle attese alimentate da secoli; quel che hanno voluto essere e dire, lo hanno fatto con la lingua dell’Antico Testamento, le Scritture.

mercoledì 21 febbraio 2018

Abramo


PAPA FRANCESCO - DUE STORIE BIBLICHE


PAPA FRANCESCO - DUE STORIE BIBLICHE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 8 febbraio 2018 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.032, 09/02/2018)

Attenzione a quando, convinto di vivere tranquillamente senza commettere grandi peccati, il cristiano «scivola lentamente», quasi senza accorgersene, nell’«indebolimento del cuore» e si «corrompe». È il monito di Papa Francesco che, durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 8 febbraio, ha messo a confronto due differenti storie bibliche: quella di Davide, il re «peccatore» ma «santo», e quella di Salomone, il re saggio il cui cuore però «si era deviato dal Signore» e per questo venne «rifiutato» da Dio. Un insegnamento per ogni uomo perché, ha sottolineato il Pontefice, se è vero che al peccatore capace di pentirsi la via della santità è sempre aperta, il corrotto invece si preclude da solo la possibilità di salvezza.
La riflessione del Papa, sollecitata dalla lettura del giorno (1 Re, 11, 4-13), è partita proprio dall’inaspettata sorte toccata al re Salomone, da tutti conosciuto come grande e saggio. Il cuore del sovrano, infatti, «non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre». Una sorpresa perché, ha detto Francesco, «di Salomone noi non sappiamo se avesse fatto grossi peccati; invece di Davide sì. Di Salomone, noi sappiamo che ha avuto una vita tranquilla, ha governato», mentre «Davide ha avuto una vita un po’ difficile, è caduto nel peccato, ha fatto la guerra». Eppure «Salomone è rigettato dal Signore, e Davide è santo. Come si spiega questo?».
C’è un dettaglio dirimente: «Quando Davide — ha sottolineato il Pontefice — si convinse di aver peccato, chiese perdono, fece penitenza», e se pure non peccò una sola volta, «ebbe sempre l’umiltà di chiedere perdono». Diversa la situazione di Salomone, il quale era sempre stato «equilibrato, non aveva fatto grossi peccati»; ma nel brano biblico si legge che il suo cuore «si era “deviato” dal Signore», un po’ per volta, progressivamente. Egli aveva ceduto alle sue donne che lo avevano indotto all’idolatria. Proprio lui, «il grande Salomone che lo stesso Signore loda, all’inizio, quando chiese la prudenza per governare e non chiese ricchezze, fama: la prudenza per governare il popolo», il grande Salomone del quale tutto il mondo parlava: aveva fama internazionale». Per lui, per conoscerlo, si era spostata anche la regina di Saba: «E cosa disse lei? “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto, sulla tua sapienza. Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto. Ebbene, non mi era stata riferita neppure una metà”». Tutto il mondo, quindi, parlava della «grandezza di Salomone». Ma egli «non restò integro davanti al Signore e fu rifiutato dal Signore». Il suo cuore «si era deviato dal Signore. E lui, sembra che non si accorgesse di questo».
Qui, ha spiegato il Papa, ci si trova di fronte al «problema dell’indebolimento del cuore». Si potrebbe dire un decadimento subdolo, perché «non è come una situazione di peccato: tu fai un peccato, te ne accorgi subito». Invece «l’indebolimento del cuore è un cammino lento, che scivola poco a poco, poco a poco, poco a poco». Questo accade a Salomone che, «addormentato nella sua gloria, nella sua fama, cominciò a seguire questa strada» e il suo cuore «si indebolì». Paradossalmente, ha aggiunto il Pontefice, «è meglio la chiarezza di un peccato, che l’indebolimento del cuore», ossia quel processo nel quale si «scivola lentamente, e tu non te ne accorgi. Lentamente, verso la mondanità», verso una vita che sembra «degna», ma risponde a «cuore debole». È stato proprio così che «il grande re Salomone, il grande prudente, il grande re che tanto piacque a Dio, finì corrotto: tranquillamente corrotto, perché il cuore gli si era indebolito».
La storia di Salomone è molto attuale: «Un uomo e una donna col cuore debole, o indebolito, sono una donna, un uomo sconfitto», ha ammonito Francesco ricordando che «questo è il processo di tanti cristiani, tanti di noi». Si dice: «No, io non faccio dei peccati grossi»; ma bisognerebbe chiedere: «Com’è il tuo cuore? È forte? Resta fedele al Signore, o tu scivoli lentamente?».
A tale proposito il Papa ha ricordato l’episodio evangelico di Matteo (12, 43-45) in cui si parla «di quell’uomo che era stato liberato da un diavolo, da un demonio» e «incominciò una vita nuova... tutto bello... Ma, passato il tempo, quel demonio torna a vedere come vanno le cose lì. E vede la casa tutta ben sistemata e bella. E va a trovare altri sette demoni peggiori di lui; tornano e la fine di quell’uomo è peggiore» di come era prima. Proprio questo, ha chiosato Francesco, «è il dramma dell’indebolimento del cuore. E a tutti noi può succedere questo nella vita». Perciò è sempre bene chiedersi: «Ma, il mio cuore è forte davanti al Signore? O, lentamente, scivolo e mi indebolisco? Cosa devo fare?». Occorre vigilanza, ha spiegato il Pontefice: «Vigilare sul tuo cuore. Vigilare. Tutti i giorni, stare attento a cosa succede nel tuo cuore. Se resta saldo nella fedeltà al Signore» o se, un giorno dopo l’altro, scivola lentamente.
«Davide — ha concluso Papa Francesco — è santo». Era peccatore, è vero, ma «un peccatore può diventare santo». Invece «Salomone è stato rigettato perché era corrotto». E «un corrotto non può diventare santo». Del resto, alla corruzione si arriva proprio «per quella strada dell’indebolimento del cuore». Bisogna quindi «tutti i giorni vigilare il cuore», comprendere in quale «rapporto» si sta con il Signore e «gustare la bellezza e la gioia della fedeltà».